Il cane era già salvo, poi tornò nell’auto allagata: ciò che cercava lasciò tutti senza parole

Luca caricò Anna nel seggiolino.

Stella salì dietro.

La strada principale era già coperta d’acqua, ma in mezzo sembrava bassa.

Luca rallentò.

«Passiamo piano.»

Non vide l’avvallamento.

Le ruote persero aderenza.

L’acqua sollevò la parte posteriore dell’auto e la girò quasi di traverso.

Luca provò a fare retromarcia.

Le gomme giravano a vuoto.

Poi arrivò un’ondata più forte.

L’auto finì contro il guardrail.

L’urto fece scattare gli airbag anteriori.

Dietro, la base del seggiolino subì una torsione.

Serena si slacciò.

«Anna!»

Provò ad aprire la portiera posteriore.

Impossibile.

La pressione dell’acqua la teneva chiusa.

Luca cercò di raggiungere la bambina dal davanti.

Un ramo colpì il parabrezza.

Il vetro si incrinò.

L’acqua cominciò a entrare più velocemente.

Con una torcia metallica che teneva nel vano portaoggetti, Luca riuscì a rompere il finestrino anteriore.

«Esco io e ti tiro fuori.»

Appena mise una gamba fuori, la corrente gliela strappò da sotto.

Si aggrappò al bordo.

Serena cercò di passargli Anna.

Non fece in tempo.

Una nuova spinta d’acqua inclinò la macchina.

Il seggiolino si sganciò parzialmente dalla base, si rovesciò nel vano posteriore e rimase intrappolato da una cintura attorcigliata.

La borsa dei pannolini galleggiò sopra.

Anna sparì alla vista.

Serena urlò.

Stella saltò sul sedile.

Luca tese la mano verso sua moglie.

«Vieni fuori!»

Serena non voleva.

Continuava a ripetere il nome della figlia.

Ma davanti l’acqua era ormai quasi fino al tetto.

Quando tentò di sporgersi dal finestrino, la corrente la prese.

Luca riuscì ad afferrarle una mano.

Per pochi secondi rimasero uniti.

Poi furono trascinati via insieme.

Stella rimase dentro.

Avrebbe potuto seguirli dal finestrino anteriore.

Non lo fece.

Tornò dietro.

Verso Anna.

Quando l’acqua salì, si mise sul sedile per tenere il muso fuori.

Graffiò il vetro.

Provò la portiera.

Si spostò davanti.

Poi tornò indietro.

Sempre nello stesso punto.

I segni delle zampe furono trovati più tardi su quasi tutto il vetro posteriore.

Stella non poteva aprire una cintura.

Non poteva sfondare un finestrino.

Non poteva sollevare un seggiolino pieno d’acqua.

Ma sapeva una cosa.

La bambina era ancora lì.

E non se ne andò.


Noi vedemmo quell’auto circa un quarto d’ora dopo.

Non cercavamo specificamente una famiglia.

Stavamo portando medicinali, coperte e sacchi di sabbia alle case rimaste isolate.

Da due giorni il paese sembrava tornato a cinquant’anni prima.

Niente telefoni in alcune zone.

Niente luce.

Bar chiusi.

Cantine allagate.

Eppure davanti alla bottega del fornaio c’erano persone che distribuivano pane senza chiedere un euro.

Il farmacista aveva messo due sedie fuori e preparava i medicinali degli anziani a memoria.

Una vedova di settantasei anni faceva caffè con un fornello da campeggio per i volontari.

In certe giornate scopri quanto siamo diventati estranei gli uni agli altri.

In altre scopri che basta l’acqua fino alle ginocchia per ricordarsi di essere ancora un paese.

Fu un ragazzo a indicarci l’auto.

«Là c’è un cane!»

Non avevamo idea che dentro ci fosse una bambina.

Stella era l’unico essere visibile.

Quando la vidi rifiutare l’uscita, capii che qualcosa non tornava.

In tanti anni di servizio ho imparato una cosa: il panico sembra confuso, ma spesso ha una direzione precisa.

Bisogna guardare dove insiste.

Il seggiolino vuoto fu il primo indizio.

La coperta rosa il secondo.

Stella fu il terzo.

Se avessimo tirato fuori lei e ce ne fossimo andati, pochi minuti dopo l’auto avrebbe ruotato completamente.

Il finestrino sarebbe finito sott’acqua.

Forse nessuno avrebbe più potuto raggiungere Anna.

Questa è la parte che ancora oggi mi sveglia qualche volta.

Non il rumore dell’acqua.

Non il vetro.

Ma il pensiero di quanto poco bastò perché vedessimo ciò che avevamo davanti.

Un cane che si rifiutava di salvarsi da solo.


L’ambulanza portò Anna verso l’ospedale provinciale.

Aveva ripreso a respirare, ma aveva inalato acqua ed era fortemente raffreddata.

I sanitari furono chiari.

«Non significa che sia fuori pericolo.»

Stella cercò di salire sull’ambulanza.

Fece due passi.

Le zampe posteriori cedettero.

La avvolgemmo in una coperta termica.

Un veterinario volontario la prese in carico.

La bambina andò da una parte.

Il cane dall’altra.

Nel frattempo, a quasi un chilometro di distanza, Luca era ancora appeso a un ramo.

Serena si era incastrata contro una vecchia staccionata.

Non si vedevano.

Non sapevano nemmeno se l’altro fosse vivo.

Una squadra su un gommone trovò prima Luca.

La sua prima domanda fu:

«Mia figlia?»

Nessuno seppe rispondere.

Quando trovarono Serena, lei non domandò neppure del marito.

Disse soltanto:

«La macchina. C’è la mia bambina nella macchina. E c’è Stella.»

In un punto di raccolta allestito nella palestra comunale, le informazioni cominciarono lentamente a combaciare.

SUV scuro.

Una coppia trascinata via.

Una neonata.

Un Golden Retriever.

Qualcuno chiamò la centrale operativa.

Poi chiamarono noi.

Un agente mi accompagnò all’ingresso dell’ospedale.

Vidi arrivare Luca e Serena con addosso vestiti presi da scatoloni di emergenza.

Luca aveva una fasciatura sulla fronte.

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