QUATTRO CANI SI MISERO DAVANTI AI CAMIONI PER NON ABBANDONARE IL QUINTO: POI UN MECCANICO MOSTRÒ UN VECCHIO VIDEO CHE FECE PIANGERE TUTTI
Il clacson del furgone urlava da almeno dieci secondi, ma i quattro cani non si spostavano.
Anzi.
Quando l’autista fece avanzare il mezzo di mezzo metro, loro si strinsero ancora di più attorno al quinto cane, quello steso sull’asfalto tra due vecchie strisce gialle.
Come se avessero deciso che, se doveva succedere qualcosa, sarebbe successo a tutti insieme.
Io ero fermo tre macchine più indietro.
Avevo cinquantotto anni, guidavo furgoni da quasi metà della mia vita e pensavo di averne viste abbastanza: tamponamenti, mezzi in panne, gente che litigava per un parcheggio, anziani rimasti senza benzina sulla tangenziale.
Quella mattina, invece, scesi dal furgone e vidi qualcosa che ancora oggi non riesco a raccontare senza sentire un nodo in gola.
Il cane ferito era un incrocio di pastore tedesco.
Nero e fulvo, muso già spruzzato di grigio, un orecchio piegato e una vecchia cicatrice su una zampa anteriore.
Provava ad alzarsi.
Le zampe posteriori non lo reggevano.
Accanto a lui c’era una femmina tigrata, compatta, con una macchia bianca sotto il mento. Ringhiava soltanto quando qualche macchina avanzava, poi tornava immediatamente vicino al muso del cane ferito.
Un grosso meticcio dal pelo lungo, simile a un San Bernardo dimagrito troppo in fretta, gli copriva la parte posteriore del corpo.
Tremava.
Ma non si muoveva.
Un cane biondo e magro correva da una corsia all’altra controllando il traffico.
Il più piccolo, nero, con due orecchie enormi e una macchiolina chiara sopra un occhio, continuava a toccare il naso del ferito.
Ogni volta che quello cercava di sollevarsi e ricadeva, il piccolo tornava a sfiorargli il muso.
Come per dirgli:
“Siamo ancora qui.”
Qualcuno dietro di me protestò.
“Ma dobbiamo restare bloccati tutto il giorno?”
Un altro uomo tirò fuori il telefono.
Una signora, invece, si mise una mano sulla bocca.
Io guardai quei cani e non dissi niente.
Perché una cosa era evidente.
Non stavano semplicemente occupando la strada.
Stavano lavorando.
Ognuno aveva un compito.
Arrivarono due operatori del rifugio comunale convenzionato con la zona e una veterinaria.
La donna si chiamava Elena.
Aveva quasi sessant’anni, capelli corti grigi e il modo di parlare di chi aveva passato una vita intera a calmare animali spaventati e persone ancora più spaventate.
Si avvicinò di lato.
Non guardò la femmina tigrata negli occhi.
Posò alcuni bocconi vicino al marciapiede.
Il cane biondo ne raccolse uno.
Per un attimo pensammo tutti che avesse fame.
Invece lo portò al cane ferito e lo lasciò davanti alla sua bocca.
Quello non riuscì a mangiare.
Il biondo rimase fermo.
Poi si sdraiò accanto a lui.
Fu lì che la gente smise di lamentarsi.
Anche il camionista che cinque minuti prima stava suonando il clacson spense il motore.
Un uomo scese da una Panda vecchissima e si mise cinquanta metri più indietro a fare segno alle auto di rallentare.
La signora che si era portata la mano alla bocca entrò nel bar all’angolo e tornò con due bottiglie d’acqua.
Un ragazzo del magazzino vicino trascinò fuori due cavalletti fluorescenti.
In meno di dieci minuti, quella strada industriale che normalmente non apparteneva a nessuno sembrava diventata il cortile di un condominio.
Tutti facevano qualcosa.
Nessuno si conosceva davvero.
Eppure tutti avevano capito che lì, in mezzo all’asfalto, c’era una famiglia che rischiava di spezzarsi.
Ci vollero quarantatré minuti per spostare il cane ferito.
Quarantatré.
Lo ricordo perché continuavo a guardare l’orologio sul cruscotto.
Elena fece scivolare sotto di lui una tavola rigida.
La femmina tigrata rimase con il muso vicino al suo.
Il cane enorme avanzò così vicino che il petto gli sfiorava il bordo della tavola.
Il piccolo nero riuscì perfino a infilarsi nel furgone prima degli operatori.
Il biondo fu il penultimo a salire.
La tigrata rimase qualche secondo sulla strada.
Guardò le strisce gialle.
Poi il furgone.
Infine salì.
Quella sera seppi che al pastore avevano trovato una frattura al bacino, molte contusioni, disidratazione e una vecchia ferita alla zampa.
Nessun microchip.
Nessun collare.
Nessun nome.
Nemmeno gli altri quattro avevano identificazione.
Però avevano tutti la stessa terra rossastra incastrata tra i cuscinetti delle zampe.
Venivano dallo stesso posto.
E, soprattutto, si comportavano come se avessero vissuto insieme da molto tempo.
Al rifugio li chiamarono Bruno, Rina, Arturo, Sole e Pepe.
Bruno era il pastore ferito.
Rina la femmina tigrata.
Arturo il gigante spelacchiato.
Sole il cane biondo.
Pepe il più piccolo.
Cinque cani.
Cinque nomi dati in fretta.
Una famiglia già esistente da chissà quanto.
La prima notte nessuno dei quattro volle mangiare.
Li avevano sistemati in box separati per controllarli.
Fu un disastro.
Rina camminava avanti e indietro.
Arturo guaiva.
Sole girava su se stesso.
Pepe si accucciò contro la porta senza muoversi.
Elena alla fine fece aprire le divisorie e li mise nella stessa stanza.
Arturo si sdraiò immediatamente.
Sole bevve.
Pepe si sistemò davanti alla porta dell’infermeria dove si trovava Bruno.
Rina rimase sveglia quasi tutta la notte.
Ogni pochi minuti alzava il muso e annusava l’aria.
Quella storia avrebbe potuto finire lì.
Cinque randagi.
Un incidente.
Un video commovente.
Qualche adozione.
Invece il quartiere cominciò a parlare.
E quando un quartiere italiano comincia a parlare, viene fuori di tutto.
La barista ricordava Arturo.
“Quello grosso? Veniva dietro ai bidoni in gennaio. Gli lasciavo il pane avanzato.”
Un magazziniere conosceva Sole.
“L’ho visto decine di volte lungo il canale.”
Una pensionata che portava fuori il cane alle sei del mattino disse di aver visto Rina dormire sotto la tettoia di una casa abbandonata.
Pepe era stato notato vicino a un piccolo deposito.
Ma tutti, in un modo o nell’altro, avevano visto Bruno.
“Era sempre davanti.”
Questa frase tornava continuamente.
Bruno camminava davanti.
Bruno controllava.
Bruno aspettava che gli altri mangiassero.
Bruno attraversava per primo.
Bruno tornava indietro.
Io cominciai ad andare al rifugio.
All’inizio dicevo a mia moglie, Laura, che passavo solo per sapere come stava.
Dopo trentadue anni di matrimonio, Laura sapeva distinguere una scusa da una verità prima ancora che finissi la frase.
La seconda volta venne con me.
Bruno era stato operato.
Era sdraiato su un materassino, ancora intontito.
Nella stanza vicina c’erano gli altri quattro.
Quando lui si muoveva, Rina si alzava.
Quando dormiva, lei si sdraiava.
Se emetteva un piccolo lamento, Pepe poggiava il naso contro la parete.
Laura rimase a guardarli.
Poi mi disse piano:
“Paolo, questi non stanno insieme perché hanno paura.”
“E allora perché?”
“Perché si appartengono.”
A casa avevamo già un vecchio meticcio, Berto, dodici anni, le zampe rigide e l’abitudine di dormire davanti al termosifone.
Nostra figlia Francesca viveva a venti minuti da noi con suo marito e nostra nipote Marta.
Nostro figlio Davide lavorava fuori città e tornava quasi ogni domenica.
La nostra casa era quella tipica costruita negli anni Ottanta con troppa fatica e troppi sacrifici.
Mio padre mi aveva aiutato a fare il cancello.
Mio suocero aveva posato le piastrelle del garage.
Io avevo sistemato il giardino nei fine settimana per trent’anni.
Era una casa piena di ricordi, non certo preparata per altri cinque cani.
Eppure cominciammo tutti a parlare di loro.
La domenica, durante il pranzo, invece del calcio o delle bollette, si discuteva di Bruno.
“Ha mangiato?”
“Cammina?”
“Rina lo vede?”
“Quel piccolino nero come sta?”
Persino mia madre, ottantatré anni, che considerava un cane in casa quasi un sacrilegio, una domenica mi chiese:
“E quello grosso? Arturo? Ha smesso di tremare?”
Fu allora che capii quanto quella storia fosse entrata nelle nostre vite.
Il video della strada intanto circolava ovunque.
Milioni di persone lo avevano visto.
Arrivavano richieste di adozione.
Una famiglia voleva Rina.
Una coppia di pensionati chiedeva Arturo.
Sole riceveva decine di richieste perché aveva lo sguardo dolce.
Pepe piaceva a tutti.
Bruno molto meno.
Aveva davanti settimane di riabilitazione.
Forse avrebbe zoppicato per sempre.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





