Al cimitero trovò una sconosciuta con un neonato davanti alla tomba del figlio: quando vide quegli occhi, capì che le avevano nascosto tutto
«Mi scusi… chi è lei?»
La voce di Teresa uscì più dura di quanto avrebbe voluto.
La giovane donna inginocchiata davanti alla lapide si voltò di scatto. Aveva il viso bagnato di lacrime, un vestito nero stropicciato e un bambino stretto al petto come se fosse l’unica cosa rimasta al mondo.
Teresa fece altri due passi sul vialetto di ghiaia.
«E perché sta piangendo sulla tomba di mio figlio?»
La ragazza impallidì.
Provò ad alzarsi, ma una gamba le cedette per il lungo tempo trascorso sull’erba umida. Si aggrappò al bordo della lapide, tenendo il bambino con un braccio solo.
«Mi dispiace. Non volevo disturbare nessuno.»
«Non mi ha risposto.»
«Me ne vado subito.»
«Le ho chiesto chi è.»
Il cimitero del paese era quasi vuoto. Era domenica pomeriggio, l’ora in cui le famiglie tornavano a casa dopo il pranzo, con le persiane abbassate e le pentole ancora nel lavello.
Teresa andava lì ogni domenica da quasi tre anni.
Portava garofani bianchi, puliva il marmo con un panno che teneva nella borsa e raccontava a suo figlio le piccole cose della settimana.
Gli diceva che la caldaia faceva di nuovo rumore.
Che il vicino aveva potato male la siepe.
Che sua sorella continuava a non entrare nella sua stanza.
Quel giorno, invece, davanti alla tomba di Lorenzo c’era una sconosciuta.
E tra le sue braccia c’era un bambino di circa otto mesi.
«Non sono venuta a chiedere soldi», disse la giovane.
Teresa strinse la borsa contro il fianco.
«Io non ho parlato di soldi.»
«Lo so. Ma è quello che penserà quando le dirò la verità.»
Il bambino si mosse sotto la copertina. Fece un piccolo verso, poi aprì gli occhi.
Teresa smise di respirare.
Erano occhi grigio scuro, grandi e leggermente inclinati verso il basso. Lo stesso sguardo serio che Lorenzo aveva da neonato, nelle fotografie ingiallite conservate nel cassetto del soggiorno.
Anche il piccolo movimento del sopracciglio sinistro era identico.
Lorenzo lo faceva quando qualcosa lo incuriosiva.
Teresa sentì il sangue abbandonarle il viso.
«Come si chiama il bambino?»
La ragazza lo strinse più forte.
«Matteo.»
«E lei?»
«Chiara.»
«Chiara come?»
La giovane abbassò gli occhi verso la lapide.
Lorenzo Bassi.
1986-2023.
Figlio amato.
Teresa aveva scelto personalmente quelle parole perché non era riuscita a trovare una frase capace di contenere tutto il resto.
«Chiara Moretti.»
«Da dove viene?»
«Da Perugia.»
«E che cosa ci fa qui, a quasi quattrocento chilometri da casa sua?»
Chiara guardò il bambino, poi la fotografia ovale incastonata nel marmo.
Lorenzo sorrideva in una camicia chiara, con l’aria di chi era stato sorpreso proprio mentre stava per dire una battuta.
«Sono venuta perché lui era suo padre.»
Il vento sollevò alcune foglie secche lungo il vialetto.
Teresa sentì un fischio nelle orecchie.
Per un istante pensò di non avere capito bene.
«Ripeta.»
«Lorenzo era il padre di Matteo.»
«No.»
Chiara non disse nulla.
«No», ripeté Teresa. «Mio figlio non aveva figli.»
«Non sapeva di averne.»
«Mio figlio mi raccontava tutto.»
La giovane alzò finalmente lo sguardo.
Non c’era sfida nei suoi occhi.
Solo una stanchezza profonda, di quelle che non si curano con una notte di sonno.
«Forse le raccontava quasi tutto.»
Teresa si irrigidì.
«Lei non conosceva mio figlio.»
«Lo conoscevo abbastanza da sapere che prendeva il caffè senza zucchero, che odiava le camicie con il colletto rigido e che, quando era nervoso, si strofinava la cicatrice sul pollice destro.»
Teresa guardò la fotografia sulla lapide.
La cicatrice Lorenzo se l’era fatta a tredici anni, aprendo una scatola di pomodori con un coltello troppo grande.
Lei gli aveva messo tre punti adesivi e lo aveva rimproverato per una settimana.
«Dove lo ha conosciuto?»
«In Umbria. Era lì per seguire i lavori in un albergo che stavano ristrutturando. Io lavoravo nella trattoria di mia zia, dall’altra parte della strada.»
Teresa si voltò.
C’era una panchina di ferro qualche metro più in là. Sentiva le gambe molli, ma non voleva che Chiara se ne accorgesse.
«Sediamoci.»
Non fu un invito.
Fu un ordine.
Chiara si accomodò a un’estremità della panchina. Teresa rimase dall’altra parte, lasciando tra loro uno spazio largo quanto una persona.
Matteo si addormentò quasi subito, con una guancia appoggiata al petto della madre.
«Cominci dall’inizio», disse Teresa.
Chiara inspirò lentamente.
«Lorenzo veniva a pranzo quasi ogni giorno. Ordinava sempre pasta corta, mai spaghetti, perché diceva che non voleva macchiarsi davanti agli operai.»
Teresa avrebbe voluto non sorridere.
Ma quel particolare era troppo vero.
Lorenzo aveva sempre avuto paura di sporcare le camicie, anche quando da bambino mangiava il ragù con un tovagliolo infilato nel colletto.
«La prima settimana parlavamo poco», continuò Chiara. «Poi un giorno mi chiese perché sembrassi sempre arrabbiata.»
«E lei?»
«Gli dissi che era la mia faccia.»
Teresa lasciò uscire un breve suono dal naso.
Anche quella risposta sarebbe piaciuta a Lorenzo.
«Cominciammo a parlare. Prima durante il pranzo, poi la sera, quando finivo il turno. A volte facevamo una passeggiata. Niente di speciale. Una panchina, una piazza, due bicchieri di vino della casa.»
Chiara abbassò la voce.
«Con lui era facile. Non faceva promesse. Non diceva frasi grandi. Però ascoltava. O almeno così credevo.»
«Quanto è durata?»
«Quasi cinque mesi.»
Teresa si voltò di scatto.
Cinque mesi.
Non una sera.
Non una distrazione.
Cinque mesi della vita di suo figlio di cui lei non sapeva nulla.
«Lorenzo tornava qui ogni fine settimana.»
«Lo so.»
«Come fa a saperlo?»
«Mi diceva che doveva occuparsi di sua madre.»
Teresa avvertì una puntura al petto.
Negli ultimi anni Lorenzo passava davvero spesso da lei. Sistemava una presa, portava la spesa, controllava che prendesse le medicine.
Lei aveva interpretato quelle visite come la prova che tra loro non esistessero segreti.
Ora ogni ricordo sembrava avere un secondo lato.
«Quando ha scoperto di essere incinta?»
«Tre settimane dopo che lui era tornato definitivamente qui.»
«E lo ha chiamato?»
«Decine di volte.»
«Lorenzo non ignorava le persone.»
Chiara la fissò.
«Con me lo fece.»
Teresa strinse le mani in grembo.
«Forse aveva capito che lei voleva legarlo.»
«Non volevo legare nessuno.»
«È facile dirlo adesso.»
«Gli avevo chiesto solo di richiamarmi.»
«E lui non lo fece.»
«No.»
«Allora forse aveva le sue ragioni.»
La frase uscì tagliente.
Chiara abbassò gli occhi, ma non pianse.
Quella compostezza irritò Teresa più delle lacrime.
«Quando gli scrissi che dovevo parlargli di una cosa importante», continuò la giovane, «ricevetti una risposta.»
Teresa si voltò verso di lei.
«Che cosa diceva?»
«Diceva: “Non cercarmi più. Quello che c’è stato è finito.”»
La panchina sembrò diventare più fredda.
«Mio figlio non avrebbe scritto una cosa simile.»
«Ho ancora il messaggio.»
Chiara tirò fuori dalla borsa un vecchio foglio piegato.
Non le porse un telefono. Le porse una stampa.
In alto c’era una data.
Sotto, poche parole.
Teresa riconobbe il numero di Lorenzo.
Lesse la frase due volte.
Era crudele nella sua brevità.
Non cercarmi più. Quello che c’è stato è finito.
«Potrebbe averlo scritto chiunque.»
«Certo.»
Chiara ripiegò il foglio.
«È quello che mi sono detta anch’io per mesi. Poi ho smesso di cercare spiegazioni.»
«Perché non è venuta subito qui?»
«Perché ero incinta, senza un lavoro fisso e con mio padre che non mi parlava più. Mia madre era morta da quattro anni. Non avevo l’indirizzo di Lorenzo. Sapevo solo il nome del paese.»
«Avrebbe potuto trovarlo.»
«Ci ho provato.»
«Non abbastanza.»
Chiara sollevò il mento.
Per la prima volta, Teresa vide qualcosa di duro nel suo volto.
«Signora, io partorivo da sola mentre lei seppelliva suo figlio. Non credo che nessuna delle due abbia avuto giorni facili.»
Le parole colpirono Teresa come uno schiaffo.
Si alzò di scatto.
«Non si permetta di paragonare le due cose.»
Matteo si svegliò e cominciò a lamentarsi.
Chiara lo cullò, premendogli una mano sulla schiena.
«Ha ragione», disse piano. «Non sono la stessa cosa.»
Teresa rimase in piedi, davanti alla panchina.
Avrebbe voluto andarsene.
Avrebbe voluto dire alla ragazza di non tornare mai più.
Ma il bambino aveva afferrato un bottone del cappotto della madre con la mano sinistra.
Lorenzo faceva la stessa cosa.
Da piccolo si addormentava stringendo un pezzo del grembiule di Teresa, come se temesse che lei potesse scomparire durante la notte.
«Come ha scoperto che era morto?»
«Circa due mesi dopo la nascita di Matteo.»
«Da chi?»
«Da nessuno. Cercavo ancora il suo nome ogni tanto. Una sera trovai un necrologio pubblicato dal giornale locale.»
Chiara si asciugò una lacrima con il dorso della mano.
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