Portò la sua vecchia gatta dal veterinario per dirle addio, ma due bocconi cambiarono tutto per sempre

Portai la mia vecchia gatta dal veterinario per dirle addio, ma due bocconi e una frase cambiarono gli ultimi quattro mesi della nostra vita.

«Se sta soffrendo, non voglio trascinarla avanti solo perché io non riesco a lasciarla andare.»

Lo dissi senza guardare la veterinaria.

Avevo Nocciola stretta contro il petto, avvolta in un vecchio asciugamano a quadretti che usavo da anni. Lei pesava pochissimo ormai. Sentivo le ossa sotto il pelo e quel suo respiro stanco che mi faceva paura.

Poi accadde la cosa che quasi mi spezzò.

Nocciola cominciò a fare le fusa.

Proprio lì.

Tra le mie braccia.

Come se si fidasse ancora di me mentre io ero entrato in quella stanza convinto di dover decidere quando sarebbe morta.

Avevo cinquantotto anni e vivevo solo in un bilocale alla periferia di Bologna, al terzo piano senza ascensore.

Da quando il magazzino dove lavoravo aveva ridotto i turni, facevo ore qua e là. Qualche mattina presto, qualche sabato, sostituzioni quando serviva. Non abbastanza da stare tranquillo, abbastanza da continuare a pagare affitto, bollette e spesa facendo attenzione a ogni ricevuta.

La mia schiena mi ricordava ogni sera che non avevo più trent’anni.

Nocciola invece mi ricordava che dovevo comunque rientrare a casa.

Per quindici anni era stata la padrona del mio appartamento.

Mi aspettava dietro la porta.

Protestava se aprivo una scatoletta che non gradiva.

Alle cinque e mezza del mattino mi camminava sulla pancia come un esattore.

Se mi sedevo sul divano, dopo pochi minuti arrivava lei e si sistemava sulle gambe con l’aria di chi mi stesse concedendo un privilegio.

Poi aveva smesso.

Prima niente più salti sul divano.

Poi niente miagolii davanti alla cucina.

Infine aveva smesso quasi del tutto di mangiare.

Tre giorni.

Tre giorni in cui la vedevo rannicchiata nella vecchia cesta della biancheria vicino al termosifone, sempre più piccola.

Feci l’errore che fanno le persone spaventate quando sono sole.

Cercai risposte su internet nel cuore della notte.

Insufficienza renale.

Tumori.

Dolore nascosto.

Fase terminale.

Ogni parola sembrava una sentenza.

Alle tre del mattino avevo già deciso che farla aspettare un giorno in più sarebbe stato egoismo.

La mattina dopo chiamai l’ambulatorio veterinario del quartiere.

La dottoressa Elena aveva più o meno la mia età, scarpe consumate, capelli raccolti male e quel modo di parlare delle persone che non hanno bisogno di sembrare importanti.

Non si affrettò.

Posò Nocciola sul tavolo.

Le toccò lentamente l’addome, controllò le gengive, ascoltò il cuore, osservò come appoggiava le zampe.

Poi mi chiese:

«Da quanto non mangia bene?»

«Tre giorni.»

«Beve?»

«Un po’.»

Fece una pausa.

«E lei da quanto non dorme?»

Alzai la testa.

«Io non c’entro.»

«Forse c’entra più di quanto pensa.»

Mi irrigidii.

Ero sicuro di sapere cosa sarebbe successo dopo.

Esami.

Analisi.

Cifre.

Quelle cifre che fanno partire automaticamente un altro calcolo nella testa: l’affitto, la luce, la spesa, la rata che scade.

Ero già pronto a vergognarmi.

Invece la dottoressa Elena disse:

«Io oggi non vedo un motivo per salutarla.»

Rimasi immobile.

«Come?»

«È anziana. È disidratata. È infastidita da qualcosa. Ma essere vecchi e stare male non significa necessariamente essere arrivati alla fine.»

Sentii il viso diventare caldo.

«Io non posso permettermi di fare mille esami.»

Lei appoggiò una mano sul bordo del tavolo.

«Non le ho chiesto di farne mille.»

Fu lì che cominciai a piangere.

Non come nei film.

Nessun singhiozzo elegante.

Solo lacrime che uscivano da sole mentre continuavo a parlare con la voce rotta.

Le dissi che avevo paura di non avere abbastanza soldi per voler bene a Nocciola nel modo giusto.

Che avevo paura di diventare egoista.

Che da mesi ogni problema della mia vita sembrava trasformarsi in un conto da pagare.

La dottoressa mi porse un fazzoletto.

Poi disse una frase che da allora mi porto dietro.

«Non confonda l’amore con il panico.»

Fece a Nocciola dei liquidi, le diede qualcosa contro la nausea e portò un piattino con del cibo morbido.

Aspettammo.

Nocciola annusò.

Girò la testa.

Io trattenni il fiato.

Poi tornò verso il piattino.

Una leccata.

Una seconda.

Un piccolo boccone.

Quando prese il secondo, ricominciai a piangere.

Cinquantotto anni, mani rovinate dal lavoro, schiena dolorante, e piangevo per due bocconi di pappa schiacciata su un piatto di carta.

La dottoressa non rise.

Scrisse su un foglio poche istruzioni.

Piccoli pasti.

Acqua.

Riposo.

Controllare alcuni segnali precisi.

Tornare se fossero comparsi.

Niente terrorismo.

Niente promesse.

Niente cose dette per farmi sentire cattivo o povero.

Quando uscii, Nocciola alzò la testa dalla coperta e fece alla dottoressa un lento battito di palpebre.

Come se avesse approvato tutto.

Per quattro mesi tornò a essere, a piccoli pezzi, la gatta che conoscevo.

Non diventò giovane.

Continuava a camminare piano.

Dormiva moltissimo.

Quando si alzava dopo ore nella cesta sembrava una vecchia signora che cerca le pantofole al buio.

Ma ricominciò a mangiare.

Ricominciò a brontolare davanti alla porta.

Una sera riuscì persino a salire sul divano usando prima uno sgabello che le avevo sistemato accanto.

La domenica mattina, mentre preparavo la moka, si sedeva in cucina e mi fissava finché non le mettevo qualcosa nella ciotola.

E la notte, qualche volta, tornava sul mio petto.

Muoveva le zampe lentamente contro la maglietta.

Piano.

Come se stesse impastando il pane.

O cercando di rimettere in moto qualcosa dentro di me.

Quando vivi solo abbastanza a lungo, un animale smette di essere soltanto compagnia.

Diventa orario.

Abitudine.

Testimone.

È qualcuno che nota che sei tornato a casa.

Qualcuno che aspetta la chiave nella serratura.

Qualcuno per cui devi comunque alzarti dal letto anche quando fuori piove, la schiena fa male e sul tavolo ci sono tre buste che preferiresti non aprire.

A gennaio capii che questa volta era diverso.

Non fu improvviso.

Non ci fu panico.

Nocciola semplicemente cominciò ad andarsene.

Lo vedevo.

Lei lo sapeva.

E, credo, lo sapevo anch’io.

La riportai nello stesso ambulatorio con lo stesso asciugamano.

La dottoressa Elena entrò, guardò Nocciola, poi guardò me.

Non cercò di vendermi una speranza che non esisteva.

Mi mise solo una mano sulla spalla.

«Avete avuto altro tempo perché quella prima volta ha ascoltato prima di decidere.»

Tenni Nocciola tra le braccia.

Le dissi grazie.

Per le mattine.

Per le porte.

Per i quindici anni.

Per aver riempito un appartamento che, senza di lei, sarebbe stato soltanto due stanze e un corridoio.

Quando tornai alla macchina con il trasportino vuoto, rimasi seduto al volante per quasi mezz’ora.

Piangevo troppo per partire.

Eppure non mi sentivo colpevole.

E quella era già una grazia enorme.

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