Il silenzio cadde sulla tavola.
Matteo diventò rosso.
«Hai frugato nelle mie cose?»
«Cercavo la tovaglia ricamata.»
«Quella lettera era privata.»
«Anche il tuo dolore è privato. E infatti lo tieni chiuso da tre anni come la stanza buona che nessuno può usare.»
Anna appoggiò la forchetta.
«Mamma, basta.»
«No. Basta lo dico io.»
Teresa guardò Matteo dritto negli occhi.
«Tuo padre è morto aspettando di andare in pensione per fare tutte le cose che rimandava. Tu sei tornato vivo e continui a rimandare la vita.»
«Non sai di cosa parli.»
«So che ogni notte chiami quel cane nel sonno.»
Matteo si alzò troppo in fretta.
La stampella scivolò.
Paolo tentò di aiutarlo, ma lui lo respinse.
«Non ho bisogno della pietà di nessuno.»
Teresa non abbassò lo sguardo.
«Allora smetti di avere pietà di te stesso.»
La frase colpì più di uno schiaffo.
Matteo lasciò la stanza.
Passò il pomeriggio seduto sul vecchio muretto dietro casa.
Il paese si stendeva sotto di lui, con i tetti rossi, i panni stesi e il campanile.
Da bambino pensava che il mondo intero finisse lì.
Poi era partito per dimostrare di essere più forte di quel luogo.
Ora capiva che ci era tornato perché non aveva più forza da mostrare.
Sua nipote Giulia lo raggiunse.
Aveva ventisei anni e lavorava in città.
Si sedette accanto a lui senza parlare.
Dopo un po’ disse:
«La nonna ha modi terribili.»
Matteo sorrise appena.
«È sempre stata così.»
«Però spesso ha ragione.»
«Anche tu contro di me?»
«No. Io sono contro il fatto che tu abbia già deciso come andrà senza nemmeno presentarti.»
Matteo guardò le stampelle.
«E se non mi riconosce?»
Giulia si strinse nelle spalle.
«Allora torni a casa sapendo la verità.»
«E se mi riconosce?»
«Allora forse torni a casa con qualcosa che credevi perso.»
Tre settimane dopo Matteo salì su un treno.
Teresa gli mise nella borsa due panini, una bottiglia d’acqua e una scatola di biscotti fatti in casa.
«Mamma, starò via mezza giornata.»
«Conosci i treni. Potresti tornare a Natale.»
Quando arrivò alla caserma, Matteo rimase per dieci minuti davanti al cancello.
Sentiva il cuore battere troppo forte.
Il rumore delle stampelle gli sembrava insopportabile.
Ogni colpo sul cemento annunciava quanto fosse cambiato.
Davide gli venne incontro.
Era più giovane di quanto Matteo immaginasse.
«Signor Rinaldi?»
«Matteo.»
«Io sono Davide.»
Si strinsero la mano.
Il ragazzo indicò il cortile.
«Nero è durante un’esercitazione. Possiamo aspettare dentro.»
Matteo scosse la testa.
«No. Voglio vederlo qui.»
Quando Nero uscì dal capannone, camminava accanto a Davide con il passo controllato di un cane addestrato.
Poi udì il rumore.
Tac.
Tac.
Tac.
Le stampelle sul cemento.
Il cane si fermò.
Alzò la testa.
Guardò Matteo.
E il tempo si spezzò.
Davide mollò lentamente la tensione del guinzaglio.
Nero avanzò con cautela, come se temesse che quell’immagine potesse dissolversi.
Matteo tremava.
«Lo so», sussurrò. «Lo so che non sono più quello di prima.»
Il cane arrivò a pochi centimetri da lui.
Annusò la giacca.
Le mani.
La gamba sana.
Poi avvicinò il muso alla gamba ferita.
L’odore del metallo e delle medicine non lo confuse.
Sotto tutto quello c’era ancora Matteo.
Nero emise un suono basso e si appoggiò contro di lui con delicatezza, proprio nel punto in cui il dolore non lo abbandonava mai.
Matteo inspirò bruscamente.
Non per il male.
Perché era stato ritrovato.
Non riconosciuto.
Ritrovato.
Come se per tre anni fosse rimasto sepolto sotto quelle macerie e soltanto il cane fosse riuscito a scavare fino a lui.
Le ginocchia cedettero.
Una stampella cadde.
Nero reagì prima di tutti.
Si spostò di lato e premette la spalla contro la gamba di Matteo, sostenendo parte del peso.
Un medico fece un passo avanti.
«Non deve restare in piedi.»
Matteo alzò una mano.
«Aspetti.»
Nero non si mosse.
I muscoli erano tesi.
Gli occhi fissi sul volto del suo vecchio compagno.
Non cercava ordini.
Cercava conferma.
«Sei ancora al lavoro», mormorò Matteo. «Anche adesso.»
Portarono una sedia pieghevole.
Matteo si sedette lentamente, madido di sudore.
Nero gli rimase davanti.
Non nella posizione regolamentare.
Non al piede.
Semplicemente vicino.
Matteo allungò la mano.
Le dita affondarono nel pelo ruvido del collo.
Nero chiuse gli occhi.
Quel gesto bastò.
Matteo si piegò in avanti.
Le spalle cominciarono a tremare.
Per tre anni aveva pianto soltanto di nascosto, in silenzio, con il cuscino premuto contro la bocca.
Quella volta non riuscì a trattenersi.
«Ho provato a tornare», disse. «Te lo giuro. Ho provato.»
Nero sollevò una zampa e la posò sulla coscia di Matteo.
Era lo stesso gesto che faceva durante le notti più difficili.
Quando un rumore lontano metteva tutti in allarme.
Quando Matteo sedeva al buio e il cane gli ricordava, con una zampa, che non era solo.
Davide si voltò per asciugarsi gli occhi.
Un soldato vicino alla rete abbassò la testa.
Il comandante rimase immobile, ma la sua voce uscì più roca del solito.
«Da quanto tempo il cane si comporta così?»
Davide rispose senza lasciare il guinzaglio.
«Dal trasferimento. Lavora bene, ma aspetta sempre qualcuno.»
Il comandante osservò Matteo.
Poi Nero.
«Sciogli il guinzaglio.»
Davide esitò.
«Signore?»
«Hai sentito.»
Il moschettone si aprì.
Nero non corse.
Non saltò.
Si avvicinò ancora di più e appoggiò la fronte sul ginocchio sano di Matteo, scegliendo con precisione il punto in cui non gli avrebbe fatto male.
Il comandante si allontanò senza dire altro.
Quella sera cominciarono a muoversi carte che nessuno aveva programmato di compilare.
Nero era ancora idoneo al servizio, ma non più giovane.
Matteo non poteva tornare operativo, ma possedeva anni di esperienza che nessun manuale avrebbe potuto sostituire.
Esisteva un posto vacante nell’area addestramento.
Un ruolo a terra.
Controllo delle esercitazioni, preparazione dei nuovi conduttori, osservazione dei cani più difficili.
Un lavoro che poteva essere svolto seduto per gran parte del tempo.
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