Corse nel cantiere e chiese a un operaio di sposarla: nessuno sapeva chi fosse davvero quell’uomo

Quella sera Eleonora non tornò alla villa.

Dormì in una piccola locanda vicino alla stazione, registrandosi con il proprio nome.

Non aveva mai dormito in una camera da settanta euro.

Le pareti erano sottili, il televisore vecchio e il materasso cigolava.

Eppure, per la prima volta dopo anni, chiuse la porta sapendo che nessuno aveva una seconda chiave.

Matteo rimase al cantiere fino a tardi.

Gino lo trovò seduto su un mucchio di assi.

«Non mi dire che stai davvero pensando di sposarla.»

«Non dire sciocchezze.»

«Era solo una domanda.»

«La conosco da tre ore.»

Gino si sedette accanto a lui.

«Io decisi di sposare mia moglie dopo venti minuti.»

«E avete litigato per quarant’anni.»

«Appunto. Un matrimonio solidissimo.»

Matteo sorrise.

Poi tornò serio.

«Quella donna non ha bisogno di un altro uomo che scelga al posto suo.»

«Ha bisogno di qualcuno che le ricordi che può scegliere.»

Matteo guardò l’albergo in costruzione.

Da ragazzo aveva creduto che la povertà fosse non avere denaro.

Con il tempo aveva capito che esistevano case enormi dove mancava l’aria.

Tavole piene dove nessuno poteva dire la verità.

Famiglie ricche che vivevano con il terrore di ciò che avrebbero pensato i vicini.

La domenica, poco prima di mezzogiorno, una fila di automobili eleganti cominciò a salire verso la villa dei Bellini.

Le persiane erano aperte.

I tavoli imbanditi.

Dal giardino arrivava il profumo dell’arrosto e del rosmarino.

Nella sala principale, Vittorio Bellini camminava avanti e indietro stringendo un bicchiere che non aveva ancora toccato.

«Dov’è?» chiedeva ogni cinque minuti.

Cesare non aveva una risposta.

Lorenzo Valenti era seduto vicino alla finestra.

Indossava un completo chiaro e sorrideva agli invitati come se nulla fosse accaduto.

Aveva già raccontato che Eleonora era stata colta da un momento di debolezza.

«È sotto pressione», diceva. «Le donne sensibili soffrono molto prima dei grandi cambiamenti.»

Le zie annuivano.

I cugini bisbigliavano.

Gli anziani dipendenti degli alberghi, invitati per dare all’annuncio un’aria familiare, rimanevano in piedi vicino alle porte.

A tavola c’erano piatti di lasagne, vassoi di carne e bottiglie scelte per impressionare.

Mancava soltanto la festeggiata.

Alle dodici e quarantacinque, il portone si aprì.

Eleonora entrò con lo stesso vestito bianco del giorno prima.

Era stato lavato alla meglio, ma una macchia di cemento era rimasta vicino all’orlo.

Ai piedi portava le scarpe da lavoro regalate da Salvatore.

Dietro di lei camminava Matteo.

Non indossava il casco.

Ma aveva mantenuto i pantaloni da cantiere e una camicia semplice con le maniche arrotolate.

Vittorio divenne paonazzo.

«Che cosa significa questa pagliacciata?»

Eleonora attraversò la sala.

Ogni passo delle scarpe pesanti sul pavimento di marmo sembrava un colpo di martello.

«Significa che sono tornata.»

Lorenzo si alzò.

«Tesoro, eravamo tutti preoccupati.»

Eleonora non lo guardò.

«Non chiamarmi così.»

La zia più anziana si portò una mano al petto.

Vittorio posò il bicchiere.

«Non è il momento per una scenata.»

«È sempre stato questo il problema, papà. Per te non era mai il momento.»

«Parleremo dopo.»

«No. Parleremo adesso.»

Gli invitati abbassarono gli occhi.

Nessuno uscì.

Era il pranzo della domenica.

Nella famiglia Bellini, ci si poteva tradire, insultare e ricattare.

Ma non si lasciava mai la tavola prima del dolce.

Vittorio indicò Matteo.

«E questo chi sarebbe?»

Lorenzo lo squadrò e rise.

«Hai portato un muratore?»

Matteo rimase in silenzio.

Eleonora sentì la vecchia vergogna risalirle nello stomaco.

La voce del padre, ascoltata per tutta la vita, le ordinava di fermarsi.

Non rovinare tutto.

Non farti giudicare.

Non dare soddisfazione al paese.

Poi ricordò Gino che si era tolto il berretto.

Salvatore che le aveva regalato le scarpe.

Matteo che aveva detto: la scelta è sua.

«Ieri ho chiesto a quest’uomo di sposarmi», dichiarò.

Un cucchiaio cadde su un piatto.

Le zie impallidirono.

I cugini si scambiarono occhiate fameliche.

Vittorio afferrò il bordo del tavolo.

«Sei impazzita.»

«No. Ho avuto paura.»

Lorenzo fece un passo verso di lei.

«Eleonora, vieni di sopra. Parliamo in privato.»

«Non entrerò mai più in una stanza dove puoi chiudere la porta.»

La sala si gelò.

Vittorio guardò Cesare.

Cesare abbassò la testa.

«Non è successo niente», disse il padre. «Eri agitata. Volevo proteggerti.»

«Mi hai chiusa nella camera della mamma.»

«Per impedirti di commettere una sciocchezza.»

«La sciocchezza sarebbe dire di no?»

«La sciocchezza sarebbe distruggere ciò che la nostra famiglia ha costruito in cinquant’anni.»

Eleonora aprì la borsa e posò una cartellina sul tavolo.

«Questi sono i conti che hai nascosto.»

Vittorio sbiancò.

«Non sai leggerli.»

«Li leggo da vent’anni.»

«Non davanti agli altri.»

«Perché? Abbiamo sempre detto che questa azienda è una famiglia. O era vero soltanto quando serviva chiedere sacrifici ai dipendenti?»

Uno dei vecchi direttori sollevò lentamente lo sguardo.

Eleonora aprì i documenti.

Parlò dei debiti.

Dei terreni ipotecati.

Degli interessi cresciuti.

Dell’accordo con la famiglia Valenti.

Parlò dell’elenco dei licenziamenti.

Quando pronunciò il numero, duecentodiciassette, qualcuno trattenne il fiato.

«Non è definitivo», intervenne Lorenzo.

«C’è la tua firma.»

«È una bozza.»

«C’è scritto che le persone con più di cinquantacinque anni sono un costo non strategico.»

L’anziano direttore vicino alla porta strinse le labbra.

Lavorava per i Bellini da quando aveva diciannove anni.

Vittorio batté una mano sul tavolo.

«Basta!»

Eleonora non si fermò.

«Vuoi salvare gli alberghi consegnandoli a chi li svuoterà. Vuoi salvare il nostro nome distruggendo le persone che lo hanno reso rispettabile.»

«Io sto salvando il tuo futuro!»

«No. Stai salvando quello che diranno di te.»

Vittorio aprì la bocca, ma non uscì alcuna parola.

Eleonora si avvicinò.

«Hai paura che il paese scopra che hai sbagliato. Hai paura che gli amici del circolo smettano di invitarti. Hai paura che qualcuno dica che Vittorio Bellini non è stato all’altezza di suo padre.»

Il volto dell’uomo si incrinò.

Per un istante non fu più il proprietario degli alberghi.

Fu un vecchio stanco, terrorizzato dall’idea di aver perso ciò che aveva ricevuto.

«Tu non sai cosa significa portare questo cognome», disse piano.

«Lo porto anch’io.»

«Tuo nonno mi lasciò una pensione con dodici camere e una montagna di debiti.»

«E la mamma cucinava per gli ospiti mentre tu riparavi i rubinetti.»

Vittorio abbassò gli occhi.

«Eravate felici», continuò Eleonora. «Prima che cominciassi a vergognarti di quello che eravate.»

Quelle parole attraversarono la sala.

Gli anziani ricordavano Teresa in cucina, con il grembiule legato male e i capelli raccolti.

Ricordavano Vittorio che portava le valigie.

Ricordavano i pranzi con le sedie diverse, il vino della casa e le tovaglie rammendate.

Non c’erano fotografi.

Non c’erano investitori.

Non c’era la bella figura.

C’era soltanto una famiglia che lavorava.

Lorenzo rise con disprezzo.

«Commovente. Ma i ricordi non pagano i debiti.»

Matteo finalmente parlò.

«Neppure i matrimoni.»

Lorenzo si voltò.

«Tu dovresti stare zitto.»

«Perché?»

«Perché non sai nulla di finanza.»

Vittorio fissò Matteo con più attenzione.

Cesare gli si avvicinò e sussurrò qualcosa.

Il colore scomparve dal volto di Vittorio.

Lorenzo notò la reazione.

«Che succede?»

Matteo prese la cartellina.

«Il suo accordo con la famiglia Bellini dipende da tre finanziamenti ponte.»

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