«C’era la fotografia che vede qui. All’inizio pensai che fosse un omonimo. Poi lessi il nome di sua madre.»
Teresa tornò lentamente a sedersi.
«E perché ha aspettato altri sei mesi?»
«Paura.»
«Di che cosa?»
«Di lei. Della sua famiglia. Di essere chiamata bugiarda. Di sentirmi dire che avevo inventato tutto per interesse.»
Teresa non rispose.
Erano esattamente le cose che aveva pensato.
«Poi Matteo ha cominciato a guardarmi con quegli occhi», continuò Chiara. «Ogni giorno assomigliava un po’ di più a Lorenzo. Ho capito che non potevo crescere mio figlio raccontandogli che suo padre non era mai esistito.»
«Poteva mandare una lettera.»
«Ne ho mandate tre.»
Teresa si immobilizzò.
«A chi?»
«A questo indirizzo.»
Chiara le mostrò una busta restituita al mittente. Sul davanti c’era l’indirizzo della vecchia casa di Lorenzo, l’appartamento dove aveva abitato fino a pochi mesi prima di morire.
Teresa aveva svuotato quella casa con l’aiuto della figlia maggiore, Paola.
Avevano buttato via scatole, bollette, volantini, vecchie ricevute.
«Le lettere sono tornate indietro», disse Chiara. «Così sono venuta di persona.»
«Come ha trovato la tomba?»
«Ho chiesto al fioraio davanti all’ingresso.»
Il fioraio conosceva tutti.
Probabilmente, entro sera, mezzo paese avrebbe saputo che una ragazza con un bambino aveva pianto sulla tomba di Lorenzo Bassi.
Teresa sentì salire la vergogna.
Non per Chiara.
Per gli sguardi.
Per le voci dietro le tende.
Per le domande al mercato.
Aveva trascorso una vita intera cercando di tenere la famiglia in ordine. La tovaglia stirata la domenica. Le finestre pulite. I figli educati. Nessuna lite in strada. Nessun debito lasciato in sospeso.
La bella figura non era vanità, le aveva insegnato sua madre.
Era dignità.
Ma in quel momento Teresa capì quanto poco bastasse perché la dignità diventasse una gabbia.
«Devo pensarci», disse.
Chiara annuì.
«Capisco.»
«Non venga più qui finché non la contatto.»
La giovane abbassò lo sguardo su Matteo.
«Non ho il suo numero.»
Teresa prese dalla borsa una vecchia ricevuta e scrisse le cifre sul retro.
La mano le tremava.
«Mi mandi un messaggio quando arriva a casa.»
Chiara prese il foglietto.
«Grazie.»
«Non mi ringrazi. Non ho ancora creduto a niente.»
Si separarono davanti al cancello del cimitero.
Teresa restò a guardare la giovane salire su una piccola automobile piena di borse, coperte e biberon.
Quando la macchina sparì dietro la curva, tornò alla tomba di Lorenzo.
I garofani bianchi erano ancora nella sua borsa.
Li posò nel vaso con troppa forza.
«Che cosa hai fatto?»
La fotografia continuava a sorridere.
«Dimmi che non è vero.»
Teresa si sedette sull’erba, nello stesso punto in cui aveva trovato Chiara.
Per la prima volta dalla morte del figlio, non pianse perché le mancava.
Pianse perché non sapeva più chi fosse stato.
Quella sera Paola arrivò per cena con il marito e i due figli adolescenti.
Teresa aveva preparato tortellini in brodo, anche se nessuno aveva fame. Era una domenica, e nella sua casa la domenica il brodo si faceva comunque.
Aspettò che i ragazzi uscissero dalla cucina.
Poi posò il cucchiaio.
«Oggi ho incontrato una donna al cimitero.»
Paola alzò appena lo sguardo.
«Qualcuna che conosceva Lorenzo?»
«Dice di avere avuto un figlio da lui.»
Il marito di Paola tossì.
Paola rimase immobile.
«Che cosa?»
«Un bambino di otto mesi.»
«Mamma, è impossibile.»
«Ha gli occhi di tuo fratello.»
«Molti bambini hanno gli occhi grigi.»
«Anche il sopracciglio.»
«Il sopracciglio? Adesso riconosciamo i parenti dal sopracciglio?»
Teresa non gradì il tono.
«La ragazza conosce cose che non poteva sapere.»
«Quali cose?»
Teresa raccontò della cicatrice, del caffè amaro, delle camicie, dei mesi in Umbria.
Paola ascoltò con le braccia incrociate.
Quando la madre finì, si alzò e cominciò a raccogliere i piatti, anche se erano ancora pieni.
«Vuole soldi.»
«Dice di no.»
«Lo dicono tutti.»
«Ha portato il bambino alla tomba.»
«Appunto. È una scena perfetta.»
«Paola.»
«Mamma, hai settant’anni. Sei sola. Hai una casa grande e dei risparmi. Una sconosciuta arriva con un bambino e tu sei già pronta ad aprirle la porta.»
«Non ho aperto nessuna porta.»
«Le hai dato il tuo numero.»
Teresa abbassò gli occhi.
La figlia la conosceva troppo bene.
«Faremo un esame», disse. «Così sapremo la verità.»
Paola lasciò cadere un cucchiaio nel lavello.
«E se fosse vero?»
Teresa non seppe rispondere.
Il silenzio si riempì del rumore della televisione accesa in soggiorno.
«Se fosse vero», continuò Paola, «quel bambino avrebbe dei diritti.»
Il marito le lanciò un’occhiata.
«Non è il momento di parlare di queste cose.»
«È esattamente il momento. Papà non c’è più. Lorenzo non c’è più. La casa è intestata alla mamma. Se quella donna entra nella famiglia, poi non esce.»
Teresa la fissò.
«Stai parlando di un bambino.»
«Sto parlando di proteggerti.»
«O di proteggere quello che pensi ti spetti?»
Paola arrossì.
«Non è giusto.»
«Nemmeno giudicare una donna senza conoscerla.»
«E tu la conosci? L’hai vista una volta.»
«Ho visto suo figlio.»
«Non è ancora suo figlio.»
La frase cadde sulla tavola come un bicchiere rotto.
Teresa si alzò.
«Per stasera basta.»
Paola infilò il cappotto senza salutare.
Il marito la seguì in silenzio.
Prima di uscire, però, tornò indietro e disse a Teresa a bassa voce:
«Non decidere per paura dei pettegolezzi. Ma neanche per il bisogno di riavere Lorenzo.»
La porta si chiuse.
Teresa rimase sola davanti a quattro piatti di tortellini diventati freddi.
Alle dieci e dodici arrivò un messaggio.
“Siamo arrivati. Grazie per avermi ascoltata. Non la disturberò più.”
Sotto c’era una fotografia di Matteo addormentato nel seggiolino, con la bocca leggermente aperta.
Teresa ingrandì l’immagine.
Lorenzo dormiva così.
La mattina dopo aprì l’armadio della stanza del figlio.
Non lo faceva da mesi.
Paola le aveva consigliato di donare i vestiti, ma Teresa aveva rimandato. Ogni giacca conservava una forma. Ogni camicia aveva un odore ormai quasi scomparso.
Prese una scatola dal ripiano più alto.
Dentro c’erano documenti, chiavi, una vecchia agenda e un portafoglio consumato.
Sfogliò l’agenda.
Nelle pagine dell’anno trascorso in Umbria trovò appuntamenti di lavoro, numeri di fornitori, misure di stanze.
Poi, in fondo a una pagina di settembre, una sola parola.
Chiara.
Accanto, il disegno di un piccolo sole.
Teresa dovette sedersi sul letto.
Continuò a cercare.
In una tasca interna del portafoglio trovò lo scontrino di una trattoria. Sul retro, una frase scritta con una grafia femminile:
“Non tutte le facce arrabbiate sono infelici.”
Sotto c’era un numero di telefono.
Era lo stesso dal quale Chiara le aveva scritto.
Teresa chiamò sua figlia.
«Ho trovato delle prove.»
«Che tipo di prove?»
«Lorenzo la conosceva.»
«Questo non dimostra che il bambino sia suo.»
«Lo so.»
«Allora non chiamarla ancora.»
Teresa guardò la stanza.
«È troppo tardi.»
Tre giorni dopo Chiara tornò in paese.
Non portò valigie. Solo una borsa per il bambino e una cartellina con i documenti necessari.
L’esame venne organizzato attraverso un laboratorio privato in una città vicina. Per stabilire la parentela, serviva il campione di Teresa e quello di Matteo.
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