Serena tremava sotto una coperta grigia.
Mi venne incontro.
Non disse buongiorno.
Non disse chi fosse.
«È viva?»
«Sì.»
Lei smise di respirare per un istante.
«È viva. I medici la stanno curando.»
Luca si appoggiò al muro con entrambe le mani.
Poi mi guardò.
«Il cane?»
«Viva anche lei.»
Serena si portò una mano alla bocca.
«È rimasta dentro?»
Annuii.
«Ci ha fatto capire dove guardare.»
Le gambe le cedettero.
Luca la sostenne.
Io presi l’altro braccio.
«Stella era con Anna?» chiese.
«Fino alla fine.»
Non raccontai subito il resto.
Certe cose hanno bisogno di tempo per entrare nella testa.
Anna rimase ricoverata nove giorni.
Ebbero paura per i polmoni.
Poi ebbero paura per eventuali conseguenze neurologiche.
Le prime quarantotto ore furono infinite.
Serena non voleva dormire.
Ogni volta che chiudeva gli occhi rivedeva il seggiolino scomparire.
Luca, invece, continuava a ripetere:
«Non dovevo entrare in quella strada.»
Sua madre gli disse una cosa che solo le madri di una certa generazione sanno dire senza sembrare crudeli.
«Hai sbagliato. Ma adesso tua figlia ha bisogno di un padre, non di un uomo che passa la vita a punirsi.»
Luca non rispose.
Ma quella notte dormì due ore.
Stella restò tre giorni nella clinica veterinaria.
Aveva ipotermia, tagli alle zampe, contusioni e aveva respirato acqua.
Non voleva mangiare.
Ogni volta che sentiva aprirsi una porta si alzava.
Il secondo giorno Serena chiese a sua sorella di portare la copertina rosa recuperata dall’auto.
Era stata lavata alla meglio.
Sapeva ancora di fango.
La misero vicino a Stella.
Il cane la annusò a lungo.
Poi, per la prima volta, mangiò.
Quando le condizioni di entrambe lo permisero, organizzarono un incontro in una stanza tranquilla.
Luca entrò per primo.
Stella gli corse incontro.
Poi si fermò.
Lo annusò dalle scarpe fino alle mani.
Si appoggiò contro le sue gambe.
Serena entrò subito dopo.
Stella le girò attorno due volte.
Le toccò le mani con il muso.
Poi guardò la stanza.
Una persona.
Due.
Cominciò a cercare.
Serena capì immediatamente.
«La sta cercando.»
Anna arrivò poco dopo in braccio a un’infermiera.
Aveva un pigiamino giallo pallido e una coperta bianca.
Quando Stella la vide, si abbassò quasi fino a terra.
Non corse.
Aspettò.
Serena si sedette.
«Vieni, Stella.»
Il cane avanzò piano.
Annusò i piedi di Anna.
Poi una mano.
Poi il bordo della coperta.
Infine appoggiò il mento vicino alla culla.
Anna aprì le dita.
Toccò l’orecchio piegato di Stella.
Il cane chiuse gli occhi.
Luca si sedette accanto.
Appoggiò la fronte sulla schiena del cane.
Nessuno disse «eroina».
Nessuno disse «miracolo».
In quella stanza non servivano parole grandi.
Erano di nuovo quattro.
Questo bastava.
La loro casa non era più abitabile.
L’acqua aveva distrutto mobili, pareti, elettrodomestici, fotografie, vestiti.
L’auto era da buttare.
Per alcune settimane dormirono in un appartamento temporaneo messo a disposizione da una famiglia del quartiere.
La prima sistemazione proposta non accettava animali di grossa taglia.
Luca disse soltanto:
«Allora non è una sistemazione per noi.»
La voce si sparse.
Nel giro di poche ore un pensionato che possedeva un piccolo appartamento sopra il suo garage consegnò loro le chiavi.
«Mia moglie avrebbe fatto lo stesso», disse.
Non volle soldi per il primo mese.
Una signora del mercato portò pentole.
Il barbiere regalò un seggiolone che non usavano più i suoi nipoti.
Il ferramenta diede gratuitamente alcuni attrezzi a Luca.
Una maestra in pensione cucì nuove tende.
Il macellaio mise da parte ogni settimana un sacchetto di carne adatta a Stella.
Non furono gesti da prima pagina.
Nessuno fece fotografie.
Nessuno mise targhe.
Era semplicemente il vecchio modo di fare le cose.
Quello che molti pensavano fosse scomparso.
Il cuore del quartiere.
Serena un giorno disse:
«È assurdo. Abitavamo qui da sei anni e metà di queste persone le salutavo appena.»
La vicina del piano di sopra rispose:
«È perché quando va tutto bene abbiamo sempre fretta.»
Stella, nella casa temporanea, controllò ogni stanza.
Poi si mise accanto al lettino di Anna.
Per tre notti dormì lì.
Quando la bambina cominciò a gattonare, mesi dopo, gli adulti fecero attenzione a rispettare anche gli spazi del cane.
Se Anna tirava il pelo, la allontanavano.
Se Stella voleva stare tranquilla, la lasciavano andare.
«Le vuole bene», diceva Serena, «ma non significa che debba sopportare tutto.»
Era una frase che sua madre approvava molto.
«Vale anche con i parenti», aggiungeva sempre la nonna.
Un mese dopo il ritorno a casa, venimmo invitati al pranzo della domenica.
Non per una cerimonia.
Non per una fotografia.
Solo per mangiare.
Tavolo lungo.
Lasagne.
Coniglio al forno.
Patate.
Tre bottiglie di vino che nessuno riuscì a finire.
La nonna di Anna continuava a riempire i piatti anche quando tutti dicevano basta.
«Sei troppo magro», disse a me.
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