Fuggì nella notte con sua figlia, ma dietro quelle sirene si nascondeva un segreto terribile

Pina appoggiò una mano sulla spalla di Marta.

«Non è stato l’unico.»

Uno alla volta, altre persone uscirono dal retro dell’officina.

Il farmacista in pensione.

Un’ex infermiera.

La vedova di un paziente.

Il padre di una ragazza morta dopo una terapia sperimentale.

Persone che Marta aveva incontrato al mercato, in chiesa, alla posta.

Persone normali.

Persone che per anni avevano abbassato la voce quando passava una macchina dei Valli.

«Perché siete qui?» chiese Marta.

Pina rispose per tutti.

«Perché ci siamo stancati di avere paura.»

Luca aprì il computer.

«Non possiamo consegnare la memoria a un solo ufficio. Verrà duplicata e inviata contemporaneamente a giornalisti indipendenti, magistrati di più città e familiari delle vittime.»

«E se anche loro sono coinvolti?»

«Non possono esserlo tutti.»

Marta tirò fuori dalla borsa un piccolo astuccio da cucito.

Lo aprì.

Sotto rocchetti e aghi c’era una memoria nera.

Pina sorrise appena.

«Tua madre ti ha insegnato bene.»

«Diceva sempre che nessun uomo guarda dentro una scatola da cucito.»

Marta consegnò la memoria a Luca.

Lui la inserì nel computer.

Sul monitor apparvero cartelle, tabelle, nomi.

Il dottor Renato si coprì il viso.

Pina fece il segno della croce.

Marta cercò subito il nome del padre.

Giovanni Bellini.

Protocollo 17-B.

Reazione grave.

Decesso prevedibile.

Indennizzo interno autorizzato.

Marta si portò una mano alla bocca.

Non era stata una complicazione.

Sapevano.

Avevano previsto che suo padre potesse morire.

E avevano continuato.

Luca aprì altre cartelle.

«Non riguarda soltanto il centro di San Giusto. Ci sono cliniche, consulenti, funzionari e società di copertura in diverse regioni.»

Il dottor Renato indicò un documento.

«Questa firma non è mia.»

«È stata usata per autorizzare un trattamento», disse Luca.

«Io non ho mai firmato.»

«Adesso può dichiararlo.»

Renato annuì.

«Lo farò.»

Un rumore metallico scosse la serranda.

Tutti si voltarono.

Un secondo colpo.

Pina spense le luci.

Sofia corse dalla madre.

«Che succede?»

Marta si inginocchiò.

«Niente. Rimani con me.»

Luca guardò una piccola telecamera collegata al computer.

Fuori c’erano tre automobili.

Uomini in abiti scuri stavano scendendo.

Nessuna uniforme.

«Ci hanno trovati.»

Il padre della ragazza morta impallidì.

«Come?»

Luca osservò il telefono di Marta.

«Potrebbero seguirlo.»

Marta lo tirò fuori e lo posò sul tavolo.

Pina prese un martello e lo colpì una volta.

Il vetro si spaccò.

In un’altra situazione, Marta avrebbe quasi sorriso.

La vecchia merciaia che anni prima le aveva rimproverato di pagare un rocchetto con una banconota troppo grande ora distruggeva un telefono con la calma di chi schiaccia una noce.

La serranda tremò ancora.

Luca chiuse il portatile.

«Dietro il magazzino c’è un passaggio che porta al vecchio canale. Marta, prenda Sofia e vada.»

«E voi?»

«Noi restiamo.»

«Non posso lasciarvi.»

Pina la afferrò per le spalle.

«Ascoltami. Per due anni ti abbiamo lasciata sola perché ognuno pensava ai fatti propri. Adesso basta.»

«Potrebbero farvi del male.»

«Alla mia età», disse Pina, «fa più male guardarsi allo specchio e sapere di essere stata vigliacca.»

Il dottor Renato si alzò con fatica.

«La verità deve uscire.»

Luca consegnò a Marta le chiavi del fuoristrada.

«Il caricamento è partito. Mancano otto minuti. Io devo restare vicino al computer.»

«Se entrano?»

«Guadagneremo tempo.»

Un colpo più forte deformò la serranda.

Sofia si mise a piangere.

Marta la sollevò.

«Vieni con noi», disse a Luca.

Lui scosse la testa.

«Mia sorella ha aspettato due anni che facessi la cosa giusta.»

Marta capì che non sarebbe riuscita a convincerlo.

Seguì Pina tra scaffali carichi di scatole, vecchi pneumatici e attrezzi arrugginiti.

Dietro un armadio c’era una porta bassa.

Pina la aprì.

Una scala scendeva nel buio.

«Porta al canale», spiegò. «Da ragazza la usavo per incontrare mio marito senza farmi vedere da mio padre.»

Nonostante tutto, Marta la guardò sorpresa.

Pina alzò un sopracciglio.

«Anche noi vecchi abbiamo avuto vent’anni.»

Un rumore secco arrivò dall’officina.

La serranda aveva ceduto.

Voci maschili riempirono il capannone.

«Andate», ordinò Pina.

Marta strinse Sofia e scese.

L’ultima cosa che vide fu la merciaia richiudere la porta, raddrizzare il grembiule e tornare verso gli altri.

Il passaggio odorava di umidità e ferro.

Marta avanzava con una mano contro il muro e l’altra intorno a Sofia.

Dietro di loro si udivano passi, grida, mobili spostati.

Poi silenzio.

Un silenzio peggiore di qualunque rumore.

«Mamma, la signora Pina viene dopo?»

«Sì.»

Un’altra bugia.

Marta non sapeva più quante ne avesse dette quella notte.

Alla fine del passaggio trovarono una grata.

Marta spinse.

Non si mosse.

Spinse ancora.

Sofia scese dalle sue braccia e appoggiò entrambe le mani sul ferro.

«Ti aiuto.»

Marta la guardò.

Una bambina con il pigiama sotto il cappotto, i capelli spettinati e le scarpe sporche di fango.

Suo padre avrebbe detto che aveva la stessa testardaggine dei Bellini.

«Insieme», disse Marta.

Spinsero.

La grata si aprì.

Uscirono su un sentiero accanto al vecchio canale industriale.

L’acqua scorreva nera tra gli argini di cemento.

Marta prese Sofia per mano e corse verso un piccolo ponte.

Luci comparvero alle loro spalle.

«Sono là!»

Marta scivolò, batté un ginocchio e si rialzò.

Raggiunse il ponte.

Dall’altro lato c’erano fari accesi.

Un furgone bloccava la strada.

Marta si fermò.

Due figure scesero.

Una donna alzò le mani.

«Marta Bellini! Non abbia paura.»

«Non si avvicini!»

La donna posò lentamente a terra una cartella e mostrò un tesserino.

«Mi chiamo Elena Rinaldi. Faccio parte di un gruppo investigativo nazionale. Luca Ferri ci ha contattati mesi fa.»

«Non mi fido.»

«Fa bene.»

La risposta spiazzò Marta.

Elena fece un passo indietro.

«Non le chiederò di consegnarmi nulla. La memoria sta già inviando i documenti a più destinatari. Noi siamo qui per portare lei e sua figlia in un luogo sicuro.»

Dall’ingresso del passaggio arrivarono uomini in abiti scuri.

Elena si voltò.

Alle sue spalle comparvero altri agenti, questa volta chiaramente identificabili.

Ordini secchi rimbalzarono sotto il ponte.

Gli uomini che inseguivano Marta si fermarono.

Per alcuni istanti nessuno si mosse.

Poi uno di loro lasciò cadere a terra ciò che teneva in mano e alzò le braccia.

Gli altri fecero lo stesso.

Marta non provò sollievo.

Non subito.

Rimase immobile finché Sofia non le tirò la manica.

«Mamma, adesso possiamo andare dalla nonna?»

Marta si inginocchiò.

La strinse così forte che la bambina protestò.

«Sì», disse tra le lacrime. «Adesso sì.»

In ospedale Marta si svegliò con la luce del mattino sulle tende.

Per un attimo non ricordò dove fosse.

Poi vide Sofia addormentata su una poltrona, avvolta in una coperta, con la medaglietta di san Cristoforo stretta nel pugno.

Accanto alla finestra c’era Elena.

«Luca?» chiese Marta.

«È vivo. Ha riportato alcune ferite, ma guarirà.»

«Pina? Il dottor Renato? Gli altri?»

«Sono stati trattenuti e minacciati. Nessuno è morto. Il nostro intervento è arrivato prima che la situazione degenerasse.»

Marta chiuse gli occhi.

Il respiro le uscì come un singhiozzo.

«I documenti?»

«Sono stati ricevuti da diversi uffici giudiziari e da più redazioni. Non possono più essere cancellati.»

«E la famiglia Valli?»

Elena rimase neutrale.

«Saranno le prove a stabilire le responsabilità individuali. Ci saranno interrogatori, perizie e processi. Non voglio prometterle giustizia immediata.»

«Allora che cosa può promettermi?»

«Che questa volta nessuno potrà fingere di non aver visto.»

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