Al rifugio dissero che era “vittima del divorzio”, poi vidi perché lasciava metà del letto vuoto ogni notte

AL RIFUGIO DISSERO CHE QUELLA VECCHIA GATTA ERA “UNA VITTIMA DEL DIVORZIO”. RIDACCHIAI. POI VIDI PER CHI LASCIAVA VUOTA METÀ DEL MIO LETTO.

Vivevo da sola da undici giorni quando entrai nel piccolo rifugio per animali alla periferia di Bologna.

Non perché fossi pronta ad adottare qualcuno.

E nemmeno perché mi sentissi particolarmente generosa.

Ci andai perché il mio appartamento era diventato troppo silenzioso.

E dopo la fine di un matrimonio, il silenzio può fare più rumore di una lite.

Avevo cinquantasei anni e dormivo in un bilocale sopra una lavanderia a gettoni. I termosifoni fischiavano come vecchie zie scontente. Le pareti odoravano di detersivo, legno umido e vernice passata in fretta.

Metà della mia vita era ancora negli scatoloni.

I piatti buoni del matrimonio erano avvolti nei fogli di un vecchio quotidiano.

Le fotografie erano appoggiate a faccia in giù.

Cenavo con minestre scaldate in pentola, seduta davanti a un tavolino pieghevole, e chiamavo tutto questo “ricominciare” perché “essere finita in pezzi” suonava peggio.

La donna del rifugio si chiamava Luisa.

Sessantadue anni, forse sessantatré.

Capelli corti, mani segnate dal freddo e quella faccia stanca delle persone che hanno visto troppe creature arrivare impaurite dentro una scatola.

Mi accompagnò davanti ai gattini che saltavano contro le grate, ai giovani gatti che miagolavano appena passava qualcuno, a quelli belli e furbi che sembravano conoscere perfettamente l’arte di farsi scegliere.

Poi si fermò davanti a un box basso, nell’angolo.

Dentro c’era una gatta grigia.

Orecchio sinistro leggermente strappato.

Muso magro.

Occhi gialli enormi.

Non sembrava tranquilla.

Sembrava una che aspettava la prossima brutta notizia.

«Dodici anni», disse Luisa.

Annuii.

Poi aggiunse:

«Rinuncia del proprietario. Separazione.»

Mi uscì una risatina stupida.

«Una vittima del divorzio?»

Luisa non rise.

«Ha vissuto undici anni con una coppia. Quando si sono lasciati, lui se n’è andato. Lei ha trovato una casa dove non accettavano animali. La gatta è arrivata qui con una coperta vecchia e una ciotola.»

La gatta non si avvicinò.

Mi guardò soltanto.

Aveva lo sguardo di chi aveva già visto abbastanza esseri umani spiegare l’abbandono con parole ragionevoli.

Due giorni dopo la portai a casa.

La chiamai Mabel.

Non era un nome italiano, lo so.

Ma aveva quella faccia lì.

La faccia di una vecchia signora straniera che aveva attraversato una guerra, perso una valigia e non aveva alcuna intenzione di raccontarti i dettagli.

La prima sera rimase sei ore sotto una poltrona comprata usata.

Io mi sedetti sul pavimento fingendo di leggere.

A mezzanotte uscì.

Mangiò poco.

Bevve.

Poi saltò sul letto.

Trattenni il respiro.

Girò su se stessa due volte.

E si sdraiò sul bordo opposto.

Non vicino a me.

Non al centro.

All’estremità.

Lasciando una striscia perfetta di materasso vuoto tra noi.

Come se quella metà appartenesse ancora a qualcuno.

Quella notte dormii pochissimo.

La mattina mi dissi che stavo fantasticando.

Dopo una separazione, vedi il tuo dolore dappertutto.

Nelle canzoni alla radio.

Nelle coppie davanti al banco del pane.

Nelle case illuminate la sera.

Perfino nella posizione in cui dorme una gatta.

Ma Mabel continuò.

Ogni notte lasciava spazio per una persona che non sarebbe tornata.

Aveva altre strane abitudini.

Odiava il rumore del nastro da pacchi.

La prima volta che ne strappai un pezzo per chiudere uno scatolone, schizzò sotto il tavolo e rovesciò una lampada.

Non mangiava se restavo troppo vicina.

E ogni sera, verso l’ora in cui nei condomìni cominciano a sentirsi piatti, televisori e chiavi nelle serrature, andava davanti alla porta.

Si sedeva lì dieci minuti.

Fissava la fessura sotto l’uscio.

Come se aspettasse un paio di scarpe.

Conoscevo bene quella speranza.

Anch’io continuavo a fare troppo caffè.

Anch’io lasciavo metà del cassetto del bagno vuoto.

Anch’io, certe sere, allungavo una mano verso il telefono.

Poi ricordavo che l’uomo a cui avrei scritto aveva scelto una vita diversa dalla mia.

Divorziare a cinquantasei anni è una cosa strana.

Tutti ti dicono che succede.

Come se questo aiutasse.

Anche il mal di denti succede a tutti, ma quando capita a te fa male lo stesso.

E poi c’è la vergogna.

Quella sottile.

Non la dici.

La porti sulle scale con le buste della spesa.

Ti chiedi cosa penseranno i parenti.

Le cugine.

I vicini del vecchio quartiere.

Le persone che per trent’anni hanno detto: “Che bella coppia.”

La famosa bella figura.

Quella per cui sorridi anche quando hai il cuore che ti cade dalle mani.

Mabel e io imparammo lentamente a conoscerci.

Scoprii che adorava il tonno, ma solo schiacciato con la forchetta.

Lei scoprì che a volte piangevo in cucina e non venne mai a controllare in modo invadente.

Si limitava a sedersi a due metri.

Presente.

Scoprii che odiava le porte chiuse.

Lei scoprì che io odiavo le domeniche.

La domenica era stata il giorno della famiglia.

Pranzo lungo.

Lasagne.

Mio marito che tagliava il pane.

Io che apparecchiavo.

Telefonate ai parenti.

La televisione accesa troppo forte.

Dopo il divorzio, la domenica diventò un corridoio di ore da attraversare.

Poi un venerdì tornai a casa con una brutta notizia.

Al lavoro avevano ridotto ancora le mie ore.

Non abbastanza da mandarmi via.

Solo abbastanza da rendere più stretti l’affitto, le bollette, la spesa, la benzina e ogni piccolo imprevisto.

Entrai.

Guardai gli scatoloni ancora chiusi.

E pensai:

Non ce la faccio.

Presi il nastro da pacchi.

Quel rumore bastò.

Mabel uscì da sotto il letto come se la stanza stesse bruciando.

Sbatté contro il muro.

Scivolò.

Si accucciò con il ventre quasi a terra.

Tremava.

Lasciai cadere il nastro.

«Ehi. Amore. Va tutto bene.»

Ma non andava bene.

Non per lei.

La mattina dopo chiamai Luisa.

Quando le raccontai tutto, rimase in silenzio.

Poi disse:

«Quando Mabel è arrivata qui, la coppia stava facendo scatoloni da giorni. Litigavano. Spostavano mobili. Lei è stata trovata nascosta dentro un armadio.»

Non era una storia drammatica.

Forse fu proprio quello a spezzarmi.

Era ordinaria.

Due persone stanche.

Una casa che si divide.

Scatole.

Voci alte.

Porte.

Una gatta che capisce che qualcosa sta finendo senza sapere cosa.

Quella sera mi sedetti sul pavimento e piansi più forte di quanto avessi pianto alla firma del divorzio.

Non per mio marito.

Nemmeno per i soldi.

Piangevo perché quel piccolo animale aveva già imparato cosa significava vedere una casa smontata pezzo dopo pezzo.

E io non volevo insegnarglielo una seconda volta.

Dopo un po’, Mabel si avvicinò.

Nessun miracolo da film.

Nessuna musica.

Entrò nel mio grembo.

Girò una volta.

Poi si appoggiò al mio petto.

E fece le fusa.

Piano.

Ruvide.

Quasi arrugginite.

Da quel giorno smisi di usare il nastro.

Aprii gli scatoloni.

Uno alla volta.

Misi i bicchieri in cucina.

Le lenzuola nell’armadio.

I libri sulla mensola.

I piatti buoni li lasciai ancora avvolti.

Quelli facevano più paura.

Passarono alcuni mesi.

L’appartamento restava piccolo.

I soldi restavano pochi.

Ma il bilocale smise lentamente di sembrare il luogo dove una donna era precipitata dopo aver perso tutto.

Cominciò a sembrare casa.

E una sera Mabel salì sul letto.

Girò due volte.

E si sdraiò nel mezzo.

Nessuno spazio per i fantasmi.

Solo noi due.

Poi arrivò il foglio.

Era attaccato storto alla porta d’ingresso.

“COMUNICAZIONE DI RINNOVO.”

Nuova proprietà.

Nuove condizioni.

Dal successivo rinnovo dei contratti, gli animali domestici non sarebbero più stati ammessi negli appartamenti.

Gli inquilini già presenti avrebbero dovuto trovare una sistemazione alternativa per i propri animali oppure lasciare l’alloggio alla scadenza.

Ringraziavano per la collaborazione.

Lessi il foglio tre volte.

Mabel era seduta accanto alle mie scarpe.

In quei mesi si era arrotondata.

Non grassa.

Solo più morbida.

Più sicura.

Sembrava finalmente convinta che la cena sarebbe arrivata anche domani.

Guardai lei.

Poi il foglio.

«Ci mancava solo questa.»

Avevo sette settimane.

Chiamai il numero indicato.

Segreteria.

Richiamai.

Segreteria.

Lasciai un messaggio.

Il giorno dopo, finalmente, rispose un uomo.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto