Durante la cena mia figlia mi passò un biglietto segreto: uscii “malata”… e scoprii un piano terribile

Durante la cena mia figlia mi passò un biglietto segreto: uscii “malata”… e scoprii un piano terribile

Presi la borsa.

Le chiavi.

E scendemmo.

In salotto c’erano tre uomini e una donna.

Vestiti bene.

Risate.

Calici.

Giorgio faceva il padrone di casa.

Quando ci vide, la sua risata si fermò un attimo.

Un attimo solo.

“Amore?” disse avvicinandosi. “Tutto bene?”

Io recitai la parte.

“Peggiora. Vado in farmacia. Martina viene con me.”

Lui si voltò verso gli ospiti. “Mia moglie non sta bene. Un momento di salute.”

Poi, a me, piano: “Torna presto.”

Ma mentre lo diceva, mi stringeva il fianco.

E quella stretta… non era affetto.

Era un avvertimento.

In macchina, Martina tremava.

“Guida,” disse. “Via. Subito.”

Io partii senza sapere dove andare.

E appena svoltai all’angolo, lei si lasciò andare.

Parole che uscivano a singhiozzi.

“Ma’… Giorgio ti vuole ammazzare.”

Io frenai talmente forte che un motorino dietro mi suonò come un pazzo.

Mi si spense la testa.

Il corpo era lì, ma la mente no.

“Che cosa stai dicendo?” riuscii a fare.

Lei si asciugò le lacrime con il dorso della mano.

“Ieri notte… mi sono alzata per bere. Era tardi. Forse le due.”

Inspirò.

“La porta del suo studio era socchiusa. C’era luce. Lui era al telefono, sussurrava.”

Io non riuscivo nemmeno a deglutire.

“E poi… ha detto il tuo nome. Ha detto: ‘Domani Paola beve come sempre. Nessuno sospetta niente. Deve sembrare un malore.’”

Mi venne la nausea.

“Martina… magari hai capito male…”

Lei scosse la testa con una rabbia disperata.

“No. Ha riso, ma’. Ha riso. Come se stesse parlando del meteo.”

Mi sentii come se la strada sotto di me si aprisse.

“E ha parlato anche di te,” continuò. “Ha detto che dopo ‘sistemava la ragazzina’. Così.”

La pelle mi si riempì di freddo.

“Sistemava…”

“Poi,” disse Martina, “io… sono entrata nello studio quando lui è andato in bagno. Ho visto fogli. Conti. Debiti. Un sacco di debiti. Lui non è ricco, ma’. È pieno di problemi.”

Io mi accostai.

Non ce la facevo più a guidare.

Martina tirò fuori un foglio piegato.

“E ho fotografato questo.”

Era un estratto conto.

Un conto che non avevo mai visto.

Con movimenti piccoli, regolari.

Soldi trasferiti piano piano.

Non milioni.

Ma abbastanza da svuotare un futuro.

Erano soldi miei.

Quelli ricavati dalla vendita della casa dei miei genitori.

Quella che avevo venduto “per noi”.

Mi si spezzò qualcosa dentro.

“Paola, sei scema,” mi dissi in testa.

Ma non lo dissi ad alta voce.

Perché Martina mi guardava come se dovessi restare in piedi per entrambe.

Provai a chiamare la polizia.

Poi mi fermai.

E dire cosa?

“Mio marito forse… ieri notte… al telefono…”

Sarebbe stata la mia parola contro la sua.

Lui, “marito preoccupato”.

Io, “donna agitata”.

Martina, “ragazzina emotiva”.

E infatti, il telefono vibrò.

Messaggio di Giorgio.

“Dove siete? Ti stanno aspettando.”

Normale.

Educato.

Come uno che non ha nulla da nascondere.

E io sentii una cosa nuova.

Non solo paura.

Rabbia.

Quella che ti fa smettere di tremare.

“Ci serve una prova,” dissi.

Martina annuì.

“Che prova?”

Io guardai davanti a me.

La strada verso casa.

E mi uscì una frase che non pensavo di avere il coraggio di dire.

“La sostanza. Quella che userà oggi.”

Martina sbiancò.

“Ma’… no… tu sei pazza.”

“Se scappiamo senza prove, ci dipinge come due matte,” dissi. “Ci ritrova. E allora sì che finisce male.”

Feci inversione.

E tornai verso casa.

Con il cuore che mi martellava.

Rientrammo.

Sorrisi finti.

“Mi sento un po’ meglio,” dissi. “Ho preso qualcosa in farmacia.”

Martina recitò bene: “Mi fa male la testa. Vado in camera.”

Giorgio le fece la voce dolce: “Riposa, tesoro.”

Tesoro.

Quell’uomo che doveva “sistemarla” la chiamava tesoro.

E io capii quanto può essere sporca la gentilezza.

Io rimasi giù, tra gli ospiti.

Parlai.

Risi.

Risposi.

Ma dentro ero una corda tesa.

Giorgio mi mise in mano un bicchiere d’acqua.

Io rifiutai qualsiasi cosa che non avessi visto aprire.

E a un certo punto lui fece la domanda, con noncuranza:

“Niente tè oggi?”

Mi venne un brivido.

“Meglio di no,” risposi. “Con l’emicrania… evito caffeina.”

Lui sorrise, ma lo sguardo cambiò.

Come un uomo a cui hai rovinato un piano.

“Peccato,” disse. “Perché ho preparato una tisana speciale. Proprio quella che ti piace.”

E io capii che non era più una scelta.

Era un’imposizione.

Dopo venti minuti, il telefono vibrò.

Un messaggio di Martina.

Una parola sola:

“ADESSO.”

Il sangue mi scese nei piedi.

Mi staccai dal gruppo con un sorriso finto.

“Scusate… vado a vedere Martina.”

Salii quasi correndo.

In camera, Martina era bianca come un lenzuolo.

“Stava salendo,” sussurrò. “Mi sono chiusa qui.”

“Hai trovato qualcosa?”

Lei annuì.

“Nello studio. Nel cassetto. Una boccetta piccola senza etichetta. L’ho fotografata.”

Non ebbi il tempo di dire altro.

Passi nel corridoio.

La voce di Giorgio.

“Paola? Martina? Siete lì?”

Io guardai la finestra.

Secondo piano.

Giardino sotto.

Troppo alto.

Poi sentii un clic metallico.

La chiave nella serratura.

Lui ci chiudeva dentro.

“Ci ha chiuse,” mormorò Martina, tirando la maniglia. “Non si apre!”

Mi prese il panico.

Ma non potevo crollare.

Non davanti a lei.

“Alla finestra,” dissi.

Presi il copriletto, lo strappai via.

Lo legai al piede pesante della scrivania con nodi che non facevo dai tempi dei campeggi da ragazza.

Fuori, i rumori della festa continuavano.

Risate.

Bicchieri.

Come se la morte non fosse a un metro da noi.

“Vai tu prima,” dissi a Martina.

Lei tremava.

“È alto…”

“È più alto restare,” risposi.

E lei, con un coraggio che mi spezzò il cuore, salì sul davanzale.

Proprio mentre la chiave girava di nuovo nella serratura.

“Vai!” le sussurrai.

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