Presi la mazza per difendere il mio cane dall’uomo tatuato in giardino, ma dietro la siepe trovai un dolore che non dimenticherò mai
Stringevo la vecchia mazza di alluminio di mio figlio così forte che mi facevano male le dita.
Ero convinto di dover difendere Bruno.
Invece, quando girai dietro il capanno degli attrezzi, trovai un uomo enorme seduto nella terra, con la faccia affondata nel pelo del mio cane.
E stava piangendo come si piange a un funerale.
Tutto era cominciato quella domenica mattina.
Avevo bisogno di sistemare la recinzione del giardino prima che cedesse del tutto. Due pali erano marci, una parte della rete si inclinava verso l’orto del vicino e mia moglie Elena continuava a ripetermi che, prima o poi, Bruno sarebbe riuscito a passare.
Bruno era il nostro bovaro del Bernese.
Quasi cinquanta chili di pelo, zampe enormi e l’idea assurda di essere ancora un cucciolo.
A vederlo dietro un cancello poteva mettere soggezione.
In realtà avrebbe accolto un ladro portandogli probabilmente una ciabatta.
Avevo telefonato a quattro persone.
Nessuno lavorava di domenica.
Solo uno aveva risposto.
«Posso venire tra mezz’ora.»
Si chiamava Rocco.
Arrivò con un vecchio furgoncino bianco che faceva un rumore simile a una pentola piena di bulloni.
Quando scese, lo ammetto, mi irrigidii.
Era enorme.
Spalle larghe, testa rasata, barba di qualche giorno. Sulle braccia aveva tatuaggi fino ai polsi: teschi, filo spinato, date, nomi, disegni che da lontano sembravano tutte storie finite male.
La maglietta scura aveva una manica strappata.
Gli scarponi erano consumati.
Non sorrise.
Non mi tese la mano.
Guardò semplicemente la recinzione e disse:
«Quanto vuole cambiare?»
Gli mostrai i pali.
Fece due conti su un pezzo di cartone e mi disse una cifra molto più bassa di quanto mi aspettassi.
E invece di pensare che forse era una persona onesta che aveva bisogno di lavorare, pensai subito:
Troppo poco.
Dov’è la fregatura?
Questo pensiero oggi mi fa vergognare.
Ma quel giorno ero ancora uno di quelli che si considerano prudenti quando, in realtà, stanno soltanto giudicando.
«Una cosa», gli dissi.
Rocco alzò gli occhi.
«Non andare vicino alla porta sul retro. Ho un cane grosso. Con gli sconosciuti non scherza.»
Era una bugia.
Bruno avrebbe leccato anche l’esattore delle tasse.
Ma volevo tenere Rocco lontano da casa.
Lui annuì.
«Va bene.»
Niente domande.
Niente battute.
Prese una mazza pesante dal furgone e cominciò a lavorare.
Per quasi tre ore sentii colpi regolari.
Tum.
Tum.
Tum.
Io me ne stavo in cucina con il caffè, fingendo di leggere il giornale.
In realtà controllavo continuamente dalla finestra.
A cinquantotto anni pensavo di aver imparato a conoscere le persone.
Avevo cresciuto un figlio.
Pagato un mutuo.
Sepolto mio padre.
Litigato con fratelli per sciocchezze e fatto pace troppo tardi.
Credevo che gli anni mi avessero regalato intuito.
Invece, a volte, gli anni ci regalano soltanto pregiudizi più eleganti.
A un certo punto i colpi cessarono.
Passarono dieci minuti.
Poi quindici.
Poi venti.
Guardai l’orologio.
«Bella la vita», borbottai.
Andai verso la porta finestra, pronto a ricordargli che lo stavo pagando per lavorare.
Poi vidi la zanzariera.
Era socchiusa.
Sentii il sangue scendermi dalla faccia.
«Bruno?»
Nessuna risposta.
«Bruno!»
Niente.
Il suo cuscino era vuoto.
La ciotola dell’acqua era lì.
Il cane no.
Nella mia testa accadde tutto in pochi secondi.
Bruno era uscito.
Aveva abbaiato a Rocco.
Rocco si era spaventato.
La mazza.
Il cane.
Il silenzio.
Mi vergogno perfino a scriverlo, ma quello immaginai.
Aprii il ripostiglio e presi la vecchia mazza da baseball che mio figlio Matteo aveva usato da ragazzino.
Uscii di corsa.
Avevo il cuore che sembrava volermi uscire dalla gola.
Girando dietro il capanno, alzai già la voce.
«Ehi!»
Poi mi fermai.
Rocco era seduto per terra, con la schiena contro un palo appena piantato.
Bruno gli stava praticamente addosso.
Il mio enorme cane era sdraiato sulle sue gambe come una coperta pelosa.
Rocco aveva entrambe le braccia intorno al suo collo.
Il viso era nascosto nel pelo.
Le sue spalle tremavano.
Non stava facendo male a Bruno.
Stava piangendo.
Non le lacrime discrete di chi si commuove a un matrimonio.
Piangeva con quei singhiozzi bassi, rotti, quasi senza fiato, che vengono quando una persona ha trattenuto troppo per troppo tempo.
Bruno non si muoveva.
Aveva appoggiato il muso sulla spalla di quell’uomo e lasciava che lui si aggrappasse.
Abbassai lentamente la mazza.
In quel momento mi sentii piccolo.
Ridicolo.
Quasi sporco.
Feci un passo.
Sotto la scarpa si spezzò un rametto.
Rocco sollevò la testa di colpo.
Quando vide me e la mazza, sul suo viso passò qualcosa che non dimenticherò mai.
Paura.
Non aggressività.
Paura.
Spinse delicatamente Bruno di lato e si alzò in fretta.
Si pulì gli occhi con le mani sporche di terra.
«Mi scusi.»
Aveva la voce spezzata.
«È uscito lui. Non l’ho chiamato. Giuro. Torno subito al lavoro. Non mi tolga niente dalla giornata.»
Quelle parole mi colpirono più di qualsiasi insulto.
Non mi disse: aiutami.
Non mi disse: ho bisogno.
Mi disse soltanto:
Non mi tolga niente dalla giornata.
Come se il fatto di essere stato sorpreso a piangere potesse costargli dei soldi.
«Rocco.»
Guardò a terra.
«Che succede?»
Scosse la testa.
Bruno gli spinse il muso contro una mano.
Rocco gli accarezzò lentamente la testa.
«È l’odore.»
«Quale odore?»
«Il legno.»
Inspirò.
«Ha addosso odore di segatura di cedro.»
Guardai Bruno senza capire.
Rocco indicò il punto vicino alla cuccia, dove avevo sparso trucioli profumati pochi giorni prima.
«Il mio cane aveva sempre quell’odore.»
Rimase zitto.
Poi sollevò il polso.
Tra i tatuaggi c’era una scritta piccola.
NERONE.
«Era un incrocio con un rottweiler. Nero, grosso. Testa dura. Dormiva sempre contro le mie gambe.»
Disse “era”, ma subito si corresse.
«È.»
Lo guardai.
Rocco respirò profondamente.
«Tre mesi fa ho dovuto lasciare l’appartamento. Il proprietario ha aumentato l’affitto. Io avevo perso due lavori grossi. Non ci stavo più dentro.»
Indicò il furgone.
«Da allora dormo lì.»
Mi si strinse lo stomaco.
«E il cane?»
Rocco chiuse gli occhi per un istante.
«All’inizio stava con me. Ma ad agosto dentro il furgone diventava un forno. Quando lavoravo non sapevo dove lasciarlo.»
Abbassò la voce.
«Ho chiesto in giro. Pensioni, rifugi, conoscenti. Un cane grosso e anziano non lo vuole quasi nessuno.»
Bruno continuava a premere contro la sua gamba.
«Martedì l’ho affidato a una rete di famiglie che ospitano animali temporaneamente.»
Rocco deglutì.
«Gli ho lasciato la sua coperta. La ciotola. Tutto.»
Una lacrima gli scese lungo la guancia tatuata.
«Quando sono andato via mi ha seguito fino al cancello.»
Non disse altro per qualche secondo.
Non ce n’era bisogno.
«Da martedì non toccavo un cane», aggiunse.
Guardò Bruno.
«Poi questo bestione è uscito, mi si è appoggiato addosso e aveva lo stesso odore.»
Fece una risata breve e amara.
«Per un attimo mi è sembrato che Nerone mi stesse dicendo che era ancora vivo e che non mi odiava.»
Guardai quell’uomo davvero per la prima volta.
Non i tatuaggi.
Non il furgone.
Non le maniche strappate.
Vidi le mani spaccate dal lavoro.
La pelle cotta dal sole.
Gli occhi stanchi.
Un uomo che dormiva in macchina e lavorava di domenica per rimettersi in piedi.
Un uomo che aveva rinunciato alla cosa che amava di più perché non riusciva più a garantirle una vita decente.
E pensai a mio padre.
Quando ero bambino mi sembrava invincibile.
Poi, dopo la chiusura della piccola officina in cui lavorava, lo vidi una notte seduto in cucina a fare i conti con una matita.
Credeva che dormissi.
Aveva cinquantasei anni.
Piangeva in silenzio perché non sapeva come pagare una rata.
La mattina dopo ci portò comunque i cornetti.
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