Per 47 giorni aspettò sullo stesso marciapiede, poi Luna trascinò una coperta in strada e tutti capirono perché

Per quarantasette giorni quella vecchia pastora tedesca aspettò sullo stesso marciapiede. Poi trascinò una coperta in mezzo alla strada e fermò un intero quartiere.

Alle sei e un quarto del mattino, come faceva ormai da settimane, Luna abbassò il muso ingrigito sul marciapiede davanti alla vecchia edicola chiusa.

Annusò due volte.

Girò lentamente su se stessa.

Ma invece di sdraiarsi, quella mattina afferrò con i denti un lembo della coperta verde che custodiva giorno e notte e cominciò a trascinarla verso la strada.

«Luna! Ferma!»

La voce arrivò dal bar all’angolo, ma lei non si voltò.

Attraversò la prima corsia.

Un’utilitaria inchiodò.

Un furgone di un corriere suonò il clacson.

Una donna abbassò il finestrino e gridò qualcosa che nessuno capì.

Luna continuò.

Aveva quasi dodici anni, le zampe posteriori rigide per l’età e l’orecchio sinistro piegato a metà.

Ogni passo sembrava costarle fatica.

Eppure raggiunse la linea bianca al centro di viale della Stazione, a Bologna, lasciò cadere la coperta sull’asfalto e si sedette.

Dritta.

Immobile.

In attesa.

Come si sedeva sempre accanto a Giuseppe.

Solo che Giuseppe non c’era più.

Da quarantasette giorni.

L’infermiera che stava andando al turno del mattino lasciò cadere il bicchiere di caffè che teneva in mano.

Quando vide la grossa macchia scura sulla coperta, prese il telefono.

«Pronto? Serve qualcuno subito. C’è un cane in mezzo alla strada… e credo che quella coperta abbia del sangue.»

L’agente Marco Rinaldi arrivò pochi minuti dopo.

Spense la sirena prima di raggiungere l’incrocio.

Conosceva quel posto.

Lo conoscevano tutti.

Da quasi tre anni, sotto il portico davanti all’edicola, sedeva un uomo che molti chiamavano semplicemente “il signor Giuseppe”.

Giuseppe Ferri aveva sessantotto anni.

Era alto, magro come un ramo d’inverno, con la barba sempre di qualche giorno e la pelle segnata dal sole, dal freddo e da troppe notti passate senza un tetto.

Indossava quasi sempre lo stesso giaccone verde militare, recuperato chissà dove, sopra maglioni rattoppati.

In testa portava un vecchio berretto di lana.

E accanto a lui c’era sempre Luna.

Sempre.

La gente del quartiere aveva finito per considerarli una cosa sola.

Giuseppe e Luna.

Come il campanile e la piazza.

Come il bar e la briscola del pomeriggio.

Come le sedie fuori dall’alimentari quando arrivava maggio.

Se vedevi uno, vedevi l’altra.

Luna era una pastora tedesca dal mantello scuro.

Nessuno sapeva quanti anni avesse davvero.

Aveva un orecchio storto, una vecchia cicatrice sotto il collo e quell’andatura rigida dei cani che hanno corso troppo nella vita.

Gli occhi, però, erano ancora limpidi.

Occhi seri.

Occhi che sembravano aver capito da tempo che il suo compito era uno soltanto: non lasciare solo quell’uomo.

Giuseppe non chiedeva l’elemosina.

Non tendeva il cappello.

Non fermava i passanti.

Non raccontava tragedie per ottenere monete.

Sedeva.

Leggeva vecchi libri presi dalla biblioteca di quartiere o trovati nei mercatini.

Ogni tanto riparava una cerniera, una ruota di bicicletta, un ombrello.

«Le mani servono a qualcosa finché funzionano», diceva.

A pranzo divideva quello che aveva con Luna.

Sempre prima lei.

Se una signora gli portava un contenitore di pasta avanzata dal pranzo della domenica, Giuseppe prendeva il pezzo di carne e lo metteva nella ciotola della cagna.

«Prima le signore», scherzava.

Luna mangiava.

Lui si accontentava del resto.

Era il tipo di uomo davanti al quale molti rallentano appena lo sguardo.

Non perché sia davvero invisibile.

Ma perché guardarlo troppo significa farsi una domanda scomoda:

“Come ha fatto una persona normale ad arrivare fin qui?”

E certe domande, soprattutto quando si ha una famiglia da raggiungere, una rata da pagare e la spesa nel bagagliaio, si preferisce lasciarle sul marciapiede.

Poi, quarantasette giorni prima, Giuseppe era scomparso.

La sera c’era.

La mattina dopo no.

La coperta era rimasta piegata sotto il portico.

Un libro era stato lasciato aperto accanto alla panchina.

Una tazza di plastica, mezza piena d’acqua, era ancora al suo posto.

Giuseppe non aveva salutato nessuno.

Non aveva preso i pochi vestiti che teneva in uno zaino.

Non aveva lasciato biglietti.

E Luna era rimasta lì.

Il primo giorno, la signora Teresa dell’alimentari pensò che Giuseppe fosse andato alla mensa sociale.

Il secondo giorno immaginò fosse finito in ospedale.

Al terzo cominciò a preoccuparsi.

«Luna, vieni dentro almeno stanotte.»

La cagna non si mosse.

«Fa freddo.»

Niente.

Teresa provò con prosciutto cotto.

Poi con pollo.

Poi con una coperta pulita.

Luna accettò qualche sorso d’acqua ma non abbandonò il posto.

Quando alcuni volontari tentarono di portarla via, ringhiò.

Non attaccò nessuno.

Ma bastò quello sguardo.

Quello sguardo diceva:

Io sto aspettando.

Non costringetemi a scegliere.

Passò una settimana.

Poi due.

Poi arrivò una gelata.

Il barista le mise davanti un vecchio tappetino.

La farmacista del quartiere portò una ciotola termica.

Il pensionato del terzo piano scendeva ogni sera con un pezzo di focaccia senza sale.

Persino il ragazzino della scuola media, quello che correva sempre perché perdeva l’autobus, cominciò a fermarsi prima delle lezioni.

«Non è ancora tornato?»

Teresa scuoteva la testa.

Luna rimaneva lì.

Il quartiere fece quello che fanno i quartieri italiani quando accade qualcosa che non appartiene davvero a nessuno e quindi, lentamente, appartiene a tutti.

Qualcuno telefonò agli ospedali.

Qualcuno chiese nelle mense.

Un uomo controllò alla stazione.

Una signora pubblicò una foto di Giuseppe sui gruppi della zona.

Per qualche giorno tutti ne parlarono.

Poi arrivarono altre cose.

Una caldaia rotta.

Un funerale.

Una lite condominiale.

Le bollette.

Un nipote da accompagnare a scuola.

Il mondo riprese a correre.

Luna no.

Lei rimase.

Quarantasette giorni.

E quel martedì mattina portò la coperta in mezzo alla strada.

Marco Rinaldi si inginocchiò a qualche metro da lei.

Non allungò la mano.

Aveva lavorato per anni con unità cinofile e sapeva che un cane anziano, stanco e impaurito non si affronta imponendosi.

Si aspetta.

«Ciao, bella.»

Luna lo guardò.

Marco abbassò gli occhi verso la coperta.

«Che cosa vuoi farmi vedere?»

La cagna voltò appena il muso verso il tessuto.

Poi tornò a fissarlo.

Teresa arrivò correndo con ancora addosso il grembiule dell’alimentari.

«Non fatele niente!»

«Signora, la conosce?»

«La conosco da sette anni.»

«Sette?»

Teresa si fermò.

Era la prima volta che qualcuno le chiedeva davvero da quanto tempo conoscesse Luna.

«Sì.»

Si avvicinò lentamente.

«Luna. Amore. Sono io.»

La cagna mosse appena la coda.

Una volta.

Poi Teresa si sedette sull’asfalto.

«Lo stai cercando, vero?»

Luna abbassò la testa.

Teresa cominciò a piangere.

Marco osservò la coperta.

Era di lana pesante, verde scuro, di quelle che si trovano nei mercatini dell’usato.

A un’estremità c’era una macchia marrone rossastra ormai secca.

Marco sollevò il tessuto con i guanti.

Fu allora che vide una striscia di nastro adesivo attaccata sul bordo.

C’erano delle parole scritte con una penna blu tremolante.

Tre.

Solo tre.

DITELO A ELENA.

Sotto, quasi cancellato:

PERDONAMI.

Teresa si portò entrambe le mani alla bocca.

«Elena…»

Marco la guardò.

«Sa chi è?»

Teresa annuì.

«Sua figlia.»

E fu in quel momento che il quartiere scoprì che l’uomo che vedeva ogni giorno da tre anni non era nato sotto un portico.

Giuseppe Ferri era nato in provincia di Ferrara.

Figlio di un muratore e di una sarta.

A diciannove anni aveva fatto il servizio militare.

Poi era tornato a casa e aveva trovato lavoro come manutentore per la rete idrica cittadina.

Ventisette anni nello stesso mestiere.

Sveglia alle cinque e venti.

Caffè nella moka.

Pranzo nella gavetta.

La domenica, camicia buona.

Era uno di quegli uomini cresciuti con l’idea che un padre dovesse portare a casa lo stipendio, aggiustare ciò che si rompeva e non parlare troppo di quello che faceva male.

Nel 1981 aveva sposato Anna.

Una donna minuta, allegra, con i capelli sempre raccolti e una voce capace di riempire una cucina.

Avevano comprato un appartamento piccolo.

Due camere.

Balcone.

Mutuo trentennale.

Una credenza di legno scuro regalata dai genitori di lei.

Il servizio di piatti “bello”, quello da usare soltanto a Natale e a Pasqua.

E ogni domenica, per quasi trent’anni, avevano apparecchiato il tavolo per la famiglia.

Prima per loro due.

Poi per tre.

Perché era arrivata Elena.

Giuseppe raccontava pochissimo della propria vita.

Ma a Luna parlava.

Teresa lo aveva sentito più di una volta.

«Mia figlia da bambina mangiava solo le lasagne con gli angoli bruciacchiati.»

Oppure:

«Anna faceva un ragù che iniziava sabato pomeriggio. Diceva che il ragù fatto in due ore è pomodoro con carne, non ragù.»

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto