Attraversai mezza città con il gatto di nonna e trovai casa anch’io

Pensavo di aver trovato una casa solo per Mimì. Non sapevo che qualcuno, in silenzio, stesse ancora cercando anche me.

Dopo quel giorno, per qualche ora, mi è sembrato quasi di respirare meglio.

Non perché il dolore fosse passato. Quello no. Il dolore non se ne va solo perché una cosa giusta, ogni tanto, riesce.

Però sapere che Mimì dormiva al caldo, vicino a una finestra vera, con qualcuno che le parlava piano, mi aveva tolto almeno un po’ di peso dalle spalle.

Era il primo sabato da mesi in cui non dovevo nascondere il cibo in tasca.

E questa cosa mi faceva sentire sollevato e in colpa insieme.

La famiglia da cui stavo in affido continuava ad avere le sue regole, i suoi orari, i suoi silenzi. Non mi trattavano male. Mi chiedevano se avevo fatto i compiti. Mi mettevano un piatto a tavola. Mi dicevano buonanotte da dietro la porta.

Ma era il tipo di gentilezza che non entra davvero dentro.

La sera continuavo a piegare il tovagliolo e a mettere da parte, senza pensarci, un pezzetto di quello che avevo nel piatto.

Poi mi fermavo.

E ogni volta era come ricordare di nuovo che nonna non c’era, che Mimì non era lì sotto il tavolo, e che io non sapevo bene dove mettere le mani, la fame e tutto il resto.

Tre giorni dopo, la signora Bianchi mi aveva trovato.

Una settimana dopo, mi aveva portato a vedere Mimì.

E due giorni dopo ancora, è tornata.

Mi stava aspettando fuori da scuola, vicino al cancello, con quel suo cappotto beige un po’ stanco e una borsa enorme piena di carte, chiavi e forse caramelle alla menta. Appena l’ho vista, mi si è stretto lo stomaco.

Perché quando sei un bambino e la vita ti ha già cambiato indirizzo troppe volte, impari presto che ogni novità può essere una brutta notizia.

Lei ha alzato una mano.

«Non ti spaventare,» ha detto. «Sono venuta solo a parlarti.»

Solo.

Le parole grandi a volte si presentano così. Con una parola piccola davanti.

Siamo andati a sederci su una panchina poco distante. Faceva freddo, ma quel freddo di fine inverno che sa già di primavera da qualche parte. Lei ha tirato fuori dalla borsa un sacchetto di carta.

«Ti ho preso una focaccia,» ha detto. «Non è una trappola. È solo una focaccia.»

Mi è scappato quasi da ridere.

L’ho presa senza fare complimenti, perché avevo fame. Lei ha aspettato che mangiassi qualche boccone, poi ha parlato piano.

«Ti ricordi quella famiglia di cui ti avevo accennato?»

Ho annuito, ma dentro mi ero già chiuso.

«Vorrebbero conoscerti.»

Ho abbassato gli occhi sulla focaccia. C’era un pezzetto di rosmarino rimasto attaccato al pollice.

«Perché?»

Lei ci ha messo un attimo a rispondere. Non per cercare una frase bella. Proprio per dire la verità nel modo giusto.

«Perché hanno visto la tua storia. E perché certe persone, quando vedono un bambino fare qualcosa di così grande da solo, non riescono più a far finta di niente.»

Io ho tirato su una spalla.

«La gente si commuove e poi passa ad altro.»

La signora Bianchi non si è offesa. Ha annuito appena.

«A volte sì,» ha detto. «A volte invece no.»

Sono rimasto zitto.

Lei allora ha aggiunto: «Non devi decidere niente adesso. Non devi promettere niente. Li conosci. Ci bevi una cioccolata. Se non ti va, finisce lì.»

Le persone adulte dicono spesso “non devi” e poi vogliono dire il contrario.

Ma lei, fino a quel momento, era stata una delle poche a non avermi spinto mai dove non me la sentivo di andare.

Per questo, sabato dopo, ci sono andato.

La casa di Lucia e Marco non era lontana dal quartiere di Mimì.

Era al secondo piano di un palazzo semplice, con i gradini di marmo consumati al centro e l’odore di sugo che usciva da qualche porta già dalle undici del mattino. Mi ricordo tutto, di quel giorno. Il corrimano freddo. Il rumore della televisione da un appartamento vicino. Il mio cuore che batteva così forte che mi sembrava scortese.

Ha aperto Lucia.

Aveva i capelli raccolti male, un maglione blu con una manica arrotolata più dell’altra e la faccia di chi era agitato quanto me ma non voleva farmelo pesare. Dietro di lei è comparso Marco, alto, magro, con gli occhiali e le mani da uno che aggiusta le cose invece di buttarle.

Nessuno dei due mi ha detto frasi enormi.

Nessuno mi ha guardato come si guarda una creatura triste da trattare con delicatezza, ma anche con distanza.

Lucia ha solo detto: «Ciao. Io sono Lucia. Lui è Marco. Entra pure, se ti va.»

Se ti va.

Mi ricordo ancora quella frase, perché non sembrava finta.

La loro casa non era perfetta. Sul tavolo della cucina c’era una piccola bruciatura rotonda. Una sedia aveva lo schienale un po’ storto. Sul frigorifero c’erano calamite diverse, nessuna uguale all’altra. In salotto, la coperta del divano era sistemata male, come se qualcuno si fosse alzato di corsa.

Mi piaceva già per quello.

Le case troppo in ordine mi hanno sempre fatto paura. Sembrano posti dove non puoi lasciare niente di te senza sporcare.

Lucia aveva preparato la cioccolata davvero. Densa, troppo calda, con la panna che si scioglieva ai bordi. Marco mi ha chiesto se preferivo sedermi in cucina o in salotto.

Una domanda stupidissima, forse.

Ma nessuno mi chiedeva più preferenze da mesi.

Abbiamo parlato piano.

Non mi hanno chiesto subito della morte di nonna. Non mi hanno chiesto se ero bravo a scuola. Non mi hanno chiesto se ero “gestibile”, che è una parola terribile da mettere vicino a un bambino.

Marco mi ha chiesto se mi piaceva disegnare, perché aveva visto che sul bordo del foglietto per Mimì c’erano piccole stelle fatte a penna.

Io mi sono vergognato.

«Le faccio sempre quando sono nervoso.»

«Allora sei in buona compagnia,» ha detto lui, mostrandomi un quaderno sul mobile pieno di margini scarabocchiati.

Lucia, invece, mi ha chiesto com’era Mimì da giovane.

Non “com’era il gatto”. Non “quella gatta”. Mimì.

Io all’inizio ho risposto poco. Poi sempre di più.

Ho raccontato di come si arrabbiava se qualcuno si sedeva sulla poltrona di nonna. Di come, quando nonna cucinava il pesce, compariva dal nulla come una signora offesa che era stata invitata troppo tardi. Di quel piccolo verso strano che faceva nel sonno, come se stesse protestando anche nei sogni.

Lucia ascoltava davvero.

Marco pure.

E io, mentre parlavo, mi sono accorto di una cosa che mi mancava quasi più di tutto: qualcuno che lasciasse vivere un ricordo senza avere fretta di chiuderlo.

Prima di andare via, Lucia mi ha fatto vedere una stanza piccola in fondo al corridoio.

«Era lo studio di Marco,» ha detto. «Adesso ci teniamo un po’ di tutto. Ma potrebbe tornare a essere una camera, se un giorno servisse.»

Se un giorno servisse.

Un’altra frase senza gancio nascosto.

C’era una libreria bassa. Una scrivania un po’ graffiata. Una tenda chiara che si muoveva appena. Sul davanzale, un vasetto con una piantina mezza viva, mezza no.

«Le cose mezze vive sono le più testarde,» ha detto Marco, vedendomi guardarla.

Io non ho saputo cosa rispondere.

Sono tornato nella casa dove stavo con le gambe leggere e lo stomaco annodato.

Quella notte non ho dormito bene.

Perché quando qualcosa ti sembra bello, dopo un po’ arriva la paura che te lo tolgano.

La settimana dopo, la signora Bianchi mi ha riportato da Mimì.

La coppia anziana che l’aveva adottata era gentile davvero. La casa era silenziosa. C’era una grossa finestra in salotto, proprio come aveva detto la signora Bianchi, e Mimì passava metà del tempo lì, sopra una coperta chiara, con il cardigan di nonna piegato accanto come una cosa sacra.

Mi faceva male e bene insieme vederlo lì.

Lei stava meglio.

Non era tornata giovane, no. Restava vecchia, sottile, con quel passo prudente da creatura che ha già capito quanto il mondo possa cambiare in fretta.

Però aveva gli occhi più vivi. Il pelo, anche se sempre un po’ giallo in certi punti, sembrava meno spento. E quando mi sentiva, veniva.

Piano.

Ma veniva.

Quella seconda volta, Lucia e Marco erano lì.

Non per caso. La signora Bianchi me l’aveva detto. «Solo per salutarti, se ti fa piacere.»

Io avevo fatto finta che mi fosse indifferente.

Non era vero.

Lucia si è seduta sul tappeto, a una certa distanza da me, e ha lasciato che fosse Mimì a decidere. Mimì le è passata davanti senza degnarla di uno sguardo, come solo i gatti sanno fare. Marco ha riso piano.

«Mi sembra giusto,» ha detto. «Prima viene il controllo qualità.»

Quella volta ho riso anch’io.

Sono dettagli sciocchi, forse. Una risata. Una cioccolata. Una stanza con una pianta moribonda. Ma quando hai dodici anni e ti si è rotto il mondo, i dettagli diventano il modo in cui ricominci a credere alle cose grandi.

Le settimane dopo sono andate così.

Una visita a Mimì.

Un pranzo da Lucia e Marco.

Una passeggiata con la signora Bianchi.

Un ritorno nella casa dove stavo.

Poi di nuovo.

Nessuno mi ha fatto pressioni. Nessuno mi ha detto “guarda quanto siamo bravi”. Nessuno mi ha promesso la felicità, che è una delle bugie peggiori che gli adulti raccontano ai bambini per sentirsi migliori.

Lucia, una domenica, mentre asciugava i piatti, mi ha detto solo questo: «Noi non vogliamo salvarti. Quella è una parola troppo grossa. Vorremmo solo esserci, se ti va di provare.»

Io fissavo una tazza sbeccata.

«E se poi cambiate idea?»

La cucina è diventata molto silenziosa.

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