Il gatto che ogni mattina strisciava verso la luce cambiò per sempre la vita di un intero condominio

Ogni mattina quel gatto si trascinava verso la luce. Poi una vicina bussò alla mia porta piangendo, e capii che non stava salvando solo me.

«Signora Teresa, devo dirglielo chiaramente: non correrà mai.»

La veterinaria parlava piano, quasi avesse paura che quelle parole potessero spezzare qualcosa.

Io guardavo quel mucchietto di pelo avvolto in un asciugamano sotto una sedia di metallo.

Due orecchie enormi.

Occhi gialli troppo grandi per quel musetto magro.

E le zampe posteriori piegate in una maniera che faceva male solo a guardarle.

«È nato così. Potrebbe esserci un danno neurologico, forse una malformazione. Possiamo seguirlo, controllare il dolore, aiutarlo ad adattarsi. Ma non sarà mai un gatto come gli altri.»

Annuii.

Avevo sessantun anni e sapevo bene come si annuisce davanti alle brutte notizie.

Avevo annuito quando mio marito se n’era andato dopo trentadue anni di matrimonio.

Avevo annuito quando mia figlia Chiara aveva trovato lavoro a Torino e mi aveva detto che non sarebbe più tornata a vivere vicino a me.

Avevo annuito quando al negozio di casalinghi dove lavoravo da una vita mi avevano ridotto le ore.

Avevo annuito persino davanti al proprietario di casa quando aveva aumentato l’affitto di cinquanta euro.

A una certa età impari ad annuire anche quando dentro vorresti rovesciare il tavolo.

La veterinaria continuava a spiegare.

Io sentivo soltanto una frase.

Questo animale ti spezzerà il cuore.

Lo portai a casa comunque.

Lo chiamai Luigi.

Poi, dopo due giorni, diventò Gigi.

Perché in Italia anche i gatti finiscono con un diminutivo.

Abitavo al piano terra di una palazzina vecchia alla periferia di Bologna, una di quelle costruite negli anni Settanta con le tapparelle marroni, i balconi stretti e l’androne che sapeva sempre un po’ di minestrone, candeggina e cantina umida.

Il mio appartamento aveva poca luce.

Il pavimento era di graniglia.

La cucina era quella che avevamo comprato quando Chiara andava ancora alle elementari.

Una maniglia era rotta da mesi.

Il tavolo aveva una gamba tenuta ferma da un pezzo di cartone piegato.

Non era una casa triste.

Ma aveva smesso da tempo di aspettarsi visite.

La prima mattina Gigi si trascinò dalla sua coperta fino alla portafinestra della cucina.

Non piangeva.

Non cercava aiuto.

Andava.

Semplicemente.

Le zampe anteriori tiravano.

Quelle posteriori seguivano come potevano.

Sul pavimento c’era una striscia di sole.

Gigi la raggiunse, vi si sdraiò dentro e chiuse gli occhi.

Sembrava un vecchio che fosse finalmente riuscito ad arrivare alla sua panchina preferita.

Da quel giorno diventò il nostro rito.

Alle sette aprivo un po’ la tapparella.

Mettevo su la moka.

Gigi partiva.

Ogni mattina attraversava la cucina centimetro dopo centimetro per raggiungere la luce.

Fuori passavano biciclette, motorini, il furgoncino del pane.

I passeri saltellavano sulla ringhiera.

Un merlo veniva spesso a beccare vicino ai vasi della signora Carla, quella del primo piano.

Gigi li fissava come se fosse il più feroce cacciatore dell’Appennino.

La coda si muoveva.

Le spalle si tendevano.

Ogni tanto spostava il peso in avanti.

Sembrava sul punto di saltare.

Naturalmente non saltava mai.

Eppure, per un secondo, sembrava convinto di poterlo fare.

Quella cosa mi dava fastidio.

Non lui.

Io.

Perché io, invece, avevo smesso di credere.

Avevo smesso di pensare che le cose potessero cambiare.

Mi alzavo.

Facevo il caffè.

Andavo al lavoro.

Contavo le ore.

Tornavo.

Scaldavo una minestra o due zucchine in padella.

Accendevo la televisione solo per sentire delle voci.

Alle dieci mandavo un messaggio a Chiara.

“Tutto bene?”

Lei rispondeva quando poteva.

“Stanca. Tu?”

“Bene.”

Una bugia piccola.

Una di quelle bugie che le madri raccontano ai figli adulti per non diventare un problema.

Una sera tornai a casa con una busta della luce, una del condominio e una lettera della banca.

Chiara mi aveva scritto che quel mese non sarebbe riuscita a venire.

“Niente di grave, mamma. Sono solo piena di lavoro.”

Niente di grave.

È incredibile quante volte la vita riesca a ferirti senza fare niente di veramente grave.

Mi sedetti sul pavimento della cucina.

Non piangevo.

Non pensavo.

Guardavo il frigorifero.

Gigi era dall’altra parte della stanza.

Lo sentii partire.

Scric.

Pausa.

Scric.

Pausa.

Le unghiette sul pavimento.

A metà strada si fermò.

Respirava più forte.

«Lascia stare, amore.»

Glielo dissi davvero.

«Non serve. Sto bene.»

Lui ripartì.

Scric.

Pausa.

Scric.

Quando arrivò, appoggiò tutto il fianco contro la mia caviglia.

Alzò il muso.

E cominciò a fare le fusa.

Io scoppiai.

Piangevo con le mani davanti al viso mentre quel gatto storto, mezzo spelacchiato sulla schiena e incapace di salire persino su una sedia, se ne stava contro di me come se avesse svolto il compito più importante della giornata.

Fu allora che capii una cosa scomoda.

Avevo preso Gigi perché credevo di salvarlo.

In realtà lo avevo scelto perché mi somigliava.

Non nel corpo.

Nell’anima.

Anch’io mi sentivo rimasta indietro.

Anch’io guardavo gli altri correre e pensavo che ormai fosse troppo tardi per raggiungerli.

Qualche settimana dopo feci una stupidaggine.

Lasciai la portafinestra socchiusa mentre portavo dentro due borse della spesa.

Quando mi voltai, Gigi era sulla soglia.

Mi si gelò il sangue.

Fuori c’era un piccolo gradino.

Per qualsiasi altro gatto niente.

Per lui poteva significare cadere male.

Posai le borse e feci un passo.

Poi mi fermai.

Gigi non stava cercando di scappare.

Era seduto lì.

Il sole gli prendeva tutto il muso.

L’aria gli muoveva i baffi.

Annusava il cortile.

Sembrava orgoglioso.

Come se il mondo lo avesse chiamato e lui fosse riuscito finalmente a rispondere.

Lo presi piano e me lo strinsi al petto.

Faceva le fusa così forte che gli tremava tutto il corpo.

Fu in quel momento che mi vergognai.

Per mesi avevo guardato Gigi vedendo soltanto ciò che gli mancava.

Lui, invece, vedeva ciò che aveva.

Il sole.

Gli uccelli.

La mia voce.

Una ciotola piena.

Una casa sicura.

Un’altra mattina.

Non si considerava rotto.

Quella parola gliel’avevo appiccicata io.

Come l’avevo appiccicata a me stessa.

Fu Chiara, durante una videochiamata, a cambiare tutto.

«Fammi vedere Gigi.»

Giriai il telefono.

Lui era davanti alla portafinestra, rigido come un generale, intento a fissare il merlo della signora Carla.

Chiara rise.

«Sembra che timbri il cartellino ogni mattina.»

Risi anch’io.

Poi mia figlia mi guardò.

«Mamma, sei stanca.»

Stavo per rispondere “sto bene”.

Invece dissi la verità.

«Sì. Sono stanca.»

Silenzio.

Poi Chiara disse:

«Dovresti far vedere Gigi alle persone.»

«In che senso?»

«Fai un video.»

Scoppiai a ridere.

«Ma chi vuole vedere un gatto che si trascina sul pavimento di una cucina vecchia?»

Chiara non rise.

«Vedi? Continui a raccontare quello che non può fare.»

La settimana dopo venne a trovarmi.

Arrivò il sabato sera con due sporte di spesa, una cuccia economica a forma di nuvola e un piccolo supporto per il telefono.

«No.»

«Sì.»

«Chiara, no.»

«Mamma, ormai l’ho comprato.»

La mattina dopo registrò Gigi.

Niente musica.

Niente scene preparate.

Lui partì dalla sua coperta.

Si trascinò verso la portafinestra.

Ci mise quasi due minuti.

Quando raggiunse il sole si sistemò, chiuse gli occhi e rimase immobile.

Chiara pubblicò il video con una frase semplice:

“Non sa di essere limitato. Ogni mattina si presenta comunque alla luce.”

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