Mia figlia ignorò tutti i gattini e scelse la vecchia gatta che nessuno voleva: poi capii perché

Festeggiammo come se avessimo vinto qualcosa.

Poi, lentamente, cambiò.

Non diventò giovane.

Non diventò improvvisamente sana.

Ma cominciò a seguirci.

Se Sofia faceva i compiti, Nina dormiva sotto la sedia.

Se andava in bagno a lavarsi i denti, Nina aspettava nel corridoio.

Quando guardavamo la televisione, si sistemava sul lato opposto del divano, fingendo di trovarsi lì per caso.

Una sera salì sulle ginocchia di Sofia.

Senza invito.

Sofia mi guardò con gli occhi lucidi.

«Adesso lo sa.»

«Cosa?»

«Che non la riportiamo indietro.»

Fu in quel periodo che capii una cosa.

Chi è già stato abbandonato non si fida subito dell’amore.

Non perché sia difficile.

Perché ha esperienza.

E tra le due cose c’è una differenza enorme.

Un venerdì Sofia tornò da scuola con un compito.

Doveva disegnare qualcuno di importante per la propria famiglia e scrivere perché lo fosse.

Pensavo avrebbe scelto me.

Invece disegnò Nina.

Una palla grigia con due occhi verdi giganteschi e una coda storta.

Sopra scrisse:

“Nina è vecchia e qualcuno non la voleva più, ma questo non vuol dire che vale meno.”

Dovetti sedermi.

Poi continuai a leggere.

“Nina è coraggiosa anche quando ha paura.”

“Le cose vecchie non sono da buttare.”

“E forse il mondo sarebbe più gentile se scegliessimo qualche volta quello che è più difficile.”

Quella frase la lessi quattro volte.

Qualche giorno dopo la maestra mi telefonò.

Il tema di Sofia aveva acceso una discussione tra alcuni genitori.

Una madre aveva interpretato quelle frasi come una critica verso chi, per ragioni economiche o familiari, non può prendersi cura di animali anziani.

Io capivo la preoccupazione.

La vita non è semplice.

A volte una famiglia deve rinunciare a qualcosa non perché non ami, ma perché non riesce davvero.

Per questo spiegai a Sofia che non doveva giudicare nessuno.

Lei ascoltò.

Poi mi chiese:

«Ma io ho detto che chi prende un cucciolo è cattivo?»

«No.»

«Ho detto solo che Nina vale.»

«Sì.»

Ci pensò.

«Allora posso continuare a dire che vale?»

Le sorrisi.

«Quello sì.»

Una domenica venne mia sorella Laura.

Laura ha cinquant’anni e possiede una qualità rara: riesce a trasformare qualsiasi conversazione in un bilancio familiare.

Entrò, vide Nina sul divano e disse:

«È questa la famosa gatta anziana?»

«Sì.»

La osservò.

«Sembra costosa.»

Niente buongiorno a Nina.

Direttamente ai conti.

Sofia si irrigidì.

Laura mise una busta della spesa sul tavolo.

«Dico solo che tu fai già fatica. Perché prendere un animale che potrebbe avere bisogno di cure continue?»

Avrei potuto cambiare discorso.

Per anni avevo fatto così.

Per mantenere la pace familiare ingoiavo frasi intere.

Ma quella volta no.

«Puoi avere ragione sui costi. Però evita di parlare di lei come se fosse un mobile usato.»

Laura sospirò.

«Sono realista.»

Quella parola.

Realista.

Quante volte l’avevo usata anch’io.

A volte significa davvero essere responsabili.

Altre volte significa soltanto aver paura di affezionarsi a qualcosa che potrebbe farci soffrire.

Sofia accarezzava Nina.

Poi disse:

«Comunque una scadenza ce l’abbiamo tutti.»

Laura rimase con la bocca leggermente aperta.

«Sofia!»

«Che c’è? È vero.»

Dovetti girarmi verso il frigorifero per non ridere.

Qualche settimana dopo arrivò il momento peggiore.

Nina cominciò a fare pipì fuori dalla lettiera.

Una sera, alle undici e mezza, ero inginocchiata sul tappeto con carta assorbente e aceto.

Ero stanca.

Avevo lavorato tutto il giorno.

Avevo preparato la cena.

Controllato i compiti.

Fatto una lavatrice.

Pagato una bolletta.

E adesso stavo strofinando un tappeto pensando soltanto:

Ti prego, non roviniamo anche la cauzione dell’appartamento.

Sofia comparve sulla porta.

Mi vide con la testa tra le mani.

«Mamma?»

Non risposi.

«Sei arrabbiata con Nina?»

«Sono solo stanca.»

Poi mi uscì una frase brutta.

«Stasera non ce la faccio a fare un’altra cosa.»

Il volto di Sofia cambiò.

«Ti penti di averla presa?»

Quella domanda mi fece più male di tutto il resto.

Guardai il tappeto.

Guardai mia figlia.

E la verità era scomoda.

In quel momento desideravo qualcosa di più facile.

Una vita più facile.

Un animale più facile.

Un conto in banca più facile.

Un ex marito più presente.

Una figlia che non facesse domande capaci di aprirmi in due.

Ma alcuni pensieri sono soltanto stanchezza.

Non sono la verità definitiva.

Posai la bottiglia.

Abbracciai Sofia.

«No. Vorrei solo che la vita fosse un po’ meno dura con chi ha bisogno di più cure.»

Lei nascose la faccia contro la mia spalla.

La mattina seguente tornammo dalla veterinaria.

Infezione urinaria.

Altre medicine.

Altri soldi.

Quella volta, però, non piansi.

Seduta in macchina, guardai Sofia infilare un dito nella grata del trasportino per accarezzare Nina.

Pensai che l’amore si decide proprio lì.

Non nelle frasi belle.

Non nelle fotografie.

Ma quando diventa scomodo.

Quando costa.

Quando puzza di disinfettante e aceto.

Quando ti cambia i programmi.

Quando nessuno ti applaude.

Intanto Nina cominciò a diventare famosa nel nostro piccolo quartiere.

La signora Teresa del piano di sotto fermava Sofia nel cortile.

«Come sta la vecchietta?»

Il fruttivendolo all’angolo, vedendo che compravo sempre più scatolette morbide, cominciò a chiedermi aggiornamenti.

«Ha ripreso a mangiare?»

Perfino il postino, vedendola alla finestra, disse:

«Quella gatta ha la faccia di una che ne ha viste parecchie.»

Non aveva torto.

Poi la scuola organizzò una piccola raccolta per il rifugio.

Niente di enorme.

Una scatola all’ingresso.

Coperte.

Vecchi asciugamani.

Scatolette.

Qualche euro.

I bambini prepararono biglietti.

Uno diceva:

“SEI VECCHIO, NON SEI INUTILE.”

Un altro:

“ANCHE IO A VOLTE HO PAURA.”

Quel biglietto mi spezzò.

Perché ormai capivo che Nina non era più soltanto Nina.

Era diventata uno specchio.

Per le cose che ignoriamo quando diventano lente.

Fragili.

Complicate.

Un pomeriggio una madre della classe di Sofia mi fermò fuori da scuola.

Era una di quelle che all’inizio aveva protestato per il tema.

«Posso dirti una cosa?»

Annuii.

Sembrava imbarazzata.

«Mia madre vive in una casa assistita. Non andavo a trovarla da quasi un mese.»

Abbassò lo sguardo.

«Mio figlio è tornato a casa parlando di Nina e mi ha chiesto se anche la nonna pensava che nessuno sarebbe tornato.»

La donna cominciò a piangere.

Piano.

Senza scena.

«Sono andata da lei il giorno dopo.»

Le toccai il braccio.

Non serviva dire altro.

Fu allora che il quartiere cominciò a cambiare in modi minuscoli.

La signora Teresa, che viveva sola, trovò ogni domenica qualcuno con cui bere il caffè.

Il fruttivendolo iniziò a lasciare una cassetta di frutta troppo matura ma ancora buona per chi ne avesse bisogno.

Una famiglia della scuola adottò due gatti anziani che vivevano insieme da anni e che nessuno voleva separare.

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