I gattini che impararono ad amare piano la vecchia regina di casa

La mattina dopo che Teo e Nina impararono ad amare in silenzio, Mimì smise di venire alla finestra.

Non saltò sul davanzale.

Non mi aspettò in cucina.

Non fece neanche quel piccolo verso rauco che faceva sempre quando aprivo il sacchetto del cibo umido e lei voleva ricordarmi, con dignità ferita, che stavo facendo tardi.

Restò nella sua coperta.

Con gli occhi semichiusi.

Il mento appoggiato sul bordo, come una regina troppo stanca perfino per lamentarsi.

Teo e Nina erano già svegli.

Di solito a quell’ora sembravano due scintille impazzite: una corsa sul corridoio, una caduta dal divano, una zampata al tappeto, poi via di nuovo.

Quella mattina no.

Erano seduti vicino a Mimì.

Fermi.

Teo aveva la coda avvolta attorno alle zampe. Nina teneva il musetto basso, quasi appoggiato alla coperta. Nessuno dei due cercava di toccarla.

Fu quello a farmi capire che non ero io a essere agitata.

Era davvero cambiato qualcosa.

Mi inginocchiai accanto a lei e le passai una mano piano dietro le orecchie.

“Mimì,” sussurrai.

Aprì appena gli occhi.

Mi guardò.

E per la prima volta da tanto, tantissimo tempo, non vidi quella calma antica che mi rassicurava sempre. Vidi fatica. Una fatica profonda, silenziosa, che mi fece gelare lo stomaco.

Cercai di non farmi prendere dal panico.

Le portai la sua ciotolina preferita.

La annusò.

Girò la testa.

Teo si alzò, fece due passi verso la ciotola, guardò me, poi tornò da lei come se stesse dicendo: non è giusto. Di solito qui lei mangia.

Io continuavo a ripetermi che magari era solo una giornata storta.

Che magari aveva dormito male.

Che magari il tempo umido la rendeva più lenta, più infastidita, più chiusa.

Ma ci sono giorni in cui il cuore capisce prima della testa.

Quel giorno il mio cuore aveva già capito.

La presi con delicatezza, avvolta nella sua copertina.

Era leggera.

Troppo.

Quando la tenevo così, contro il petto, sentivo sempre la stessa cosa: amore e paura mescolati insieme, senza più un confine chiaro.

Teo e Nina ci seguirono fino alla porta.

Teo si mise addirittura davanti al trasportino vuoto, come se volesse controllare lui. Nina miagolava piano, non forte, non in quel solito modo insistente da gattina impaziente. Era un suono piccolo, sottile, come una domanda.

“Torniamo,” dissi loro, anche se in realtà stavo parlando più a me stessa.

Il tragitto mi sembrò infinito.

Io con Mimì.

Le mani strette al trasportino.

Gli occhi fissi davanti.

E nella testa solo immagini stupide e terribili che non riuscivo a spegnere.

Il posto di sole vuoto.

La coperta senza il suo odore.

Teo e Nina che la cercano per casa senza trovarla.

Quando tornai a casa più tardi, avevo gli occhi gonfi e le spalle dure come pietra.

Non era ancora il momento di dire addio.

Non quel giorno.

Ma il veterinario era stato chiaro: Mimì era molto anziana, più fragile di quanto volessi ammettere, e aveva bisogno di cure, calma, pazienza e soprattutto di essere osservata bene.

Quell’ultima frase mi si era piantata dentro.

Osservarla bene.

Come se non passassi già metà della mia vita a guardarla.

Come se non conoscessi ogni suo passo, ogni sosta, ogni cambio di umore.

Eppure la verità era che l’avevo vista invecchiare a poco a poco, e proprio per questo non avevo capito quanto stesse peggiorando.

A casa, Teo e Nina mi aspettavano davanti alla porta.

Non avevano mai visto Mimì uscire senza tornare subito dopo.

Quando aprii il trasportino e lei fece quel passo lento verso la coperta, tutti e due le andarono incontro, ma si fermarono a una distanza perfetta.

Niente salti.

Niente musi addosso.

Niente invadenza.

Solo presenza.

Mi inginocchiai per sistemarle la coperta meglio.

Teo venne vicino a me.

Poggiò una zampa sul mio ginocchio.

Non per giocare.

La lasciò lì e basta.

E io, che ormai piangevo per tutto, ricominciai.

I giorni dopo presero un ritmo nuovo.

Più lento.

Più attento.

Più fragile.

Mimì mangiava poco, ma qualcosa mangiava. Beveva a piccoli sorsi. Dormiva tantissimo. Si svegliava, si spostava di qualche passo, poi si fermava di nuovo.

Io lavoravo intorno a lei come si gira intorno a qualcosa di prezioso e delicatissimo.

Abbassavo la voce al telefono.

Chiudevo i cassetti senza far rumore.

Perfino il cucchiaino nella tazza del caffè cercavo di appoggiarlo piano.

E Teo e Nina, che una volta sembravano incapaci di stare fermi per più di dieci secondi, si adattarono a quel ritmo con una dolcezza che ancora oggi faccio fatica a raccontare senza commuovermi.

Ogni mattina portavano qualcosa a Mimì.

Sempre.

Come prima.

Ma non era più un invito a giocare.

Era quasi un saluto.

Un pensiero.

Un piccolo “noi siamo qui”.

A volte era un topolino di stoffa.

A volte una piuma spelacchiata.

Una volta Nina le lasciò davanti persino il suo gioco preferito, quello che di solito difendeva come se fosse un tesoro nazionale.

Lo posò lì.

Lo guardò.

Poi si sedette un po’ più in là.

Come fanno i bambini quando vogliono dare qualcosa di davvero importante ma hanno paura di essere rifiutati.

Mimì non aveva la forza per reagire molto.

Ma vedevo che se ne accorgeva.

Apriva gli occhi.

Guardava.

A volte sfiorava l’offerta con il naso.

Una sera successe una cosa minuscola.

Eppure per me fu enorme.

Teo aveva portato il solito tappo di bottiglia.

Lo aveva lasciato vicino alla coperta e poi si era sdraiato poco distante. Mimì si svegliò, lo guardò per qualche secondo e, con una lentezza quasi solenne, allungò la zampa.

Toccò il tappo.

Poi toccò Teo.

Solo un attimo.

Una zampata leggera, stanca, ma chiarissima.

Teo si irrigidì come se gli avessero consegnato una medaglia.

Mi aspettavo che partisse a razzo per il corridoio, come faceva sempre quando era felice.

Invece no.

Restò lì.

Con gli occhi grandi.

E abbassò la testa.

Come se avesse capito che quella non era una vittoria rumorosa. Era un regalo.

Da quel giorno cambiò anche lui.

Restò vivace, certo.

Sempre pronto a infilarsi dove non doveva.

Sempre capace di trasformare qualsiasi oggetto in una missione segreta.

Ma vicino a Mimì diventò delicato.

Se lei dormiva, lui faceva il giro largo.

Se lei beveva, lui aspettava.

Se lei si sistemava in un posto, lui andava a sdraiarsi lì accanto, come una guardia un po’ scomposta ma fedele.

Nina, invece, sembrava aver preso il suo ruolo con una serietà commovente.

Cominciò a starle accanto la sera.

Non addosso.

Accanto.

Sempre nello stesso lato della coperta, come se avesse scelto un turno fisso e non avesse alcuna intenzione di lasciarlo.

Una notte mi svegliai perché non sentivo i soliti rumori.

Niente corse.

Niente piccoli tonfi.

Niente unghie sul corridoio.

Uscii dalla camera con quel senso di allarme che ti prende quando tutto è troppo silenzioso.

Li trovai in salotto.

Mimì dormiva.

Teo era arrotolato vicino ai suoi piedi.

Nina aveva il mento appoggiato sul bordo della coperta.

E tutti e due avevano gli occhi aperti.

Non dormivano davvero.

Vegliavano.

Mi fermai sulla porta.

Non accesi la luce.

Restai lì a guardarli nella penombra, con il cuore stretto da una tenerezza quasi dolorosa.

Ci sono scene così piccole che nessun altro capirebbe perché ti restano dentro.

Quella per me è una di quelle.

Passarono un paio di settimane.

Non furono facili.

Ci furono giornate in cui Mimì sembrava un po’ più presente e io ci costruivo sopra castelli interi di speranza.

Poi ne arrivava una in cui non voleva muoversi, e io mi sentivo crollare addosso tutto.

Scoprii una cosa che non sapevo fare.

Aspettare senza voler controllare tutto.

Aspettare senza pretendere un segno, una risposta, una garanzia.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto