Una cliente voleva cacciare il cane a tre zampe, ma il gesto del proprietario lasciò tutti senza parole

Una cliente minacciò di chiamare l’ufficio sanitario per quel cane senza una zampa. Il proprietario smontò la sua unica sedia e cambiò l’intero quartiere.

«Leonardo, quel cane deve uscire. Subito.»

Daniela aveva ancora le mani strette attorno al cesto dei panni quando lo disse.

Tra due asciugatrici, una cagnolina tigrata respirava come se ogni boccata d’aria fosse diventata un lavoro.

Aveva il petto bianco, una zampa davanti candida e soltanto tre zampe.

La posteriore sinistra mancava da tempo.

Non c’era sangue, non c’era una ferita aperta. Solo un moncone vecchio, guarito male nella vita di tutti i giorni, con la pelle sotto arrossata e senza pelo perché continuava a sfregare contro l’asfalto.

Erano le due e quarantasei di un giovedì di luglio.

Fuori, nella periferia di Bologna, il marciapiede sembrava tremare per il caldo.

Dentro la lavanderia a gettoni di Leonardo Bianchi giravano ventiquattro asciugatrici, le luci al neon ronzavano sopra le teste e l’aria sapeva di cotone caldo, detersivo in polvere e ferro.

Il cane era entrato da meno di tre minuti.

Non aveva guardato nessuno.

Non aveva cercato cibo.

Vicino alla cassa c’era una ciotola con caramelle incartate. Accanto all’ingresso, un cestino conteneva la carta unta di qualche panino.

Lei aveva ignorato tutto.

Aveva puntato direttamente verso il grande ventilatore industriale vicino all’asciugatrice numero otto.

Poi l’unica zampa posteriore aveva ceduto.

La cagnolina aveva appoggiato il muso sulle piastrelle fresche e aveva cominciato ad ansimare con la bocca spalancata.

Quando un’asciugatrice aveva emesso il segnale di fine ciclo, lei aveva provato a trascinarsi sotto un tavolo.

Il moncone aveva strisciato sul pavimento.

Il corpo le era scattato di lato.

Daniela aveva sollevato il cesto con le magliette dei nipoti e lo aveva appoggiato sopra una lavatrice.

«Te lo dico per il tuo bene, Leonardo. Qui entra gente con lenzuola, vestiti dei bambini, biancheria. Se qualcuno chiama l’ufficio sanitario, sono guai.»

Leonardo aveva sessantatré anni, spalle ancora larghe e un ginocchio destro che non aveva mai smesso di ricordargli ventisette anni passati in magazzino.

Camminava lentamente, soprattutto quando cambiava il tempo.

Aveva aperto quella lavanderia dopo la chiusura del capannone dove lavorava.

All’inizio tutti gli avevano detto che era matto.

«A sessant’anni ti metti a fare debiti?»

Sua sorella Carmela glielo aveva ripetuto per settimane.

Ma Leonardo non sopportava l’idea di restare a casa ad aspettare la pensione davanti alla televisione.

Così aveva preso in affitto un vecchio locale sotto i portici, aveva riparato con le proprie mani metà delle macchine e, poco alla volta, la lavanderia era diventata una specie di piazza coperta.

Conosceva i clienti dai sacchi che portavano.

Sapeva chi usava troppo ammorbidente.

Sapeva quale pensionata arrivava il martedì perché il mercoledì aveva il mercato.

Sapeva chi lavava le lenzuola della madre anziana e chi portava ogni settimana le divise del figlio che lavorava di notte.

Nel quartiere c’era gente che non conosceva il cognome del vicino di pianerottolo, ma conosceva Leonardo.

Lui uscì da dietro il bancone e si fermò a qualche metro dal cane.

«Può mordere», disse un uomo.

«Può darsi», rispose Leonardo. «Quindi nessuno le va addosso.»

Bloccò la porta automatica in posizione aperta, perché continuava a scattare ogni volta che qualcuno si avvicinava.

Scrisse su un foglio:

ENTRARE DALLA PORTA LATERALE.

Poi chiese di lasciare libero il passaggio.

Daniela incrociò le braccia.

«Così non risolvi il problema dell’igiene.»

Leonardo guardò la cagnolina.

Le costole si vedevano sotto il pelo sporco.

«No.»

Si asciugò il sudore dalla fronte.

«Prima risolvo il problema del caldo.»

Telefonò al servizio comunale che si occupava degli animali trovati per strada.

Descrisse soltanto ciò che vedeva.

Femmina.

Taglia media.

Una zampa posteriore mancante.

Respirazione molto veloce.

Molto magra.

Pelle irritata sul vecchio moncone.

Nessuna ferita evidente.

Non riusciva a stare in piedi.

Dall’altra parte gli dissero di non obbligarla a bere, di non versarle acqua addosso e soprattutto di non cercare di sollevarla senza sapere come sostenerla.

Leonardo riattaccò.

Il ventilatore era vicino, ma il punto in cui il cane si era fermato era stretto.

I carrelli pieni di bucato passavano a pochi centimetri dalle zampe anteriori.

Dietro il bancone c’era una sola sedia.

Era lì da tre anni.

Leonardo l’aveva comprata usata da un bar che chiudeva e, siccome traballava, aveva imbullonato la struttura metallica al pavimento.

Il cuscino era consumato.

La finta pelle si era spaccata su un bordo.

Però per il suo ginocchio era diventata indispensabile.

Leonardo prese la chiave a bussola dalla cassetta degli attrezzi.

Daniela lo fissò.

«Che fai?»

Il primo bullone stridette.

La cagnolina sollevò immediatamente la testa.

Leonardo si fermò.

Aspettò che le orecchie si abbassassero.

Poi girò la chiave di un quarto.

Aspettò ancora.

Un altro quarto.

Ci mise quasi cinque minuti per fare un lavoro che normalmente avrebbe completato in trenta secondi.

Tolse il sedile dalla struttura.

Lo appoggiò vicino al ventilatore.

Sopra mise un asciugamano pulito.

La struttura vuota della sedia diventò una piccola barriera per impedire ai carrelli di avvicinarsi.

Daniela scosse la testa.

«Stai davvero smontando la tua sedia per un cane randagio?»

Leonardo posò la chiave sul bancone.

«È entrata qui chiedendo solo un pezzo di pavimento fresco.»

Nessuno disse più niente.

La cagnolina non salì subito sul cuscino.

Lo annusò.

Guardò la porta.

Poi rimise il muso a terra.

Leonardo lasciò una ciotola bassa poco distante e tornò dietro il bancone.

Non voleva circondarla.

Passarono cinque minuti.

Il ventilatore muoveva appena il pelo sulla schiena del cane.

La respirazione era ancora rapida, ma meno disperata.

A un certo punto lei si trascinò in avanti.

Posò la zampa bianca sul cuscino.

Poi il petto.

Infine lasciò cadere il muso sull’asciugamano.

La lavanderia diventò così silenziosa che si sentivano le monete rotolare nel cestello di una lavatrice.

Il mezzo del servizio animali arrivò poco dopo le tre.

Quando l’operatrice entrò, la cagnolina strinse entrambe le zampe anteriori attorno al cuscino e si abbassò.

La donna si fermò.

Non avanzò.

«Ha paura», disse.

Leonardo guardò il cane.

Poi il cuscino.

«Secondo me pensa che sei venuta a portarle via la sedia.»

L’operatrice si chiamava Andrea.

Rimase di lato, a distanza, senza fissare l’animale.

Chiese di spegnere l’asciugatrice numero otto.

Quando il rumore cessò, la cagnolina sollevò appena il muso.

Andrea fece scivolare verso di lei una seconda ciotola, aiutandosi con il manico di uno spazzolone.

Dentro c’era acqua con un po’ di cibo morbido.

Il cane annusò.

Ma non lasciò il cuscino.

Andrea osservò gli occhi asciutti, la saliva densa, il respiro ancora troppo veloce.

«Deve essere vista da un veterinario.»

Il problema era portarla fuori.

Non poteva attraversare il parcheggio sulle sue zampe.

Sollevandola male, avrebbe potuto provare dolore e reagire per paura.

Andrea tirò fuori una barella morbida.

Quando la tela si aprì con uno schiocco secco, il cane sobbalzò e cercò di nascondersi dietro la struttura metallica della vecchia sedia.

Leonardo si accovacciò dietro il bancone.

«Va bene, piccola.»

Non sapeva nemmeno se fosse vero.

Andrea richiuse la barella.

«Proviamo con delle coperte.»

Stesero una coperta grande sul pavimento, tra il cuscino e la porta laterale.

Leonardo spostò la ciotola sopra la stoffa.

Aspettarono.

La cagnolina allungò il collo.

Bevve due volte.

Poi si fermò.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto