Mio figlio di sei anni finì dalla preside perché si rifiutò di cancellare il nostro gatto dall’albero genealogico. Poi fece una domanda che zittì tutti.
«Io Tito non lo cancello.»
Matteo lo disse con la matita stretta nel pugno e gli occhi pieni di lacrime, davanti alla maestra e a un foglio grande quasi quanto lui.
Aveva sei anni.
Non aveva insultato nessuno.
Non aveva picchiato un compagno.
Non aveva fatto una scenata.
Semplicemente, si era rifiutato di cancellare un gatto.
Quando andai a prenderlo alla scuola primaria del nostro paese, in provincia di Modena, lo trovai seduto su una delle sedie verdi fuori dall’ufficio della dirigente.
Stringeva il cartellone contro il petto.
Appena mi vide, abbassò la testa.
Matteo non era un bambino capriccioso. Era quello che spostava le lumache dal vialetto perché, diceva, «se passa una bicicletta non fanno in tempo a scappare».
Era quello che conservava metà biscotto per Tito anche se gli ripetevamo che ai gatti i biscotti non si danno.
Salì in macchina senza parlare.
Partii.
Dopo due strade sentii tirare su col naso dal sedile posteriore.
Guardai nello specchietto.
«Matteo?»
Lui scosse la testa.
Accostai davanti al vecchio campo sportivo e mi girai.
«Fammi vedere.»
Mi porse il cartellone tutto stropicciato.
Il compito era semplice: disegnare l’albero genealogico della propria famiglia.
In basso Matteo aveva fatto me e sua madre, Sara.
Sopra, i quattro nonni.
Aveva aggiunto perfino la bisnonna Rosa, ottantasei anni, che ogni domenica pretendeva ancora di preparare le tagliatelle perché «quelle comprate sanno di cartone».
Poi, proprio al centro del foglio, c’era lui.
Tito.
Un grosso gatto tigrato con una coda storta e un pezzetto d’orecchio mancante.
Sotto, in lettere traballanti, Matteo aveva scritto:
TITO, MIO FRATELLO.
Accanto c’era una riga rossa.
“NON CORRETTO. SOLO PARENTI. RIFARE.”
Matteo si strofinò il naso con la manica.
«La maestra ha detto che Tito non è famiglia.»
Rimasi zitto.
«Ha detto che è un animale.»
«Be’, Tito è un animale.»
«Lo so.»
Mi guardò quasi infastidito.
«Ma anche noi siamo animali, papà. Solo che parliamo di più.»
Non riuscii a trattenere un sorriso.
Lui no.
Era serissimo.
«Le ho detto che dorme con me. Che quando sono malato non se ne va. Che mi aspetta davanti al bagno. Che sa quando piango.»
Poi abbassò di nuovo gli occhi.
«Lei ha detto che famiglia vuol dire avere lo stesso sangue.»
Fu allora che Matteo mi fece la domanda che mi tolse ogni risposta pronta dalla bocca.
«Papà, tu e mamma avete lo stesso sangue?»
«No.»
«E siete famiglia?»
«Certo.»
Lui annuì lentamente, come se avesse appena dimostrato un teorema.
«Allora perché voi potete scegliervi e io non posso scegliere Tito?»
Restai girato verso di lui senza dire niente.
In trentotto anni avevo sentito adulti discutere di famiglia durante pranzi interminabili, matrimoni, funerali, divisioni di case, battesimi e litigi per eredità che duravano più dei matrimoni stessi.
Avevo sentito dire mille volte che “il sangue non è acqua”.
Ma non avevo mai sentito nessuno formulare la questione con quella semplicità.
Tito era arrivato a casa nostra quattro anni prima.
Non era bello nel modo in cui sono belli i gatti delle pubblicità.
Aveva la coda piegata come una maniglia rotta, una cicatrice chiara sul naso e un piccolo taglio sull’orecchio sinistro.
Quando chiudevamo una porta con troppa forza, si abbassava di colpo.
Nessuno ci aveva saputo dire cosa gli fosse successo prima.
Lo avevamo trovato in un rifugio della zona, rannicchiato in fondo a una gabbia.
Gli altri gatti miagolavano, cercavano attenzione.
Lui no.
Ci guardava.
Fu Matteo, che allora aveva poco più di due anni, a infilare le dita attraverso la rete.
Tito si avvicinò.
Appoggiò la fronte contro quelle dita minuscole.
Fine.
La decisione era presa.
Da quel giorno dormiva ai piedi del letto di Matteo.
Quando nostro figlio ebbe una brutta influenza l’inverno precedente, con la febbre che non scendeva e noi due genitori che facevamo finta di non essere spaventati, Tito rimase nella sua stanza quasi due giorni.
Mangiava poco.
Usciva solo per la lettiera.
Poi tornava vicino al cuscino.
Mia madre, che non aveva mai avuto animali in casa e ripeteva che «ai miei tempi i gatti stavano nei fienili», guardò quella scena e disse:
«Questo qua gli fa la guardia meglio di noi.»
Da allora, la domenica, quando veniva a pranzo, portava sempre un pezzetto di pollo «avanzato per caso».
Naturalmente non avanzava mai per caso.
Quindi no.
Non avevo intenzione di spiegare a Matteo che l’amore valeva soltanto quando rientrava dentro una definizione stampata su un quaderno.
Il giorno dopo chiesi un incontro con la maestra.
Portai Matteo.
E feci una cosa che, col senno di poi, avrei potuto gestire meglio.
Portai anche Tito.
Dentro un trasportino chiuso.
Andammo nel tardo pomeriggio, quando quasi tutti i bambini erano già usciti.
La maestra, Elena, stava mettendo in ordine una pila di schede.
Quando vide il trasportino si irrigidì.
«Signor Ricci, gli animali non possono entrare a scuola.»
«Lo so. Restiamo sulla porta. Non voglio creare problemi.»
Lei sospirò.
Aveva poco più di cinquant’anni, i capelli corti, gli occhiali appesi a una catenella e quell’aria ordinata di chi passa la vita a sistemare cose lasciate in disordine dagli altri.
«Io ho già spiegato a Matteo il senso del compito.»
Indicò il cartellone.
«Un albero genealogico serve a capire le parentele. Non è una classifica delle persone o degli esseri a cui vogliamo bene.»
«Ma lei gli ha detto che Tito non è famiglia.»
«Ho detto che non è un parente.»
«Matteo ha capito altro.»
La maestra guardò lui.
«Matteo, le definizioni sono importanti.»
Lui abbassò lo sguardo.
«Anche Tito è importante.»
La maestra inspirò.
«Se permetto a un bambino di mettere il gatto nell’albero genealogico, un altro metterà il cane, un altro il criceto. Alla fine non insegniamo più ciò che dovremmo insegnare.»
Stavo per rispondere.
Poi successe una cosa banale.
Una di quelle cose che non sembrano niente finché non cambiano l’aria di una stanza.
Matteo si chinò e aprì appena il trasportino.
«Matteo…»
Non feci in tempo.
Tito uscì.
Non corse.
Non saltò sui banchi.
Fece tre passi lenti verso la maestra e si sedette accanto alla sua gamba.
Poi le appoggiò il fianco contro lo stinco.
Elena rimase immobile.
Matteo sussurrò:
«Fa così quando uno è triste.»
La maestra guardò il gatto.
Per un momento smise di essere “la maestra”.
Le spalle le scesero.
La bocca le tremò appena.
«Mio marito è morto tre anni fa.»
Non sapevo cosa dire.
Lei continuò a guardare Tito.
«Avevamo una gatta.»
Si tolse gli occhiali.
«Ogni sera si metteva esattamente così. Contro la mia gamba.»
Matteo fece un passo avanti.
«Allora era famiglia.»
Elena chiuse gli occhi per un secondo.
Poi si abbassò e allungò la mano.
Tito ci strofinò contro la fronte.
La maestra prese il cartellone di Matteo.
Guardò la scritta rossa.
Aprì un cassetto e tirò fuori un foglio di adesivi dorati.
Staccò una stellina.
La mise accanto al disegno del gatto.
«L’albero genealogico deve continuare a indicare i parenti.»
Matteo si rabbuiò.
«Però ho sbagliato io a dirti che quello che provavi era sbagliato.»
Prese la penna.
Cancellò parte della nota.
Poi scrisse:
“ALBERO: PARENTI. TITO: FAMIGLIA SCELTA.”
Matteo la fissò.
«Posso lasciarlo sul foglio?»
«Puoi.»
Mio figlio fece un sorriso così grande che gli si chiusero quasi gli occhi.
Pensai che fosse finita lì.
Mi sbagliavo.
Due giorni dopo ero al supermercato del paese, nel reparto biscotti, quando squillò il telefono.
Numero della scuola.
Mi rispose il dirigente scolastico, Paolo Conti.
Voce educata.
Troppo educata.
«Signor Ricci, avrei bisogno di parlarle dell’animale portato nell’edificio.»
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