Mia figlia scelse la gatta anziana che nessuno voleva: un anno dopo, tutto il quartiere aveva imparato la sua lezione
Avevo già deciso tutto prima ancora di entrare nel rifugio.
Un gattino giovane.
Piccolo, allegro, facile da abituare a casa. Uno di quelli che ti fanno sorridere appena li guardi e che, almeno nella mia testa, non arrivano già con medicine, problemi e spese impreviste.
A quarantatré anni avevo imparato a ragionare così.
Prima vengono le bollette.
Poi l’affitto.
Poi la spesa.
Poi tutto il resto.
Da quando il padre di mia figlia se n’era andato, tre anni prima, io e Sofia vivevamo sole in un appartamento di due camere alla periferia di Bologna.
Niente drammi da film.
Niente piatti rotti.
Era successo nel modo peggiore: lentamente.
Promesse sempre più piccole.
Telefonate sempre più rare.
Weekend saltati.
Finché un giorno mi ero accorta che non aspettavo più niente.
Sofia, invece, aveva otto anni e ancora aspettava.
Aspettava suo padre.
Aspettava che le persone mantenessero le promesse.
Aspettava perfino che io smettessi di dire:
«Vediamo il mese prossimo.»
Da quasi un anno mi chiedeva un gatto.
«Uno solo, mamma. Ti aiuto io.»
Alla fine avevo ceduto.
Quel sabato mattina entrammo nel rifugio comunale e la volontaria ci accompagnò nella stanza dei gatti.
I cuccioli erano tutti davanti alle grate.
Zampette minuscole.
Occhi enormi.
Miagolii acuti.
Uno si arrampicava sulla rete come se avesse capito perfettamente il mestiere di farsi scegliere.
Guardai Sofia.
«Vai. Scegline uno.»
Lei rimase ferma forse due secondi.
Poi passò davanti ai cuccioli.
Continuò oltre.
Superò i gatti giovani.
Arrivò all’ultima gabbia.
Dentro c’era una gatta grigia, magra, con il pelo più rado intorno alle orecchie e gli occhi leggermente velati.
Non dormiva.
Non cercava attenzione.
Stava rannicchiata in fondo, con quell’aria che hanno certe persone anziane alla fermata dell’autobus: presenti, dignitose, ma come se avessero smesso di aspettarsi che qualcuno si sieda accanto a loro.
Sul cartellino c’era scritto:
Femmina.
Undici anni.
Ceduta dalla famiglia precedente.
Sofia appoggiò una mano sulla grata.
«Lei.»
Pensai stesse scherzando.
«Sofi, siamo venute per un gattino.»
Non si mosse.
«Una gatta così anziana può avere problemi di salute. Per noi sarebbe più semplice prenderne una giovane.»
Continuava a guardarla.
Poi disse:
«È per questo che nessuno la vuole.»
Sentii qualcosa stringermi lo stomaco.
«Tesoro, sto solo cercando di essere pratica.»
Finalmente si voltò.
«Se non prendiamo un gattino, qualcuno lo prenderà domani. Ma se lasciamo lei qui… magari nessuno torna.»
Non avevo una risposta pronta.
Avevo solo numeri in testa.
Veterinario.
Cibo.
Lettiera.
Medicine.
Il frigorifero che faceva un rumore strano da settimane.
La macchina che avrebbe avuto bisogno delle gomme nuove prima dell’inverno.
Io ero diventata brava a trasformare ogni emozione in un conto.
Sofia tornò a guardare la gatta.
«Mamma, sembra che sappia cosa vuol dire essere lasciata.»
Quella frase mi entrò sotto la pelle.
I bambini sentono quello che crediamo di nascondere.
La volontaria aprì lo sportello.
La gatta non si precipitò fuori.
Non fece le fusa.
Non si strofinò contro le gambe di Sofia.
Sofia infilò lentamente la mano.
La gatta rimase immobile.
Poi inclinò appena la testa e appoggiò la guancia contro le sue dita.
Un movimento minuscolo.
Quasi niente.
Ma sembrava il gesto di qualcuno che aveva paura di sperare troppo.
Firmai i documenti prima di riuscire a cambiare idea.
In macchina Sofia tenne il trasportino sulle ginocchia.
«Va tutto bene», sussurrava. «Puoi avere paura. Anche noi ce l’abbiamo, certe volte.»
Io fissavo la strada.
Perché non volevo che vedesse la mia faccia.
Sofia decise di chiamarla Nina.
«È un nome da signora», spiegò.
Non so perché, ma mi sembrò perfetto.
Le prime ore furono un disastro.
Nina uscì dal trasportino e corse sotto il divano.
Non mangiò.
Non bevve.
Non rispose ai richiami.
Alle otto di sera ero già arrabbiata con me stessa.
Ecco.
Avevo fatto esattamente quello che mi ero ripromessa di non fare.
Avevo lasciato che il cuore decidesse qualcosa che avrebbe dovuto decidere il portafoglio.
Quella notte, quando andai in soggiorno per spegnere la lampada, trovai Sofia addormentata sul tappeto.
Aveva portato con sé una coperta.
Stava sdraiata accanto al divano.
Mi chinai per svegliarla.
Poi la sentii sussurrare:
«Non devi uscire per forza. Volevo solo che non fossi da sola.»
Mi coprii la bocca con una mano.
Perché in quel momento capii che non avevamo adottato soltanto una gatta.
Avevamo portato a casa tutto quello di cui, da tre anni, cercavamo di non parlare.
L’abbandono.
La paura di essere dimenticate.
La paura che chi ti ama possa decidere, a un certo punto, che sei diventata troppo complicata.
La mattina dopo mi svegliai sul divano con il collo dolorante.
Aprii gli occhi.
E piansi.
Nina era uscita durante la notte.
Dormiva sul tappeto, rannicchiata contro il fianco di Sofia.
Sofia aprì gli occhi poco dopo.
Quando la vide, sorrise piano.
«Ci ha scelto anche lei.»
Tre settimane più tardi trovai Sofia seduta sul pavimento della cucina alle sei del mattino.
Piangeva così forte che non riusciva a parlare.
Per un secondo pensai che Nina fosse morta.
La gatta era davanti alla ciotola.
Guardava il muro.
«Non mangia», disse Sofia.
Mi inginocchiai.
Nina girò lentamente la testa.
Quella volta vidi qualcosa che prima non avevo voluto vedere.
Dolore.
Il veterinario trovò un’infezione a un dente.
Ci spiegò che probabilmente ogni boccone le faceva male.
Poi disse una frase che mi rimase dentro.
«È anziana, sì. Ma anziana non significa finita.»
Anziana non significa finita.
Guardai Nina.
Pensai a mia madre, che a settantadue anni continuava a fare l’orto e a lamentarsi se qualcuno provava a portarle le buste della spesa.
Pensai alla signora Teresa del piano di sotto, vedova da dieci anni, che tutti chiamavano “poverina” anche se era ancora la donna più sveglia del palazzo.
Pensai persino a me stessa.
A quante volte avevo creduto che, dopo un matrimonio fallito, la parte bella della vita fosse già dietro di me.
Poi arrivò il preventivo.
Visita.
Analisi.
Farmaci.
Possibile estrazione del dente.
Guardai la cifra.
Mi si chiuse la gola.
Due mesi prima l’affitto era aumentato.
Avevo iniziato a fare la spesa con la calcolatrice del telefono.
Avevo abbastanza risparmi per spaventarmi all’idea di perderli, ma non abbastanza per sentirmi tranquilla.
La veterinaria vide la mia faccia.
«Possiamo iniziare con antibiotico e antidolorifico. Poi decidiamo il resto.»
Sofia era seduta accanto a me.
Immobile.
I bambini diventano immobili quando capiscono che gli adulti stanno combattendo una battaglia invisibile.
Poi domandò:
«Mamma… siamo troppo povere per curarla?»
Avrei voluto sparire.
La mia paura privata era appena uscita dalla bocca di mia figlia.
Le presi la mano.
«Non siamo troppo povere per volerle bene.»
Aspettò.
«E per il resto troveremo un modo.»
Tre secondi dopo pagai con la carta e scoprii che il coraggio, spesso, assomiglia moltissimo a un conto corrente che si abbassa.
Nei giorni successivi schiacciammo medicine nel cibo.
Sofia sedeva per terra con un cucchiaino.
«Dai, signora Nina. Solo un po’. Non faccia la difficile.»
Nina la fulminava con lo sguardo.
Per noi era già un miglioramento.
Una sera mangiò tre cucchiaini interi.
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