Il mio cane sfondò il recinto durante il temporale e trovò il vicino che tremava: quello che accadde dopo divise tutto il quartiere
«GIULIA! IL TUO CANE È DI NUOVO NEL MIO GIARDINO!»
La voce di Franco Milani arrivò oltre la siepe mentre stavo ancora apparecchiando per la cena.
Posai il piatto sul tavolo e chiusi gli occhi.
Non avevo nemmeno bisogno di guardare.
Sapevo già chi fosse il colpevole.
Barnaba.
Quarantacinque chili di pelo, zampe enormi, orecchie storte e una capacità quasi soprannaturale di trovarsi sempre nel posto sbagliato al momento peggiore.
Quando uscii in cortile, Franco era vicino alle sue ortensie con le mani sui fianchi.
Barnaba sedeva davanti a lui.
Felice.
Sporco di terra.
Con un rametto in bocca.
«Mi dispiace, Franco.»
«Ti dispiace sempre.»
Indicò un buco sotto il recinto.
«Guarda qua. Un’altra volta.»
Franco aveva settantaquattro anni e viveva nella villetta accanto alla mia da quasi trent’anni.
Era uno di quegli uomini che ancora spazzavano il marciapiede davanti casa ogni mattina, anche quando non c’era niente da spazzare.
Le persiane dritte.
La siepe tagliata come con il righello.
La camicia infilata nei pantaloni perfino per buttare la spazzatura.
Io, al contrario, ero arrivata in quella piccola strada chiusa alla periferia di Modena da appena sei mesi.
Cinquantotto anni.
Separata.
Due figli ormai grandi che vivevano lontano.
Una casa comprata dopo anni di sacrifici e un desiderio quasi infantile: ricominciare senza dare fastidio a nessuno.
Mia madre mi aveva cresciuta con tre parole.
«Fai bella figura.»
Bella figura con i parenti.
Bella figura con i vicini.
Bella figura persino quando dentro ti stai sgretolando.
Così, quando Franco mi guardava come se Barnaba fosse una calamità naturale che avevo deliberatamente portato nel quartiere, io morivo di vergogna.
«Metterò una rete più resistente.»
«L’hai detto anche la settimana scorsa.»
«Stavolta lo faccio davvero.»
Franco indicò Barnaba.
«Un cane così grande non può andare dove gli pare.»
Su quello aveva ragione.
Presi Barnaba per il collare.
Lui si voltò verso Franco un’ultima volta.
E fece una cosa strana.
Non abbaiò.
Non scodinzolò.
Lo fissò.
Poi emise un piccolo lamento.
Franco corrugò la fronte.
«Portalo a casa.»
Quella sera rinforzai il recinto con assi, rete metallica e due vecchi mattoni.
Barnaba osservò tutto seduto sull’erba.
«Adesso basta.»
Mi guardò con quei suoi occhi color miele.
«Non guardarmi così. Hai torto tu.»
Sbuffò.
Sembrava quasi offeso.
Due giorni dopo arrivò il temporale.
Non una semplice pioggia estiva.
Uno di quei temporali che fanno tremare i vetri e spegnono per qualche secondo le luci del quartiere.
Stavo sistemando la cucina quando il primo tuono fece vibrare i bicchieri nella credenza.
Barnaba si alzò immediatamente.
Pensai che avesse paura.
Invece corse verso la porta sul retro.
Cominciò a graffiarla.
«No.»
Un altro tuono.
Barnaba guaì.
«Fuori non vai.»
Iniziò a camminare avanti e indietro.
Mai visto così.
Non tremava.
Non cercava un nascondiglio.
Sembrava… agitato per qualcos’altro.
Poi arrivò un tuono così forte che parve esplodere sopra il tetto.
Barnaba si lanciò contro la porta.
Il vecchio gancio cedette.
«Barnaba!»
Schizzò fuori sotto la pioggia.
Corsi dietro di lui in ciabatte.
Lo vidi raggiungere il recinto.
Per un secondo pensai che si sarebbe fermato davanti alle assi che avevo fissato.
Invece cominciò a spingere.
A scavare.
A cercare disperatamente un passaggio.
«Barnaba, vieni qui!»
Niente.
Un’asse marcia cedette.
Il cane scomparve dall’altra parte.
Verso casa di Franco.
Mi si gelò lo stomaco.
Immaginai già la scena.
Franco furioso.
Il recinto distrutto.
Qualche vaso rovesciato.
Forse la polizia locale chiamata da qualche vicino.
Attraversai il varco.
«Franco!»
Nessuna risposta.
Il portico era illuminato da una lampadina tremolante.
La pioggia cadeva di traverso.
E allora li vidi.
Franco era seduto sulla sua vecchia panca a dondolo.
Ma non stava gridando.
Non stava nemmeno guardando Barnaba.
Era piegato su se stesso.
Le mani strette sulle orecchie.
Gli occhi chiusi.
Ogni volta che tuonava, il suo corpo aveva un sussulto.
Barnaba gli era salito accanto.
Il mio cane, quello che non riusciva nemmeno a stare fermo quando sentiva aprire una confezione di biscotti, era immobile.
Aveva appoggiato tutto il fianco contro il petto di Franco.
Non lo leccava.
Non giocava.
Non cercava carezze.
Premendo il suo corpo contro quello dell’uomo sembrava dirgli una sola cosa:
Io sono qui.
Rimasi sotto la pioggia senza riuscire a muovermi.
Poi vidi la mano di Franco.
Lentamente scivolò via dall’orecchio.
Affondò nel pelo bagnato di Barnaba.
Franco inspirò.
Una volta.
Poi ancora.
Barnaba continuò a respirare lentamente.
E Franco, quasi senza accorgersene, cominciò a seguire quel ritmo.
Il temporale non era cambiato.
Ma Franco sì.
La sua schiena si rilassò un poco.
Le dita smisero di tremare.
Io mi nascosi dietro il pilastro del portico.
Non volevo farmi vedere.
Quello non era un momento da osservare.
Era un momento da proteggere.
Quando finalmente Franco aprì gli occhi, Barnaba sollevò appena il muso.
L’uomo gli sussurrò qualcosa che non riuscii a sentire.
Barnaba gli mise la testa sulle ginocchia.
Tornai a casa piangendo.
Non perché fossi triste.
Perché all’improvviso mi era sembrato di capire una cosa che nessuno mi aveva mai spiegato.
Mentre io ero occupata a impedire a Barnaba di oltrepassare un confine, lui aveva sentito qualcosa che tutti noi avevamo ignorato.
Il mattino seguente Franco mi aspettava vicino al buco del recinto.
Avevo già preparato il discorso.
«Franco, pago tutto io. Sistemo la tavola, il recinto, qualsiasi cosa abbia rotto.»
«Non aggiustarlo.»
Pensai di avere capito male.
«Come?»
Guardò verso casa mia.
Barnaba dormiva davanti alla porta.
«Le notti di temporale sono difficili.»
Tacque.
Franco non era un uomo che regalava parole.
Ogni frase gli costava fatica.
«Da giovane ho visto cose che preferirei dimenticare. Credevo di averle lasciate indietro.»
Abbassò lo sguardo.
«Ma certe cose non restano indietro.»
Non feci domande.
Lui continuò.
«Sono vent’anni che durante i temporali non dormo bene.»
Poi guardò Barnaba.
«Ieri sera quel bestione è rimasto lì finché non mi sono addormentato.»
Si infilò una mano nella tasca.
Ne tirò fuori un biscotto per cani.
«Se deve venire, almeno evitiamo che mi demolisca la recinzione.»
Quel sabato togliemmo una parte delle assi e costruimmo un piccolo cancelletto tra i due giardini.
Senza chiave.
Da quel momento Barnaba iniziò a passare molti pomeriggi sul portico di Franco.
Franco leggeva il giornale.
Barnaba dormiva ai suoi piedi.
A volte parlavano.
Sì, parlavano.
Franco raccontava.
Barnaba ascoltava.
Io li osservavo dalla cucina.
E per la prima volta da quando mi ero trasferita lì, smisi di preoccuparmi della bella figura.
Durò poco.
Perché in paese, prima o poi, qualcuno guarda dietro le tende.
Una settimana dopo trovai un foglio infilato nella cassetta delle lettere.
Segnalazione.
Cane lasciato libero.
Possibile situazione di pericolo.
Era stata allegata una registrazione fatta durante il temporale.
Qualcuno aveva ripreso Barnaba sul portico.
Da lontano.
Nel video sembrava davvero che il cane stesse schiacciando Franco contro la panca.
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