La prima volta che ho visto i miei due gattini trascinare un premietto fino alla mia gatta anziana come se stessero cercando di corromperla, mi è venuto da ridere.
La seconda volta, ho pianto.
Vivo da sola in un piccolo appartamento con tre gatti che, a volte, si comportano più come una famiglia di certe persone che ho conosciuto nella vita.
La più anziana si chiama Mimì.
È una gatta rossa ormai scolorita, con il passo lento, gli occhi un po’ velati e quella calma che ti fa abbassare la voce senza neanche accorgertene.
Per anni questa casa è stata sua. Non perché fosse rumorosa o prepotente. Non ne aveva bisogno. Bastava uno sguardo di Mimì e tutto si rimetteva in ordine.
Poi sono arrivati Teo e Nina.
Quando li ho portati a casa erano minuscoli. Orecchie enormi, zampe troppo grandi e nessuna intenzione di stare fermi.
Teo era il più coraggioso. Sempre il primo a salire, il primo a saltare, il primo a infilare il naso dove non doveva.
Nina era più piccola e più delicata all’apparenza, ma ancora più agitata. Se Teo iniziava un guaio, lei trovava il modo di renderlo ancora più grande.
Fin dall’inizio hanno avuto un’adorazione totale per Mimì.
La seguivano fino alla ciotola dell’acqua. La seguivano fino alla lettiera. La seguivano fino al punto di sole vicino alla finestra come se fosse una diva in pensione e loro due i suoi assistenti troppo entusiasti.
Mimì, però, non ne voleva sapere.
Alla sua età le piacevano i sonnellini lunghi, le coperte calde e il silenzio. Teo e Nina, invece, amavano buttarsi giù dal divano e rincorrersi come se dovessero pagare l’affitto entro mezzanotte.
All’inizio mi faceva sorridere.
I gattini le portavano cose. E neanche cose normali. Un topolino di stoffa. Un tappo di bottiglia. Uno scontrino accartocciato rubato dal tavolo della cucina.
Una volta Teo le ha trascinato vicino perfino un calzino quasi grande quanto lui. Posavano tutto davanti a Mimì, poi si sedevano e la fissavano come se le stessero facendo una proposta seria.
Vieni a giocare con noi. Questo è per te.
Mimì apriva un occhio, guardava il regalo e poi guardava me come se stesse pensando che forse meritava un altro indirizzo.
Ogni tanto dava un colpetto al gioco. Solo uno.
E loro impazzivano di gioia.
Partivano di corsa per tutta casa come se avessero vinto qualcosa di enorme.
Così quel piccolo rito è andato avanti.
Ogni giorno compariva qualcosa ai piedi di Mimì. Una pallina. Una piuma. Un pezzetto di carta. Un premietto che avevano chiaramente rubato insieme dal sacchetto che tenevo sullo scaffale.
Era ridicolo.
Era tenero.
Ed era anche stancante.
Perché la verità era che Mimì stava invecchiando più in fretta di quanto volessi ammettere.
Dormiva più profondamente. Si muoveva più piano. Alcuni giorni saltava perfino il suo posto sul davanzale e restava rannicchiata nello stesso angolo per ore. Quando la prendevo in braccio, mi sembrava più leggera di prima.
E quella cosa mi spaventava più di quanto riuscissi a dire ad alta voce.
Teo e Nina questo non potevano capirlo.
Come avrebbero potuto?
Per loro Mimì era sempre Mimì. Sempre il centro della casa. Sempre quella che amavano di più. Così continuavano a provare a trascinarla dentro al loro piccolo vortice.
Un pomeriggio Mimì stava riposando sotto una sedia in salotto. Teo è arrivato saltellando con un pupazzetto in bocca. Nina lo seguiva con un premietto. Hanno posato tutto davanti a lei e poi hanno cominciato a toccarle la coda con la zampetta.
Mimì non ha soffiato.
Non ha tirato una zampata.
Aveva solo un’aria stanchissima.
E io sono scoppiata.
“Lasciatela stare”, ho detto più forte di quanto volessi.
I due si sono immobilizzati.
Teo è indietreggiato per primo. Nina si è abbassata fino a terra. E all’improvviso in casa è sceso un silenzio che ho odiato subito.
Non ero davvero arrabbiata con loro.
Avevo paura.
Paura di perdere Mimì. Paura di sentire quanto fosse vecchia quando la tenevo in braccio. Paura che un giorno quel punto di sole vicino alla finestra restasse vuoto.
Quella sera mi sono seduta per terra accanto a lei mentre dormiva. Teo e Nina sono rimasti dall’altra parte della stanza a guardarmi come se avessero capito che qualcosa non andava.
La mattina dopo era cambiato qualcosa.
Teo ha portato a Mimì un topolino di stoffa e l’ha appoggiato vicino alla sua coperta. Ma stavolta non l’ha toccata. Non le ha miagolato in faccia. L’ha solo posato lì ed è tornato indietro.
Poco dopo Nina ha portato uno dei suoi premietti morbidi preferiti.
Ha fatto la stessa cosa.
L’ha lasciato lì.
Poi si è allontanata.
Alla fine della giornata la coperta di Mimì sembrava un piccolo negozio di regali. Topolino. Tappo. Piuma. Premietto. Calzino.
Non avevano smesso di amarla.
Avevano solo imparato un modo più dolce per farlo.
Ed è stata proprio quella la cosa che mi ha spezzato il cuore.
Nei giorni successivi le sono rimasti vicini, ma senza invaderla. Se Mimì dormiva, loro si accoccolavano lì intorno invece di saltarle addosso. Se si spostava verso la finestra, la seguivano e poi si sistemavano a poca distanza, come due piccoli guardiani silenziosi.
Una sera sono entrata in salotto e li ho trovati tutti e tre insieme.
Mimì dormiva in mezzo.
Teo era steso da un lato della coperta. Nina era rannicchiata dall’altro. E tra loro c’era quel piccolo mucchio di offerte, come se avessero raccolto tutto quello che amavano per lasciarlo ai suoi piedi.
Mi sono seduta per terra e ho cominciato a piangere prima ancora di rendermene conto.
Non perché fosse successo qualcosa di grande.
Ma perché quei due gattini scalmanati avevano capito una cosa che tante persone non imparano mai.
L’amore non è sempre rumore.
Non è sempre aggiustare, spingere, chiedere, trascinare qualcuno verso di sé.
A volte amare vuol dire solo portare tutto il proprio cuore vicino a qualcuno, posarlo piano, e lasciarlo riposare.
Mimì ha ancora i suoi giorni silenziosi.
Teo e Nina hanno ancora i loro giorni folli.
Ma adesso, quando lei è stanca, loro lo sanno.
Le portano i loro regalini.
Si siedono vicino.
Aspettano.
E in un mondo dove tutti sembrano chiedere ancora una risposta, ancora un sorriso, ancora un po’ di energia, i miei tre gatti mi hanno insegnato le parole più gentili che l’amore possa dire.
Io sono qui.
Riposa.
Posso aspettare.
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