Credevo che tenere quei tre gattini fosse stata la decisione più impulsiva della mia vita. Poi Gina mi ha dimostrato che non era impulso. Era famiglia.
Il mattino dopo la telefonata, mi sono svegliata con una sensazione strana.
Non era panico.
Non era pentimento.
Era quella domanda silenziosa che ti viene quando fai una cosa grande e poi ti ritrovi in cucina, in pigiama, davanti alla moka.
“E adesso?”
La risposta è arrivata dalla lavanderia.
Un rumore di qualcosa che cadeva.
Poi un miagolio offeso.
Poi Gina che abbaiava piano, una sola volta, come una maestra che richiama la classe.
Sono corsa.
La scena era questa.
Un gattino era dentro il cesto della biancheria pulita.
Uno stava cercando di arrampicarsi sulla scopa.
Il terzo era seduto nella ciotola dell’acqua di Gina, bagnato fino alla pancia, con l’espressione di chi aveva appena scoperto una verità difficile sulla vita.
Gina mi ha guardata.
Io ho guardato Gina.
Lei sembrava dire:
“Vedi? Ti lascio dormire dieci minuti e succede il disastro.”
— Buongiorno anche a te, ho detto.
Da quel giorno, la casa ha smesso ufficialmente di appartenermi.
Prima avevo una routine.
Caffè.
Pane tostato.
Una carezza a Gina.
Due faccende.
Una telefonata a mia figlia, se aveva tempo.
Ora no.
Ora la giornata cominciava con tre controlli obbligatori.
Controllo uno: tutti vivi.
Controllo due: nessuno dentro un cassetto.
Controllo tre: Gina non schiacciata sotto il peso morale della maternità.
Perché lei, poverina, prendeva tutto sul serio.
Se un gattino miagolava, si alzava.
Se uno spariva dietro il mobile, mi fissava finché non lo recuperavo.
Se uno si addormentava lontano dagli altri, lei lo spingeva piano col muso, come per dire:
“Il branco dorme insieme, signorino.”
La cosa più tenera era anche la più ridicola.
Gina aveva deciso che doveva pulirli.
Non sapeva bene come.
Li leccava con quella lingua grande da cane anziano, e i gattini si ritrovavano spettinati, umidi e confusi.
Sembravano usciti da una centrifuga.
Ma loro la adoravano.
Appena Gina si sdraiava, correvano verso di lei come se avessero sentito suonare la campanella del pranzo.
Uno le si infilava sotto il mento.
Uno tra le zampe davanti.
Il più piccolo, quello dello starnuto sulla soglia, sceglieva sempre il punto più difficile: sopra la sua schiena.
Gina sopportava.
Sospirava molto.
Ma non si spostava mai.
Dopo qualche giorno, ho portato tutti dalla veterinaria.
Il viaggio in macchina è stato un piccolo teatro.
I gattini nel trasportino.
Gina sul sedile dietro, legata con la sua cintura, rigida come una nonna al primo giorno di scuola dei nipoti.
Ogni volta che i gattini miagolavano, lei faceva un mugolio basso.
Non era paura.
Era preoccupazione.
— Gina, stanno bene, ho detto.
Lei mi ha ignorata.
La veterinaria era una donna gentile, con gli occhiali bassi sul naso e quelle mani calme che hanno le persone abituate a tranquillizzare animali e padroni nello stesso momento.
Ha visitato i piccoli uno alla volta.
— Sono magri, ma forti, ha detto. Hanno avuto fortuna.
Io ho guardato Gina.
Lei era seduta accanto alla porta, occhi fissi sul tavolo, come se aspettasse il bollettino medico.
La veterinaria ha sorriso.
— E questa signora?
— Questa è Gina, ho detto. La madre adottiva.
Gina ha alzato il muso, fiera.
Giuro.
Fiera davvero.
La veterinaria ha riso piano.
— Allora complimenti, signora Gina. Sta facendo un ottimo lavoro.
Da quel momento, Gina non ha più camminato.
Ha sfilato.
Tornata a casa, sembrava più alta di tre centimetri.
Ho comprato ciotoline, traversine, cibo adatto, una cuccia nuova.
Naturalmente, nessuno ha usato la cuccia nuova.
I gattini preferivano dormire in una scatola di scarpe.
Gina preferiva dormire per terra accanto a loro.
E io, che avevo speso soldi per una cuccia morbida e carina, ho capito per l’ennesima volta che gli animali non leggono le etichette.
Poi è arrivato il problema dei nomi.
All’inizio non volevo nominarli.
Mi sembrava una cosa pericolosa.
Dare un nome significa ammettere che qualcuno resta.
Ma ormai dormivano nel mio salotto, rubavano i calzini e trattavano Gina come una montagna personale.
Quindi ho ceduto.
Il più grande, quello coraggioso, l’ho chiamato Bruno.
Non so perché.
Aveva la faccia da Bruno.
La femmina, furba come una ladra di biscotti, l’ho chiamata Nina.
Il piccolino, quello dello starnuto, quello sempre spettinato e sempre un passo indietro, l’ho chiamato Pepe.
Mia figlia, quando gliel’ho detto, è rimasta in silenzio al telefono.
Poi ha sospirato.
— Mamma, hai adottato tre gatti.
— Tecnicamente, li ha adottati Gina.
— Mamma.
— Io pago solo l’affitto.
Ha riso.
Era da tanto che non la sentivo ridere così con me.
Non perché fossimo arrabbiate.
No.
Semplicemente, la vita ci aveva messe su due binari diversi.
Lei lavoro, marito, bambini, spesa, scuola, appuntamenti.
Io casa, Gina, televisione, silenzi.
Ci volevamo bene.
Ma a volte l’amore, se non lo tieni vivo con piccole cose, diventa una candela accesa in una stanza dove nessuno entra.
I gattini sono diventati la nostra piccola scusa.
Ogni sera mi chiedeva una foto.
Poi ne chiedeva una anche mio figlio.
Poi mia nipote ha preteso video.
— Nonna, fammi vedere quando Gina fa la mamma.
Così io, che fino a poco tempo prima mandavo messaggi con due dita e sbagliavo sempre il tasto, mi sono ritrovata a fare piccoli filmati in salotto.
Gina che controllava Pepe mentre imparava a saltare sul divano.
Gina che rubava il posto a Bruno solo per poi lasciarglielo.
Gina che fissava Nina, la quale stava cercando di entrare in una borsa troppo piccola.
La casa ha ricominciato a parlare.
Non solo per i miagolii.
Per il telefono che squillava.
Per i messaggi.
Per le risate.
Per mia nipote che una domenica è arrivata con un disegno.
C’era Gina al centro, enorme.
Attorno, tre gattini grigi.
Sopra, scritto con le sue lettere storte:
“Nonna Gina.”
Ho appeso il disegno sul frigorifero.
Gina non ha capito, ma ha annusato il foglio con rispetto.
Con il passare delle settimane, i gattini crescevano.
E Gina cambiava insieme a loro.
Prima dormiva quasi tutto il pomeriggio.
Adesso faceva i suoi giri di controllo.
Cucina.
Corridoio.
Salotto.
Lavanderia.
Poi tornava da me come per consegnare il rapporto.
La sua andatura era sempre lenta.
Le anche sempre rigide.
Il muso sempre grigio.
Ma negli occhi aveva qualcosa che non vedevo da anni.
Attesa.
Curiosità.
Un motivo per alzarsi.
Una mattina, mentre preparavo il caffè, ho visto Pepe provare a bere dalla ciotola di Gina.
Era troppo basso.
Si sporgeva, tremava sulle zampine, rischiava di cadere dentro.
Gina lo ha osservato per un momento.
Poi ha spinto la ciotola col muso, piano piano, fino a portarla più vicino.
Pepe ha bevuto.
Io ho smesso di muovermi.
Ci sono gesti piccoli che ti aprono il petto.
Nessuno li applaude.
Nessuno li vede.
Ma restano.
Quello è rimasto.
Qualche giorno dopo, il vicino del piano di sotto mi ha fermata sulle scale.
È un uomo anziano, vedovo anche lui, sempre educato, sempre un po’ chiuso nel suo cappotto anche quando non fa freddo.
— Ho sentito dei gattini, ha detto.
Io mi sono preparata a scusarmi.
— Mi dispiace se fanno rumore. Sto cercando di—
— No, no, mi ha interrotta. Volevo solo chiedere se posso vederli.
Sono rimasta sorpresa.
— Certo.
È entrato in casa con passo prudente, come chi non vuole disturbare.
Gina lo conosceva.
Lo annusava sempre sul pianerottolo e poi decideva che era accettabile.
I gattini, invece, lo hanno trattato come un mobile nuovo da ispezionare.
Bruno gli è salito su una scarpa.
Nina ha tirato un filo del suo maglione.
Pepe, naturalmente, ha starnutito.
Il vicino si è seduto sulla sedia della cucina e ha riso piano.
Poi ha smesso.
Si è passato una mano sugli occhi.
— Mi scusi, ha detto. Mia moglie amava i gatti.
Non ho detto niente.
A volte il silenzio giusto non è vuoto.
È rispetto.
Gina si è avvicinata a lui.
Lentamente.
Gli ha appoggiato il muso sul ginocchio.
Lui le ha messo una mano sulla testa.
— Anche lei capisce, eh?
Gina ha chiuso gli occhi.
Da quel giorno, il vicino è passato spesso.
Non troppo.
Mai invadente.
Portava qualche vecchio asciugamano, una pallina, una scatolina di cartone.
Diceva sempre:
— Solo se vi serve.
In realtà, credo servisse a lui.
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