Era quella la frase che Marta ricordava meglio.
Non “che cosa hanno fatto a papà?”
Non “come possiamo aiutarti?”
Parlate piano.
Perché in certi paesi la verità spaventa meno dello scandalo.
Paolo aveva insistito.
«I Valli hanno aiutato mezzo paese. Hanno dato lavoro a centinaia di persone. Vuoi distruggere tutto per dei documenti che magari non sai interpretare?»
Teresa non aveva detto nulla.
Aveva raccolto i piatti e li aveva portati al lavello con le mani tremanti.
Quella sera, però, aveva raggiunto Marta sul pianerottolo.
Le aveva messo in mano una vecchia medaglietta di san Cristoforo appartenuta a Giovanni.
«Tuo padre diceva sempre che una persona può perdere tutto tranne la coscienza.»
«Mamma, tu mi credi?»
Teresa aveva abbassato gli occhi.
«Ti credo. Ma ho paura.»
Pochi giorni dopo era morto Enrico.
Poi qualcuno aveva forzato la porta dell’appartamento di Marta.
Niente era stato rubato.
Avevano soltanto aperto tutti i cassetti.
Il messaggio era chiaro.
Sappiamo dove vivi.
Sappiamo che hai una figlia.
Da allora Marta aveva vissuto fingendo.
Andava al lavoro in un piccolo studio contabile.
Portava Sofia a scuola.
Salutava i vicini.
Comprava la frutta al mercato.
Quando incontrava un membro della famiglia Valli in paese, sorrideva.
La bella figura aveva inghiottito anche lei.
Fino a quella notte.
Il telefono vibrò di nuovo.
Marta lo tirò fuori con cautela.
NON POSSONO PROTEGGERTI.
NON FIDARTI DI NESSUNO.
Sollevò lo sguardo.
A pochi metri, uno degli agenti parlava alla radio.
«Se non si consegna, chiudiamo tutte le strade.»
Sofia le strinse il polso.
«Mamma, mi fai male.»
Marta allentò subito la presa.
«Scusami.»
Guardò oltre la rete metallica.
Vicino al bosco c’era un’apertura.
Poteva raggiungerla correndo.
Avrebbe dovuto attraversare almeno trenta metri allo scoperto.
Con Sofia in braccio.
Non aveva alternative.
Le voci si avvicinavano.
Una torcia illuminò il terreno dietro la vettura accanto.
Marta infilò il telefono in tasca.
«Adesso facciamo una corsa.»
Sofia scosse la testa.
«Non ce la faccio.»
«Ti porto io.»
«Dove andiamo?»
«Dalla nonna», mentì Marta.
Sollevò la figlia, si alzò e corse.
Per un istante nessuno reagì.
Poi qualcuno gridò.
«Fermatevi!»
Marta raggiunse la rete.
Il cappotto si impigliò nel ferro.
Lo strappò con tutta la forza che aveva e si lanciò tra gli alberi.
I rami le graffiavano il viso.
Le scarpe scivolavano nel fango.
Sofia le teneva le braccia strette intorno al collo.
«Mamma!»
«Non guardare indietro.»
Una luce bianca attraversò il bosco.
«Signora Bellini, si fermi! Siamo qui per aiutarla!»
Marta continuò.
Aveva già sentito quelle parole.
Due anni prima.
Si fidò di noi.
La proteggeremo.
Arrivò su una strada di servizio e quasi cadde.
Davanti a lei, un fuoristrada scuro accese i fari.
Marta si fermò di colpo.
La portiera si aprì.
Un uomo scese lentamente, con le mani bene in vista.
Aveva circa quarant’anni, barba di qualche giorno e un giubbotto troppo leggero per quella notte.
«Marta Bellini?»
Lei indietreggiò.
«Chi è lei?»
«Luca Ferri.»
«Non la conosco.»
«Io conoscevo Enrico Valenti.»
Quel nome le tolse il fiato.
Luca fece un passo, poi si fermò vedendola irrigidirsi.
«Sua moglie era mia sorella.»
Marta lo fissò.
Enrico aveva una moglie, Daniela.
Parlava spesso di lei.
Diceva che litigavano per il telecomando, ma che non riusciva a dormire se lei non era accanto.
«Enrico le ha telefonato la sera prima di morire», continuò Luca. «Le disse che aveva trovato qualcuno disposto a parlare. Era lei.»
Passi e voci arrivavano dal bosco.
Marta strinse Sofia.
«Lei è un poliziotto?»
«Lo ero.»
«Perché non lo è più?»
«Perché ho fatto troppe domande.»
Una torcia apparve tra gli alberi.
Luca aprì la portiera posteriore.
«Se la prendono, la memoria sparirà. E domani diranno che lei è una madre instabile fuggita con la figlia.»
«Come sa della memoria?»
«Enrico aveva lasciato una copia di alcuni appunti. Non abbastanza per dimostrare tutto. Abbastanza per capire che lei era in pericolo.»
«Perché dovrei fidarmi?»
Luca guardò Sofia.
Poi tornò a guardare Marta.
«Non dovrebbe. Ma tra trenta secondi non avrà più la possibilità di scegliere.»
Gli agenti uscirono dal bosco.
«Fermi!»
Marta vide uno di loro sollevare la mano verso la radio.
Non vide armi.
Non vide minacce.
Vide soltanto uomini in uniforme.
Per un momento esitò.
Poi riconobbe quello più anziano.
Era lo stesso ufficiale al quale aveva consegnato la prima denuncia.
Quello che le aveva promesso protezione.
La settimana dopo, qualcuno aveva perquisito il suo appartamento.
Marta salì sul fuoristrada.
Luca chiuse la portiera, si mise al volante e partì.
Sofia scoppiò a piangere.
Non forte.
Non con capriccio.
Pianse come piangono i bambini quando hanno resistito troppo.
Marta la strinse.
«È finita.»
Luca la guardò nello specchietto.
«No. Non ancora.»
Guidarono per quasi mezz’ora tra strade secondarie e capannoni industriali.
Marta teneva Sofia sulle ginocchia, cullandola come quando era piccolissima.
«Dove ci porta?»
«In un posto che non appartiene ai Valli.»
«In questo paese tutto appartiene ai Valli.»
Luca fece un sorriso amaro.
«È quello che vogliono far credere.»
Entrarono nel cortile di una vecchia officina.
La serranda si aprì appena, permettendo all’auto di passare, poi si richiuse.
Dentro li aspettava una donna sui sessantacinque anni, capelli bianchi raccolti e grembiule blu.
Marta la riconobbe.
«Signora Pina?»
Pina Moretti aveva gestito per quarant’anni la merceria sotto i portici.
Vendeva bottoni, fili, elastici e calze pesanti.
Conosceva le misure di mezzo paese e i segreti dell’altra metà.
«Vieni dentro», disse. «La bambina ha freddo.»
«Che cosa ci fa qui?»
«Quello che avremmo dovuto fare tutti due anni fa.»
Pina prese Sofia per mano e la portò in un piccolo ufficio riscaldato.
Sul tavolo c’erano latte caldo, biscotti e una coperta di lana.
Sofia guardò la madre.
Marta annuì.
«Vai. Io sono qui.»
Quando la bambina si fu seduta, Luca indicò una scrivania con un computer portatile.
«La memoria.»
Marta non si mosse.
«Prima voglio sapere chi siete.»
La porta laterale si aprì.
Entrò un uomo anziano con un cappello in mano.
Marta lo riconobbe subito.
Il dottor Renato Galli.
Era stato medico di famiglia per trent’anni.
Aveva curato suo padre.
Aveva assistito alla nascita di Sofia.
Ora camminava lentamente, appoggiandosi a un bastone.
«Dottore…»
Lui non riuscì a guardarla negli occhi.
«Devo chiederti perdono.»
Marta sentì il sangue gelarsi.
«Per cosa?»
Renato si sedette.
Sembrava invecchiato di dieci anni in un minuto.
«Quando tuo padre tornò dal centro, capii che qualcosa non andava. I valori erano incompatibili con la terapia dichiarata.»
«Perché non disse niente?»
L’uomo strinse il cappello.
«Chiesi spiegazioni. Mi risposero che avrei creato panico. Poi mi fecero capire che mio figlio avrebbe perso il lavoro.»
Marta lo fissò in silenzio.
«E lei tacque.»
«Sì.»
«Mio padre morì.»
«Lo so.»
«Mia madre ha passato cinque anni credendo che non si potesse fare nulla.»
Renato abbassò la testa.
«Ho avuto paura. Mi sono raccontato che proteggevo la mia famiglia. Ma la verità è che proteggevo la mia reputazione.»
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