L’uomo in sedia a rotelle non poteva superare la rete, ma quel cane affamato lo aspettava ogni mattina

Non potevo superare quella rete e il cane affamato non poteva raggiungere l’acqua: per mesi ci incontrammo nell’unico punto dove nessuno dei due doveva chiedere permesso

«Piano, bello. Io resto di qua. Tu resta di là.»

Il cane si schiacciò contro la terra, dietro una vecchia sedia di plastica spaccata. Aveva un orecchio dritto e l’altro piegato sulla punta, come se persino il suo corpo avesse smesso di fingere di stare bene.

Tra noi c’era una rete metallica.

Sotto la rete, però, un temporale aveva scavato un buco largo appena quanto una scodella.

Era abbastanza.

Mi chiamo Giacomo Ferri. All’epoca avevo cinquantadue anni, vivevo solo in una piccola casa bifamiliare alla periferia di Bologna e lavoravo da casa preparando preventivi per impianti elettrici.

Prima facevo l’elettricista nei cantieri.

Sei anni prima ero caduto da un’impalcatura.

Vent’anni di scale, tetti, capannoni e quadri elettrici, poi un parapetto provvisorio aveva ceduto sotto il mio peso. La caduta mi aveva lesionato il midollo spinale.

Da allora usavo una sedia a rotelle.

Dicevo a tutti che mi ero abituato.

Era una mezza verità.

Sapevo guidare un’auto adattata. Facevo la spesa. Cucinavo. Lavoravo. Pagavo le bollette. Andavo dal medico senza bisogno che qualcuno mi accompagnasse.

Ma avevo lentamente smesso di andare in tutti quei posti dove non era strettamente necessario andare.

Il bar del quartiere.

La festa di San Giovanni.

La trattoria dove, da giovane, avevo festeggiato il mio primo stipendio.

Persino il pranzo della domenica da mia sorella Lucia era diventato qualcosa che evitavo con scuse sempre nuove.

«Ho troppo lavoro.»

«Sono stanco.»

«La macchina mi dà problemi.»

La verità era più semplice.

Mi ero stancato di entrare in un locale e dover controllare prima i gradini.

Mi ero stancato delle persone che chiedevano a chi mi stava accanto: «Lui cosa prende?» come se fossi diventato improvvisamente sordo.

Mi ero stancato degli sguardi troppo lunghi e di quelli troppo brevi.

Così avevo trasformato l’indipendenza in una fortezza.

Poi, nella casa accanto, arrivò Mauro.

Lo vidi scaricare due materassi, una televisione, qualche scatolone e una cuccia malconcia.

Infine tirò giù dal furgone il cane.

Era grande, nero e fulvo, probabilmente un incrocio di pastore tedesco. Aveva spalle che avrebbero dovuto sembrare possenti.

Invece si vedevano le costole.

Mauro gli mise un collare pesante e agganciò una catena a un picchetto piantato nel terreno.

La catena arrivava alla cuccia.

Arrivava a un pezzo di terra battuta.

Non arrivava all’ombra del portico.

Non arrivava quasi mai alla ciotola dell’acqua quando questa veniva spinta o rovesciata.

All’inizio pensai che fosse una sistemazione provvisoria.

Al terzo giorno capii che non lo era.

Al quinto telefonai al servizio comunale competente.

Arrivarono due operatori.

Quella mattina, stranamente, il cane aveva una ciotola piena d’acqua, crocchette e un telo nuovo sopra la cuccia.

Mauro disse che il cane dormiva in casa.

Gli operatori se ne andarono.

Il giorno seguente la catena era ancora lì.

Telefonai una seconda volta.

Successe la stessa cosa.

Mauro evidentemente vedeva arrivare le auto dalla strada e aveva il tempo di sistemare tutto.

Passarono le settimane.

Il cane dimagriva.

Io lo guardavo dalla finestra della cucina mentre bevevo il caffè nella tazza scheggiata che era appartenuta a mio padre.

Ogni mattina mi dicevo che non erano affari miei.

È una frase pericolosa, quella.

La pronunciamo per proteggerci.

La ripetiamo quando il vicino urla troppo forte, quando una vecchietta porta quattro borse della spesa da sola, quando qualcuno smette improvvisamente di presentarsi al bar.

Non sono affari miei.

Nel quartiere dove ero cresciuto, una volta funzionava diversamente.

Mia madre sapeva quando la signora Teresa aveva la febbre perché le persiane restavano chiuse dopo le nove.

Il fornaio teneva da parte il pane per chi arrivava tardi.

I bambini prendevano rimproveri da qualunque adulto li sorprendesse a fare sciocchezze, e nessuno chiamava subito un avvocato.

Non era tutto migliore.

Ma ci si accorgeva delle assenze.

Ci si accorgeva della fame.

Un pomeriggio di luglio il caldo diventò quasi insopportabile.

Dalla finestra vidi il cane trascinarsi verso il secchio dell’acqua.

Era caduto su un fianco, forse rovesciato dal vento.

Il cane avanzò finché la catena non si tese.

Provò ancora.

Tossì.

Poi si lasciò cadere.

Non ragionai più.

Riempì un contenitore di plastica con acqua fresca, infilai del pollo avanzato in un sacchetto e sistemai tutto sulle ginocchia.

Il terreno tra casa mia e la rete era leggermente in pendenza.

Le ruotine anteriori della sedia affondarono nella terra secca.

Dovetti tornare indietro, prendere la rincorsa di lato, spingere più forte.

Quando arrivai alla rete avevo la camicia incollata alla schiena.

Il cane mi vide e si nascose.

«Io non posso venire da te,» gli dissi. «E tu non puoi venire da me. Direi che siamo pari.»

Spinsi il contenitore sotto la rete.

Lui lo fissò.

Arretrai di qualche metro.

Solo allora si avvicinò.

Bevve così in fretta che l’acqua gli colava ai lati della bocca.

Quando finì, leccò il fondo.

Poi alzò gli occhi.

Fu la prima volta che ci guardammo davvero.

Gli passai il pollo.

«Non devi ringraziarmi.»

Il mattino seguente era già vicino al buco.

Così tornai.

E tornai ancora.

Ogni mattina prima di iniziare a lavorare portavo acqua e qualcosa da mangiare.

Ogni sera mi sedevo accanto alla rete.

Non conoscevo il suo nome.

Lo chiamai Vicino.

«Sai perché?» gli dissi una sera. «Perché ormai sei l’unico vicino che mi saluta.»

Il cane inclinò la testa.

Cominciai a parlargli.

Gli raccontai dell’incidente.

Dell’ospedale.

Di mio padre, morto tre anni prima della caduta, che probabilmente mi avrebbe preso a schiaffi vedendomi chiuso in casa per paura degli sguardi.

Gli raccontai di mia madre che la domenica apparecchiava sempre per una persona in più.

«Non si sa mai chi arriva,» diceva.

Gli raccontai di Lucia, mia sorella, che continuava a mandarmi fotografie delle lasagne e scrivere: “La sedia entra benissimo, la scusa non vale”.

Vicino ascoltava.

La prima settimana mangiava lontano.

La seconda cominciò a sdraiarsi vicino alla rete.

Alla terza settimana appoggiava il muso contro il filo metallico, quasi accanto alla mia ruota anteriore.

Poi Mauro ci vide.

«Che stai facendo?»

«Gli do da bere.»

«Ha già l’acqua.»

Guardai il secchio rovesciato.

Mauro afferrò la catena e diede uno strattone.

Il cane si appiattì immediatamente a terra.

Non abbaiò.

Non protestò.

Abbassò semplicemente la testa, come qualcuno che conosce troppo bene ciò che viene dopo.

Presi il telefono.

Mauro lasciò la catena.

«Mi filmi?»

«Sì.»

Mi guardò, poi guardò la sedia.

«E chi vuoi che dia retta a te?»

Una frase simile, anni prima, mi avrebbe chiuso la bocca.

Quella volta no.

«Forse nessuno oggi.»

Rientrai in casa e creai una cartella sul computer.

Foto.

Video.

Temperature.

Date.

Orari.

Segnalazioni.

Annotai ogni giorno in cui mancava l’acqua.

Ogni volta che la catena si impigliava.

Ogni volta che Mauro spariva per ore.

La signora Carmela, una vedova di sessantotto anni che abitava dietro le nostre case, mi vide fotografare la rete.

Il giorno dopo suonò al mio campanello.

«Giacomo, non voglio impicciarmi.»

Quando una persona comincia così, di solito sta per impicciarsi.

«Quel cane piange di notte.»

Mi mostrò un quaderno.

Aveva annotato gli orari.

Due giorni dopo il barista all’angolo mi fermò.

«È per quel cane, vero? Ho visto il padrone trascinarlo una sera.»

Il macellaio mi regalò ritagli di carne.

La farmacista mi mise da parte alcune grandi bottiglie vuote per trasportare acqua.

Nessuno fece proclami.

Nessuno si definì eroe.

Il quartiere fece quello che i quartieri sapevano fare una volta.

Cominciò a vedere.

Ventitré giorni dopo trovai Vicino disteso accanto alla rete.

Non sollevò nemmeno la testa.

La catena si era avvolta attorno alla sedia rotta.

Non poteva raggiungere né l’acqua né l’ombra.

Telefonai di nuovo.

Questa volta dissi soltanto:

«Ho ventitré giorni di documentazione. Video, fotografie e due testimoni.»

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