Avevo già la mano sulla porta per lasciarlo: poi il nostro cane rovesciò la sua borsa e scoprii perché tornava sempre distrutto
Avevo infilato il cappotto e preso la borsa.
Quella sera non volevo soltanto uscire.
Volevo andarmene da lui.
Erano quasi le dieci e io ero ancora lì, nel nostro piccolo appartamento alla periferia di Bologna, vestita come non mi vestivo da mesi.
Abito nero.
Capelli sistemati dal parrucchiere.
Orecchini che mia madre mi aveva regalato per i quarant’anni.
Rossetto rosso, quello che tenevo nel cassetto per le occasioni speciali.
Sul tavolo avevo persino lasciato due bicchieri pronti.
Marco, invece, non c’era.
Di nuovo.
Il telefono continuava a illuminarsi.
Le mie amiche erano già in centro.
Foto di tavoli pieni.
Calici alzati.
Musica.
Uomini sorridenti con camicie stirate e scarpe pulite.
Una mi aveva scritto:
“Dai, Elisa. Venite anche voi. Una volta tanto fagli mollare quel lavoro.”
Un’altra aveva aggiunto:
“Se non viene, vieni da sola. Non puoi fare la vedova bianca a quarantadue anni.”
Avevo riso.
Ma quella battuta mi aveva fatto più male di quanto volessi ammettere.
Alle 21:47 sentii finalmente la chiave girare nella serratura.
Marco entrò con la testa bassa.
Niente fiori.
Niente sorriso.
Nemmeno il tempo di guardarmi bene.
Aveva polvere bianca sulle spalle, sulle scarpe, perfino tra i capelli.
Lavorava nelle ristrutturazioni.
Quella settimana stavano finendo tre appartamenti prima della consegna e lui si era preso anche due piccoli lavori extra.
Sapeva di legno tagliato, caffè freddo e giornata troppo lunga.
“Scusami, Eli.”
La voce era roca.
“C’era traffico sulla tangenziale. Fammi sedere due minuti. Faccio una doccia e usciamo. Te lo prometto.”
Lo guardai senza rispondere.
Si sedette sulla panca dell’ingresso per togliersi gli scarponi da lavoro.
Ne sfilò uno.
L’altro rimase al piede.
Poi abbassò la testa.
Due minuti dopo dormiva.
Non il sonno leggero di chi chiude gli occhi.
Era crollato.
La testa piegata di lato, una mano ancora appoggiata sul laccio dello scarpone.
Sentii salire qualcosa dentro di me.
Rabbia.
Umiliazione.
Persino vergogna.
Avevo passato il pomeriggio a prepararmi.
Avevo detto alle mie amiche che finalmente saremmo usciti.
E invece ero lì, davanti a un uomo sporco di polvere che sembrava avere sessant’anni invece di quarantasei.
Pensai una cosa brutta.
La pensai davvero.
“Non voglio questa vita.”
Presi la borsa.
Poi afferrai il guinzaglio appeso vicino alla porta.
“Rocco, andiamo.”
Rocco era il nostro meticcio di quasi quaranta chili.
Un testone marrone e bianco, petto largo, zampe enormi.
Di solito bastava toccare il guinzaglio perché impazzisse.
Quella sera non si mosse verso di me.
Andò da Marco.
Si sedette accanto alle sue gambe.
Poi appoggiò lentamente la testa sul ginocchio sporco di polvere.
“Rocco.”
Niente.
“Dai, andiamo.”
Tirai leggermente il guinzaglio.
Il cane si irrigidì.
Si strinse ancora di più contro Marco.
Mi guardò.
Non so spiegare quello sguardo senza sembrare sciocca.
Sembrava triste.
Quasi contrariato.
Come se volesse dirmi:
“Guardalo meglio.”
Era la prima volta che Rocco sceglieva lui invece di me.
Mi arrabbiai perfino con il cane.
“Va bene. Restate qui tutti e due.”
Feci un passo verso la porta.
Col piede urtai la borsa degli attrezzi di Marco.
Cadde di lato.
Uscirono due cacciaviti, un metro pieghevole, un paio di guanti e diversi fogli spiegazzati.
Sbuffai.
Mi chinai per rimettere tutto dentro.
Poi vidi una fotografia stampata.
Una casa.
Piccola.
Vecchiotta.
Intonaco color crema.
Tetto da sistemare.
Circa quaranta minuti fuori città.
Dietro, però, si vedeva un giardino enorme.
Recintato.
Presi il foglio.
Era l’annuncio di vendita di una casa.
Sul bordo Marco aveva scritto numeri a penna.
Quattro sabati di straordinario.
Due lavori la domenica.
Risparmio mensile.
Anticipo.
Spese del notaio.
Materiale per rifare una stanza da solo.
Costo della recinzione.
Poi, in fondo, cerchiata tre volte, c’era una frase.
“Rocco qui può finalmente correre.”
Rimasi immobile.
Voltai il foglio.
Dietro c’era un altro conto.
Una frase ancora più piccola.
“Se tengo questo ritmo fino a primavera, forse ce la facciamo.”
Non scrisse:
“Ce la faccio.”
Scrisse:
“Ce la facciamo.”
Alzai gli occhi verso Marco.
Guardai le sue mani.
Non le avevo osservate davvero da mesi.
Aveva piccoli tagli sulle nocche.
La pelle secca.
Un dito gonfio.
Cicatrici vecchie sovrapposte a graffi nuovi.
Due unghie annerite.
Mani che a tavola mi davano fastidio perché sembravano sempre sporche, anche dopo che le lavava.
Mani che quella sera, per la prima volta, vidi per ciò che erano.
Il suo calendario.
La sua fatica.
Il prezzo che stava pagando senza farmelo pesare.
Pensai alle foto ricevute mezz’ora prima.
Ai bicchieri alzati.
Alle camicie perfette.
Alle battute.
A tutta quella vita brillante che guardavo dal telefono e confrontavo continuamente con la nostra.
Mi sentii piccola.
Marco non mi stava ignorando.
Stava sbagliando, sì.
Stava esagerando.
Ma non era assente perché non gli importava.
Era esausto perché si era convinto che per rendermi felice dovesse costruire qualcosa di più grande della nostra vita presente.
Rocco l’aveva capito prima di me.
Mi tolsi le scarpe.
Posai la borsa.
Presi la vecchia coperta pesante dall’armadio, quella che mia nonna aveva cucito quando ero ragazza.
Coprii Marco.
Poi gli sfilai lentamente anche l’altro scarpone.
Lui non si svegliò.
Rocco mi osservava.
“Va bene,” sussurrai. “Hai vinto tu.”
Mi sedetti per terra.
Mi tolsi il rossetto con un fazzoletto.
Appoggiai la testa alla gamba di Marco.
Rocco fece lo stesso dall’altra parte.
Non c’era musica.
Nessun brindisi.
Nessuna fotografia.
Solo tre creature stanche in un appartamento troppo piccolo.
Eppure quella sera, per la prima volta da mesi, sentii che qualcosa era vero.
La mattina dopo capii che non bastava.
La luce entrava dalle tapparelle e mostrava tutto ciò che di notte sembrava poetico.
Polvere sul pavimento.
La borsa aperta.
Uno scarpone vicino alla porta.
Il mio vestito spiegazzato.
Marco si svegliò lentamente.
Quando vide la coperta, me e Rocco sul tappeto, non sorrise.
Arrossì.
Di vergogna.
“Oddio.”
Si tirò su.
“Eli, scusami.”
“Di cosa?”
“Ho rovinato tutto.”
“Non hai rovinato niente.”
“Eri pronta. Avevi organizzato. E io sono tornato a casa e sono morto lì sopra.”
Provai a prendergli la mano.
La ritirò.
Non con rabbia.
Sembrava un gesto imparato.
“Marco.”
“Lascia stare.”
“Ho trovato l’annuncio della casa.”
Si fermò.
Per qualche secondo sentii soltanto il frigorifero.
Pensavo che avrebbe sorriso.
Pensavo che mi avrebbe detto:
“Sorpresa.”
Invece disse:
“È una stupidaggine.”
“Perché?”
“Perché non possiamo permettercela.”
“Ma hai fatto tutti quei conti.”
“Faccio conti quando sono fermo nel furgone. Non significa niente.”
“C’era scritto che Rocco avrebbe potuto correre.”
Marco abbassò gli occhi.
“Tu meriti di meglio.”
Quella frase mi colpì più della casa.
“Meglio di cosa?”
“Di vivere lontano. Di una casa vecchia. Di uno che il sabato sera si addormenta con gli scarponi.”
Mi si chiuse lo stomaco.
Finalmente vedevo il problema.
Non era soltanto quanto lavorava.
Era perché lavorava così.
Marco si era convinto di non essere abbastanza.
Io avevo contribuito.
Con ogni sospiro.
Ogni volta che gli avevo detto:
“Non facciamo mai niente.”
Ogni volta che gli avevo mostrato la foto di una coppia dicendo:
“Guarda loro.”
Ogni volta che avevo criticato il nostro appartamento.
La cucina vecchia.
Il balcone piccolo.
Le vacanze rimandate.
La macchina usata.
Lui aveva raccolto tutte quelle frasi come chiodi.
E le aveva piantate dentro di sé.
“Resta a casa oggi,” gli dissi. “Riposa.”
Marco fece una risata secca.
“Non posso.”
“Puoi telefonare.”
“No.”
“Perché?”
Mi guardò.
“Perché io non sono quel tipo d’uomo.”
Quella frase mi rimase addosso.
Come se riposarsi fosse una colpa.
Come se un uomo valesse soltanto finché regge.
Fece colazione in piedi.
Caffè.
Due biscotti.
Un bicchiere d’acqua bevuto solo perché glielo misi davanti.
Poi prese le chiavi.
Prima di uscire mi baciò sulla fronte.
“Stasera torno presto.”
“Non devi farti perdonare niente.”
Lui fece un mezzo sorriso.
“Te lo devo.”
La porta si chiuse.
Rocco rimase seduto davanti all’ingresso.
Aspettò.
Uno, due minuti.
Solo dopo venne da me.
Quella domenica avremmo dovuto pranzare da mia madre.
Nella mia famiglia il pranzo della domenica era quasi una religione.
Mia madre preparava tagliatelle e ragù anche se eravamo in quattro.
Mio padre metteva la camicia buona perfino in casa.
Sul tavolo si parlava dei figli degli altri, delle case degli altri, delle pensioni degli altri.
E, soprattutto, si manteneva la bella figura.
Sempre.
Mia madre mi aveva cresciuta così.
“Le cose brutte si risolvono in casa.”
“I problemi non si raccontano.”
“Quando esci, devi essere presentabile.”
“Non importa quanto sei stanca. Non darlo a vedere.”
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





