I vicini chiamarono i carabinieri contro mio padre di 72 anni: quando aprirono il suo furgone, nessuno ebbe più il coraggio di parlare
«Gino! Apri quel garage! Subito!»
La voce della signora Mirella attraversò tutta la via.
Era sul marciapiede con il telefono alzato davanti al viso. Dietro di lei, due vicini spiavano dai cancelli. Una pattuglia era ferma davanti a casa nostra, i lampeggianti che coloravano di blu i gerani di mia madre, morta ormai da sette anni.
Mio padre non protestò.
Restò appoggiato al bastone, con la vecchia camicia a quadri che metteva per lavorare in garage e quella faccia stanca che negli ultimi tempi mi faceva paura.
Settantadue anni.
Una pensione da contare moneta per moneta.
Un ginocchio che gli faceva male appena cambiava il tempo.
E una testardaggine che neanche gli anni erano riusciti a consumare.
Uno degli agenti parlò con calma.
«Signor Gino Bellini, abbiamo ricevuto diverse segnalazioni. Dicono che lei prende dei gatti dal rifugio, li tiene qualche mese e poi… spariscono.»
Mio padre non rispose.
L’agente continuò.
«Qualcuno sostiene che lei li ceda dietro pagamento. Altri hanno fatto ipotesi ancora peggiori.»
Mi partì il sangue alla testa.
Stavo per chiedere a Mirella se non avesse niente di meglio da fare che rovinare la vita agli altri.
Poi mi fermai.
Perché, vista da fuori, la storia sembrava davvero strana.
Da quasi tre anni papà faceva sempre la stessa cosa.
Andava al piccolo rifugio per animali alla periferia del paese, in provincia di Bologna, e ignorava i gattini che allungavano le zampe tra le sbarre.
Ignorava quelli giovani, belli, socievoli.
Andava in fondo.
Sempre in fondo.
Dove tenevano i gatti che nessuno voleva.
Quelli vecchi.
Quelli con un orecchio strappato.
Quelli che soffiavano appena vedevano una mano.
Quelli per cui sul foglio c’erano parole come “difficile”, “pauroso”, “non adatto a tutti”.
Papà li portava a casa.
Comprava coperte.
Cibo buono.
Cuscini riscaldanti in inverno.
A volte rinunciava perfino alla carne dal macellaio perché, diceva, «questa settimana il gatto ha bisogno di mangiare meglio di me».
Poi cominciava il suo lavoro.
Ore intere seduto sul pavimento.
Senza toccarli.
Senza fissarli.
Leggeva il giornale ad alta voce.
Faceva parole crociate.
A volte raccontava a quei gatti cose che non aveva raccontato nemmeno a me.
«Qui non viene nessuno a farti del male.»
Oppure:
«Puoi stare arrabbiato quanto vuoi. Io domani sono ancora qui.»
Dopo due o tre mesi accadeva sempre la stessa cosa.
Il gatto spariva.
La cuccia veniva lavata.
La ciotola rimessa nell’armadio.
E il vecchio furgoncino di papà usciva dal cortile prima dell’alba.
Non mi aveva mai spiegato niente.
Forse perché io non avevo mai avuto il coraggio di chiedere davvero.
L’agente indicò il garage.
«Dobbiamo vedere il mezzo.»
Mio padre guardò Mirella.
Lei teneva il telefono ancora più in alto.
Papà infilò lentamente la mano nella tasca e prese le chiavi.
«Non troverete quello che pensate.»
Aprì il portellone.
Mi preparai al peggio.
Dentro, invece, c’era un materasso di gommapiuma tagliato su misura.
Una coperta pulita.
Una ciotola fissata alla parete.
Una borsa con crocchette, salviette e piccoli quaderni.
E in mezzo a tutto questo sedeva un enorme gatto grigio.
Aveva un orecchio segnato da una vecchia ferita e due occhi color miele.
Indossava una semplice pettorina rossa riflettente.
Lo riconobbi.
«Arturo…»
Quando papà lo aveva portato a casa a gennaio, Arturo non lasciava avvicinare nessun uomo.
Per settimane aveva mangiato solo dopo mezzanotte.
Adesso era seduto tranquillo come se aspettasse qualcosa.
Papà richiuse parzialmente il portellone.
Poi guardò me e l’agente.
«Salite.»
L’agente esitò.
«Signor Bellini…»
«Se volete sapere dove spariscono i miei gatti, venite a vedere.»
Quaranta minuti dopo eravamo davanti a un palazzo popolare alla periferia della città.
Intonaco scolorito.
Biciclette legate alla ringhiera.
Una piccola farmacia dall’altra parte della strada.
Al portone ci aspettava un ragazzo.
Avrà avuto ventisei anni.
Forse meno.
Aveva perso un braccio durante il servizio militare anni prima.
Ma non fu quello a colpirmi.
Furono gli occhi.
Continuavano a controllare ogni automobile, ogni finestra, ogni rumore.
Papà parcheggiò.
Aprì il portellone.
Arturo saltò giù.
Non scappò.
Non cercò riparo.
Andò direttamente dal ragazzo.
Gli si strofinò contro la gamba.
Poi si sollevò, appoggiandogli lentamente le zampe sul petto.
Il ragazzo chiuse gli occhi.
Arturo cominciò a fare le fusa.
Un rumore basso.
Profondo.
Continuo.
Dopo mezzo minuto vidi le mani del ragazzo smettere di tremare.
La mascella si rilassò.
Il respiro cambiò.
Lui si chinò e nascose il viso nel pelo del gatto.
«Grazie, signor Gino.»
Una frase.
Tre parole.
Ma sembravano il rumore di una diga che crollava.
Papà prese dal sedile una busta.
L’agente si irrigidì.
Pensava forse ai soldi.
Dentro c’erano fogli.
Orari.
Abitudini.
Cose da evitare.
Cibo preferito.
Reazioni ai rumori.
Indicazioni scritte con la calligrafia grande e storta di mio padre.
Nessuna promessa miracolosa.
Nessuna pretesa di sostituire medici o cure.
Solo mesi di osservazioni.
Quando Arturo si avvicinava spontaneamente.
Come reagiva quando qualcuno aveva il respiro corto.
Quando preferiva stare vicino.
Quando aveva bisogno, invece, di essere lasciato in pace.
L’agente sfogliò qualche pagina.
Poi si voltò.
Si tolse il cappello.
E si passò una mano sugli occhi.
Io guardai mio padre.
«È questo che fai?»
Papà si appoggiò al furgone.
Sembrava improvvisamente più vecchio.
«Ci sono persone sole», disse. «Persone che hanno bisogno di qualcosa di vivo accanto quando la notte diventa troppo lunga.»
Indicò Arturo.
«E ci sono animali che nessuno vuole perché hanno paura di tutto.»
Fece spallucce.
«Io ho molto tempo e pochi soldi. Almeno il tempo posso darlo.»
«E non chiedi niente?»
Mio padre mi fissò quasi offeso.
«Cosa dovrei chiedere? Cento euro per aver insegnato a un gatto che una mano non è sempre una minaccia?»
Abbassai lo sguardo.
«Perché non hai mai spiegato niente?»
Papà fece un sorriso triste.
«Perché appena racconti una buona azione, arrivano quelli che vogliono trasformarla in una vetrina.»
Poi guardò Arturo.
«E io non ho bisogno di una vetrina.»
Quella sera tornammo al rifugio.
Papà passò davanti ai gatti giovani.
Davanti a una cucciolata che avrebbe trovato famiglia in pochi giorni.
Si fermò davanti all’ultima gabbia.
Dentro c’era un grosso gatto nero.
Un orecchio lacerato.
Il pelo spelacchiato in alcuni punti.
Quando vide papà, soffiò con una violenza che mi fece arretrare.
La volontaria ci avvertì.
«Quello è molto difficile.»
Papà aprì lentamente la porta esterna della gabbia e si sedette sul cemento.
Posò una mano a terra.
Vuota.
Ferma.
«Non sei cattivo», disse.
Il gatto soffiò.
Papà sorrise.
«Hai paura. È diverso.»
Il gatto mostrò i denti.
Papà rimase immobile.
«Bravo», sussurrò. «Vuol dire che non hai ancora smesso di combattere.»
Fu così che Nero arrivò a casa nostra.
Papà non gli diede subito un nome.
Diceva sempre che un nome era una promessa e che lui le promesse non le distribuiva come caramelle.
Preparò la stanza che una volta era stata la mia.
Una coperta sul pavimento.
Una cuccia.
Una fonte di calore soltanto su metà del giaciglio, così l’animale poteva scegliere.
Acqua.
Cibo.
Nessun angolo senza via d’uscita.
Poi si sedette fuori dalla porta socchiusa.
«Non devi diventare coraggioso oggi», disse.
Nero restò nell’angolo.
«Devi solo arrivare a domani.»
Passò quasi un’ora.
Io osservavo mio padre dalla cucina.
All’improvviso capii una cosa.
Non faceva tutto questo nel tempo libero.
Quello era il suo tempo libero.
Quella era la parte della pensione che avrebbe potuto passare al bar a giocare a carte.
Quella era la domenica pomeriggio che avrebbe potuto trascorrere davanti alla televisione.
Quelli erano i soldi con cui avrebbe potuto cambiarsi gli occhiali.
La mattina seguente, però, il paese aveva già una versione diversa.
Mirella aveva pubblicato il video nella chat di quartiere.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





