Alla mia festa di nozze ho visto mia suocera cercare di avvelenare il mio spumante e ho cambiato bicchiere

Se c’erano le telecamere, allora non ero più solo io contro Patrizia.
C’era qualcosa che non poteva mentire.


Marco chiamò poche ore dopo.

Appena vidi il suo nome sul display, il cuore mi saltò in gola. Risposi con le mani che mi tremavano.

«Pronto?»

La sua voce era piatta. «La polizia è appena stata in ospedale. Hanno interrogato mia madre.»

«Io non…» iniziai, ma lui mi interruppe.

«So che non sei stata tu a chiamarli. È l’ospedale che deve fare la segnalazione, me lo hanno spiegato.»

Un silenzio fastidioso, pieno di cose non dette.

«Che cosa ha detto Patrizia?» chiesi.

«Che non ha fatto niente. Che non ha messo niente in nessun bicchiere. Dice che non prenderebbe mai farmaci senza prescrizione, che non sa come quel sedativo sia finito nel suo sangue.»

Chiusi gli occhi. Me lo aspettavo.

«Non dirà mai la verità, Marco.»

«È mia madre, Chiara.» La sua voce si incrinò. «La conoscono da anni come una donna corretta, generosa. Non posso credere che…»

«Hai visto i video del ricevimento?» lo interruppi. «Quello che ha fatto alla torta? Almeno questo è successo davanti a tutti.»

«Sì, li ho visti.»

«E ti sembrava sobria?»

Silenzio. Poi: «Non lo so più. Non so cosa pensare.»

«La polizia sta chiedendo i filmati della villa,» dissi. «Ci sono telecamere. Hanno detto che si vede anche il tavolo d’onore.»

«Bene,» rispose freddo. «Così sapremo chi dice la verità.»

«Marco…» Le parole mi uscivano a fatica. «Dove sei?»

«Da Enrico. Mi fermo da lui qualche giorno.»

Sentii qualcosa spezzarsi dentro. «Da Enrico? Ma noi… siamo sposati da un giorno.»

«Lo so,» disse piano. «Ma mia madre è in ospedale, il nostro matrimonio è ovunque su internet, e mia moglie sta accusando mia madre di averla avvelenata. Non riesco a stare lucido se resto lì con te. Devo capire cosa sento.»

Le lacrime mi salirono agli occhi. «E se il video conferma la mia versione?»

«Allora chiederò scusa,» disse, quasi a bassa voce. «Ma fino ad allora, Chiara… non riesco a scegliere tra la donna che mi ha cresciuto e quella che ho sposato ieri.»

La linea tacque. Si era interrotto.
Rimasi seduta con il telefono in mano, fissando il vuoto.

In meno di ventiquattr’ore avevo perso il ricevimento, la calma, e forse anche mio marito.


Passarono tre giorni. Non uscivo quasi di casa. Ogni volta che aprivo il telefono, c’erano nuovi video, nuovi commenti.

«Suocera impazzisce al matrimonio del figlio»
«È alcol? Farmaci? Esaurimento?»

Alcuni ridevano, altri facevano diagnosi a distanza. Nessuno parlava di me. Nessuno si chiedeva se quella donna avesse voluto fare del male a qualcun altro.

Marco non chiamava. Non scriveva.
La mia famiglia era con me a turni: mia madre con le lasagne e i fazzoletti, mio padre con il suo silenzio ostinato, Silvia con la sua rabbia pronta a esplodere.

«Io vado a parlare con quella lì,» ripeteva mia sorella. «Altro che pillole nel bicchiere. Le direi due paroline io…»

«Silvia, no,» la fermava mamma. «Non peggioriamo le cose.»

Al quarto giorno, il telefono squillò. Numero sconosciuto.

«Pronto?»

«Chiara? Sono l’ispettore Marchetti. Abbiamo i filmati di Villa dei Cipressi. Vorremmo che venisse in commissariato. Ci sarà anche suo marito e la famiglia di lui.»

Mi si seccò la bocca. «Va bene. A che ora?»


La sala riunioni del commissariato era piccola, con una lunga tavolo e una televisione appesa al muro.

Quando entrai, Marco era già lì. Sembrava invecchiato di dieci anni in pochi giorni. C’erano anche Giorgio e Luca. Nessuno di loro mi rivolse la parola. L’aria era piena di imbarazzo e di orgoglio ferito.

L’ispettore Marchetti accese il computer portatile collegato alla TV.

«Quello che vedrete ora,» disse, «è uno dei filmati della sala principale della villa, la sera del ricevimento. L’inquadratura copre il tavolo d’onore. Vi chiedo solo di guardare fino alla fine, senza interrompere.»

Premette play.

Sul video, in bianco e nero, si vedeva il tavolo d’onore vuoto, con i bicchieri allineati. In basso, l’ora: circa dieci minuti prima dei brindisi.

Poi, in un angolo dell’immagine, apparve Patrizia.

La vidi avvicinarsi al tavolo, con la sua borsetta in mano. Si guardò intorno, esattamente come avevo ricordato. Si chinò sui bicchieri. L’ispettore mise in pausa e ingrandì.

«Qui,» disse, indicando lo schermo, «si vedono chiaramente i segnaposto con i nomi. Questo è quello con scritto ‘Chiara’.»

Ricominciò il video. Patrizia, nel filmato, teneva qualcosa tra le dita. Un oggetto piccolo e chiaro. La sua mano si fermò sopra il flute con il mio nome. Le dita si aprirono.

Si vide un puntino bianco cadere nel bicchiere.

Giorgio emise un verso soffocato. Luca si coprì la bocca con la mano.

Il video proseguì. Patrizia si guardò intorno un’ultima volta, poi si allontanò. Passarono un paio di minuti in cui la sala era quasi vuota. Poi entrai in campo io.

Mi vidi avvicinarmi lentamente al tavolo. Guardavo i bicchieri, i segnaposto. E poi, con un gesto esitante ma deciso, scambiai i due flute: quello davanti al mio nome con quello davanti al nome di Patrizia.

La Chiara sullo schermo inspirò, guardò per un istante verso la sala, poi si allontanò.

L’ispettore fermò il video. Nella stanza reale, nessuno parlava.

Marco aveva lo sguardo fisso sullo schermo, le mani che gli tremavano sulle ginocchia.

Giorgio fu il primo a reagire. «Non… non potete capire da un video cosa c’era in quel bicchiere,» disse, con la voce rotta. «Magari era una vitamina, un integratore…»

«Signor Bianchi,» disse l’ispettore con calma, «il sangue di sua moglie conteneva una dose consistente di diazepam. Non è una vitamina. È un ansiolitico. Abbiamo inoltre sentito la sorella di Patrizia, la signora Elena Rossi. Ha una prescrizione per questo farmaco. Ha dichiarato che, dopo la visita a casa di sua sorella, dalla confezione mancavano cinque pastiglie.»

Luca sussultò. «Mamma non ha mai preso psicofarmaci. Se avesse iniziato ora, lo avremmo saputo.»

«Non escludiamo che qualcuno possa aver sottratto i farmaci senza che la signora Rossi se ne accorgesse subito,» aggiunse l’ispettore. «Ma il fatto rimane: un ansiolitico è finito nel bicchiere di Chiara, ed è stata Patrizia a mettercelo. Il video è molto chiaro.»

Mi girai verso Marco. Aveva il volto stravolto.

«Marco…» cominciai.

Lui si alzò in piedi all’improvviso, facendo stridere la sedia sul pavimento. Andò verso l’angolo della stanza e si appoggiò al muro con la fronte, le spalle che tremavano. Non sapevo se andare da lui o restare dov’ero.

Alla fine fu lui ad avvicinarsi a me. Gli occhi erano pieni di lacrime.

«Avevi ragione,» sussurrò. «Dio, Chiara… avevi ragione.»

Mi abbracciò così forte che quasi non riuscivo a respirare. Sentivo il suo petto sobbalzare contro il mio.

«Ti ho accusata di mentire,» disse. «Ti ho lasciata da sola la prima notte di nozze, mentre mia madre… mia madre aveva fatto una cosa del genere.»

«Non è colpa tua,» sussurrai, anche se una parte di me avrebbe voluto urlare il contrario. «È lei che ha scelto cosa fare.»

Alle nostre spalle, Giorgio si era lasciato cadere sulla sedia, lo sguardo perso.

«Non ci posso credere,» mormorava. «Patrizia… perché? Perché?»

Luca fissava il tavolo, mostruosamente pallido.

L’ispettore ci lasciò qualche minuto, poi parlò di nuovo. «Il fascicolo sarà trasmesso alla Procura. Visti i filmati, le analisi del sangue e le dichiarazioni, riteniamo che ci siano gli estremi per ipotizzare un tentativo di avvelenamento e messa in pericolo della persona. La signora Patrizia sarà formalmente indagata.»

«Vuol dire che andrà in prigione?» chiese Luca, con un filo di voce.

«Non posso dirlo ora,» rispose l’ispettore. «Spetterà al giudice, in base alle richieste del Pubblico Ministero e alla difesa. Di certo, non è una cosa che passerà sotto silenzio.»


Due giorni dopo, Patrizia si presentò in questura accompagnata dal suo avvocato.

Lo vidi al telegiornale della sera. Seduta sul divano, con le mani strette intorno a una tazza di camomilla che non avevo toccato, guardavo le immagini.

Patrizia indossava un tailleur blu scuro, il trucco sobrio, i capelli perfettamente in ordine. Avrebbe potuto sembrare diretta a una riunione di beneficenza, se non fosse stato per i giornalisti e le telecamere che la seguivano mentre entrava in questura al fianco dell’avvocato Ricci, uno di quegli avvocati penalisti che si vedono spesso in TV quando c’è un caso delicato.

«La signora Patrizia Bianchi, figura nota nel mondo delle associazioni benefiche locali,» diceva la giornalista, «si è presentata spontaneamente oggi presso gli uffici della polizia, dopo che la Procura ha aperto un’indagine su un presunto tentativo di avvelenamento ai danni della nuora, avvenuto durante il matrimonio del figlio.»

Mandarono in onda spezzoni dei video del ricevimento. Patrizia che ballava, Patrizia che distruggeva la torta, Patrizia trascinata via dai soccorritori. Poi la nostra foto di fidanzamento: io e Marco abbracciati, sorridenti, ignari di tutto.

Marco abbassò il volume col telecomando. «Non voglio sentire.»

«Come fai a dire che non vuoi sentire?» gli dissi, la voce incrinata. «Stanno parlando della tua famiglia.»

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