Non sapevo cosa rispondere.
«Mi dispiace.»
Lei scosse la testa.
«Volevo solo dirle grazie.»
Non feci in tempo ad aggiungere altro.
Un uomo con un cappellino scuro si avvicinò.
Lo avevo visto altre volte.
Sua figlia era in un’altra classe.
«Lei è quello del gatto?»
Il tono era diverso.
«Sono il padre di Matteo.»
«Mia figlia è allergica ai gatti.»
«Lo so che c’è una bambina con allergia.»
«Lo sa adesso.»
Aveva ragione anche lui.
«Senta», dissi, «ho già parlato con il dirigente. Non porterò più Tito a scuola.»
L’uomo sembrò quasi spiazzato.
Probabilmente si aspettava una lite.
«Però non mi pento di aver difeso quello che provava mio figlio.»
«I sentimenti non possono venire prima della sicurezza.»
«Non devono.»
Annuii.
«Le due cose possono esistere insieme.»
Lui mi fissò.
«I bambini devono imparare la realtà.»
Matteo, accanto a me, tirò la manica della giacca.
«Papà, è arrabbiato con Tito?»
L’uomo guardò mio figlio.
Per un istante il viso gli cambiò.
Non aveva più davanti “quello che ha portato il gatto a scuola”.
Aveva davanti un bambino di sei anni.
«No», disse più piano. «Non sono arrabbiato con Tito.»
«Allora con chi?»
L’uomo si passò una mano sulla nuca.
«Con gli adulti quando non pensano a tutto.»
Matteo ci rifletté.
Poi disse:
«Gli adulti non pensano mai a tutto.»
Persino l’uomo sorrise.
«Su questo hai ragione.»
Se ne andò.
Quella sera ricevemmo un messaggio dalla maestra Elena.
Scriveva che aveva letto il mio post.
Che alcune persone le avevano mandato messaggi gentili.
Altre no.
Che aveva sbagliato alcune parole, ma che non voleva diventare né una cattiva maestra né un simbolo.
Poi scrisse:
“Non avevo mai capito quanti bambini modificassero il racconto della loro vita per farlo entrare nei nostri compiti.”
Lessi quella frase tre volte.
La settimana successiva cominciarono i preparativi per la giornata delle famiglie.
E lì esplose la seconda discussione.
Alcuni genitori erano entusiasti.
Altri dicevano che la scuola doveva occuparsi di matematica, italiano e geografia.
Qualcuno temeva che i bambini con situazioni familiari difficili potessero sentirsi esclusi.
Qualcun altro pretendeva che si restasse su un concetto “tradizionale”.
La frase che continuava a tornare era sempre la stessa.
“Le definizioni contano.”
Ormai ogni volta che la sentivo pensavo a Matteo.
Una sera lo trovai al tavolo della cucina con pennarelli, colla e fotografie.
Sul lato sinistro aveva fatto l’albero genealogico.
Io.
Sara.
I nonni.
La bisnonna Rosa.
Sul lato destro un enorme cerchio.
Sopra aveva scritto:
CHI MI FA SENTIRE AL SICURO.
Al centro c’era Tito.
Naturalmente.
Più grande di tutti.
Con la coda storta disegnata come un fulmine.
Intorno c’eravamo io, Sara, i nonni.
Poi notai una figura con gli occhiali.
«Questa chi è?»
«La maestra Elena.»
«Hai messo anche lei?»
Matteo continuò a colorare.
«Sì.»
«Perché?»
Alzò le spalle.
«Perché ha aggiustato quello che aveva scritto.»
Lo guardai.
«Ma prima ti aveva fatto stare male.»
«Sì.»
«E allora?»
Matteo mi fissò come se fossi io quello che non capiva.
«Poi ha capito.»
Tornò a colorare.
«Se uno capisce, non devi essere arrabbiato per sempre.»
Sara era appoggiata al frigorifero.
Mi guardò.
Nessuno dei due disse niente.
Noi adulti passiamo anni a collezionare rancori con una cura quasi artigianale.
Ricordiamo chi non ci ha invitato a un matrimonio nel 1998.
Chi ha preso più soldi dalla vendita della casa dei nonni.
Chi non è venuto al funerale dello zio.
Chi, a un pranzo di Natale, disse una frase storta e non chiese mai scusa.
Poi arriva un bambino di sei anni e ti dice:
“Ha capito.”
Fine.
Il giorno della presentazione arrivò un venerdì pomeriggio.
L’aula era piena di cartelloni, foglie di carta e fotografie.
Sui tavoli c’erano torte semplici, biscotti, succhi.
Nessun animale.
Il dirigente lo aveva specificato tre volte.
Matteo aveva messo i jeans che chiamava “quelli belli” e una camicia azzurra che detestava perché, secondo lui, «pungeva il collo».
Entrammo.
Elena mi vide.
Ci scambiammo un cenno.
Nessuno dei due aveva bisogno di aggiungere altro.
Cominciai a guardare i lavori.
C’erano famiglie ordinate come da libro.
Mamma, papà, nonni, fratelli.
Poi c’erano gli altri.
Un bambino aveva disegnato due case unite da una strada.
Una bambina aveva messo sua zia dove gli altri mettevano la madre.
Un altro aveva scritto “NON LO SO” nello spazio del padre.
Su un cartellone vidi quasi tutto vuoto.
Solo un bambino disegnato in basso.
Sopra, niente.
Il piccolo proprietario del cartellone stava accanto al banco, gli occhi sul pavimento.
Elena gli si avvicinò.
Gli parlò piano.
Non sentii le parole.
Vidi solo le sue spalle rilassarsi un po’.
E pensai alla frase della maestra.
Bambini che traducono la propria vita per farla entrare nei compiti.
Poi toccò a Matteo.
Si mise davanti al suo cartellone.
Le mani gli tremavano appena.
«Questo è il mio albero dei parenti.»
Indicò me.
«Questo è papà.»
Indicò Sara.
«Questa è mamma.»
Poi i nonni.
La bisnonna Rosa.
«Lei ha ottantasei anni e dice che nessuno sa fare il ragù.»
Dalla stanza partì una risata.
Mia madre, in fondo, bisbigliò:
«Ha ragione.»
Matteo passò all’altra metà.
«Questo invece è il mio cerchio della cura.»
Indicò Tito.
«Lui è Tito.»
Qualcuno sorrise.
«Non è mio parente.»
Fece una pausa.
«Però è famiglia scelta.»
Una madre incrociò le braccia.
Un padre annuì.
Altri semplicemente ascoltavano.
Matteo indicò me e Sara.
«Mamma e papà non hanno lo stesso sangue ma sono famiglia.»
Poi indicò Elena.
La maestra si irrigidì.
«E lei è la maestra.»
Elena abbassò gli occhi.
«Prima ha scritto una cosa che mi ha fatto piangere.»
La stanza diventò silenziosa.
«Poi l’ha cambiata.»
Matteo sorrise.
«E quindi è nel cerchio perché ha capito.»
Elena si portò una mano alla bocca.
Qualcuno applaudì.
Piano.
Poi un altro.
Alla fine quasi tutta la stanza batté le mani.
Non tutti.
E andava bene così.
Dopo la presentazione una donna in giacca scura venne verso di me.
Aveva il tono gentile di chi vuole contraddirti senza sembrare maleducato.
«Suo figlio è molto dolce.»
Sapevo che sarebbe arrivato un “però”.
Arrivò.
«Però temo che confondere parentela e famiglia possa creare più problemi di quanti ne risolva.»
«Non li ha confusi.»
«Ha chiamato un gatto famiglia.»
«E ha chiamato l’albero genealogico “albero dei parenti”.»
Lei strinse le labbra.
«Ma certe parole esistono per un motivo.»
«Certo.»
Indicai i due lati del cartellone.
«E lui oggi ha imparato due parole invece di una.»
La donna seguì il mio sguardo.
«Parente.»
Indicai l’albero.
«Cura.»
Indicai il cerchio.
«Non mi sembrano concetti incompatibili.»
Lei rimase in silenzio.
Dietro di noi Matteo mostrava a un compagno la cicatrice che aveva disegnato sul naso di Tito.
«È importante», spiegava. «Perché lui ce l’ha davvero.»
A fine giornata riportammo il cartellone a casa.
La domenica seguente ci ritrovammo tutti da mia madre.
Tagliatelle.
Arrosto.
Patate.
Tre ore a tavola, come sempre.
Il cartellone di Matteo era appoggiato contro la credenza.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





