Paola insistette per accompagnarli.
Durante il viaggio nessuno parlò.
Chiara sedeva dietro con il bambino. Teresa era accanto a lei, mentre Paola guidava con entrambe le mani strette sul volante.
A metà strada Matteo cominciò a piangere.
«Ha fame», disse Chiara.
Paola sospirò.
«Non potevi dargli da mangiare prima di partire?»
Chiara non rispose.
Teresa si voltò verso la figlia.
«Accosta.»
«Siamo già in ritardo.»
«Ho detto accosta.»
Paola fermò l’auto davanti a un bar di periferia.
Chiara preparò il latte con gesti rapidi, cercando di occupare meno spazio possibile. Teresa la osservava.
La giovane aveva una macchia sul cappotto, le unghie corte e rovinate, le occhiaie scure. Non sembrava una donna arrivata per conquistare una famiglia ricca.
Anche perché ricchi non lo erano mai stati.
La casa di Teresa valeva qualcosa solo perché era grande e si trovava vicino al centro. I risparmi erano il risultato di quarant’anni trascorsi da suo marito in officina e da lei dietro il banco di una merceria.
Soldi messi via rinunciando alle vacanze, ai mobili nuovi, perfino al riscaldamento acceso di notte.
Paola temeva di perdere un’eredità.
Chiara sembrava temere di chiedere un bicchiere d’acqua.
«Dove dormirete stasera?» domandò Teresa.
«In una pensione vicino alla stazione.»
«Con il bambino?»
«Ho già prenotato.»
«Quanto costa?»
«Non si preoccupi.»
«Non mi sto preoccupando. Sto chiedendo.»
Chiara le disse la cifra.
Teresa scosse la testa.
«Dormirete da me.»
Paola si voltò di scatto.
«Mamma.»
«Solo per stanotte.»
«Avevamo detto che non avresti preso decisioni avventate.»
«La mia casa è ancora mia.»
«E se questa storia fosse falsa?»
Teresa guardò Matteo, che beveva tranquillo.
«Allora domani se ne andranno e avremo perso una notte di sonno. Sopravviveremo.»
Chiara provò a rifiutare.
Teresa non glielo permise.
Quella sera apparecchiò per tre.
Paola non rimase a cena.
Disse di avere mal di testa, ma Teresa sapeva che era rabbia.
Chiara mangiò poco. Ogni volta che Matteo si muoveva, lei posava la forchetta e controllava la culla improvvisata accanto al tavolo.
«Può rilassarsi», disse Teresa.
«Mi dispiace se disturba.»
«I bambini disturbano. È il loro mestiere.»
Chiara sorrise appena.
Dopo cena Teresa le mostrò la stanza degli ospiti.
Passando davanti alla camera di Lorenzo, Chiara si fermò.
La porta era socchiusa.
«Posso?»
Teresa esitò.
Poi entrò e accese la luce.
Chiara rimase sulla soglia.
Guardò i libri, le scarpe allineate, una vecchia fotografia di famiglia sulla scrivania.
In quell’immagine Lorenzo aveva vent’anni. Teresa gli stringeva il braccio, Paola rideva e il padre teneva una mano sulla spalla di entrambi.
Una famiglia perfetta.
O almeno così appariva.
«Non sapevo che fosse malato», disse Chiara.
Teresa si sedette sul bordo del letto.
«Non lo sapeva nessuno.»
«Che cosa aveva?»
«Una malattia del sangue. All’inizio pensava fosse stanchezza. Quando si decise a fare gli esami, era già grave.»
Chiara si coprì la bocca.
«Quanto tempo è passato dalla diagnosi…»
«Ventisette giorni.»
La giovane chiuse gli occhi.
«Ecco perché non rispondeva.»
«Forse.»
«Ma il messaggio?»
Teresa guardò fuori dalla finestra.
«Non lo so.»
Quella domanda la tormentava.
Se Lorenzo era troppo malato per rispondere, chi aveva inviato quelle parole?
Oppure le aveva scritte davvero lui?
Forse aveva avuto paura.
Forse non voleva complicazioni mentre sentiva il proprio corpo cedere.
Teresa aveva trascorso tre anni trasformando suo figlio morto in un uomo senza difetti.
Era più facile amare un ricordo ripulito da ogni ombra.
Ma Lorenzo era stato vivo.
E le persone vive sbagliano.
«Posso chiederle una cosa?» disse Chiara.
«Sì.»
«Negli ultimi giorni ha mai parlato di me?»
Teresa scosse la testa.
«Parlava pochissimo. Dormiva quasi sempre.»
«Capisco.»
«L’ultima sera mi disse di avere lasciato troppe cose a metà.»
Chiara si sedette sulla sedia vicino alla scrivania.
«Forse parlava del lavoro.»
«Forse.»
Matteo cominciò a piangere nella stanza accanto.
Chiara si alzò subito.
Teresa la fermò con un gesto.
«Vada pure. Io resto qui.»
Quando la giovane uscì, Teresa aprì il cassetto della scrivania.
Dentro c’era ancora una busta che non aveva mai notato, infilata sotto un quaderno.
Sul davanti era scritto soltanto:
Mamma.
Teresa riconobbe la grafia di Lorenzo.
Le mani cominciarono a tremarle.
Aprì la busta.
C’erano due fogli.
“Mamma,
se stai leggendo questa lettera, significa che non ho avuto il coraggio o il tempo di dirti certe cose guardandoti in faccia.
So che mi hai sempre considerato quello affidabile. Quello che non crea problemi. Quello che torna a casa la domenica e aggiusta tutto.
Ma non sono stato sempre quell’uomo.
In Umbria ho conosciuto una ragazza, Chiara. Le ho voluto bene più di quanto le abbia fatto capire.
Quando mi sono ammalato, ho ricevuto un suo messaggio. Diceva che doveva parlarmi. Io avevo paura.
Non della malattia. Di lasciarle qualcosa di peggio del silenzio.
Ho chiesto a Paola di risponderle al posto mio e di farle capire che era finita. Pensavo di proteggerla. Forse ho soltanto scelto la via più comoda.
Poi ho provato a richiamarla, ma il numero risultava irraggiungibile.
Se un giorno dovesse cercarmi, non mandarla via.
Dille che mi dispiace.
E, per una volta, non difendermi.”
Teresa smise di leggere.
La stanza sembrò inclinarsi.
Riprese il foglio.
In fondo, con una scrittura più debole, c’era un’ultima frase.
“Paola sa tutto.”
Teresa rimase seduta a lungo.
Dal corridoio arrivava la voce di Chiara che canticchiava una ninnananna.
Una melodia antica.
La stessa che Teresa cantava ai suoi figli.
Quella notte non dormì.
Alle sette del mattino telefonò a Paola.
«Vieni qui.»
«Mamma, sto andando al lavoro.»
«Vieni qui adesso.»
Sua figlia arrivò mezz’ora dopo.
Entrò in cucina e trovò la madre seduta davanti alla lettera.
Bastò uno sguardo.
Paola capì.
«Dove l’hai trovata?»
«Nella scrivania di tuo fratello.»
«Mamma…»
«Tu sapevi.»
Paola chiuse la porta.
Chiara era nella stanza degli ospiti con Matteo.
«Lorenzo mi chiese soltanto di mandare un messaggio.»
«Sapevi di Chiara.»
«Sapevo che si frequentavano.»
«Sapevi che lei voleva parlargli.»
«Non sapevo fosse incinta.»
«Hai risposto dal telefono di tuo fratello.»
«Lui me lo chiese.»
Teresa si alzò.
«E dopo la sua morte? Hai mai cercato quella ragazza?»
Paola scosse la testa.
«Non avevo il numero. Lorenzo aveva cancellato tutto.»
«Hai mai controllato?»
«Eravamo distrutti.»
«Hai mai provato?»
Paola abbassò gli occhi.
«No.»
«Perché?»
«Perché papà era morto da poco, Lorenzo stava morendo e tu non mangiavi più. Dovevo tenere insieme la famiglia.»
«Tenere insieme la famiglia o salvare le apparenze?»
«Non è giusto.»
«Giusto? Una donna ha creduto per più di un anno che tuo fratello l’avesse abbandonata. Ha partorito da sola. E tu sapevi che quel messaggio non lo aveva scritto lui.»
«Lorenzo scelse quelle parole.»
«Ma le dita erano le tue.»
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