—Dimissioni immediate. Confessione completa. Collaborazione totale nella causa contro Karim e la sua società. In cambio, non procederemo penalmente per ora.
—Per ora? —sussurrò lui.
—Dipende da quanto sarà sincero.
Riccardo firmò.
Pagina dopo pagina.
Ogni firma sembrava togliergli un pezzo di vita.
Quando uscì scortato da Marco, si voltò verso di me.
—Elena, mi dispiace davvero.
Io lo guardai.
—Anche a me.
E basta.
Non gli dissi che lo perdonavo.
Ci sono ferite che non meritano frasi eleganti.
A mezzogiorno Karim mi chiamò.
Io ero ancora nell’ufficio di mio padre.
Risposi con il vivavoce.
—Amore —disse lui, allegro—, ho pensato una cosa. Vieni con me oggi alla riunione.
Mio padre alzò gli occhi.
Chiara si immobilizzò.
Io mantenni la voce morbida.
—Davvero?
—Sì. Questi investitori danno importanza alla famiglia. Voglio che vedano che sono un uomo serio, con una futura moglie al mio fianco.
Una futura moglie.
Un accessorio.
Una cornice.
Un soprammobile ben vestito.
—Cosa devo fare?
—Niente. Sorridi, sii gentile, non parlare troppo di lavoro. Sono uomini tradizionali, capisci.
—Capisco.
—Vestiti sobria. Elegante, ma non provocante.
Mi venne quasi da ridere.
—Certo.
—Ti passo a prendere alle due.
—A dopo, amore.
Quando chiusi la chiamata, Chiara sorrise.
—Vuole portarti lui stesso al patibolo.
Mio padre non sorrise.
—Sei sicura?
Io annuii.
—Non sono mai stata più sicura.
Alle due meno dieci ero pronta.
Tailleur blu scuro.
Camicia color crema.
Capelli raccolti.
Perle alle orecchie.
La collana di Karim al collo.
Quella modificata.
Mi guardai allo specchio.
Vidi una donna tranquilla.
Educata.
Quasi dolce.
E pensai a tutte le donne della mia famiglia.
Mia nonna che taceva quando il nonno decideva tutto.
Mia madre che lasciava l’ultimo pezzo di carne agli altri e diceva di non avere fame.
Le zie che sopportavano mariti arroganti perché “ormai”.
Quante volte ci avevano insegnato a stare composte?
A non fare scenate?
A salvare la faccia?
Io quel giorno avrei salvato qualcosa di meglio della faccia.
La dignità.
Karim arrivò puntuale.
Mi baciò sulla guancia.
—Sei perfetta.
—Grazie.
In macchina parlò per tutto il tempo.
Del futuro.
Della nuova fase.
Di come la sua società avrebbe conquistato il mercato.
—Molti si adagiano sui vecchi rapporti —disse—. Noi invece saremo aggressivi. Prenderemo clienti a chi non sa difenderli.
—Anche alla società di mio padre?
Lui ebbe un minuscolo scatto.
Poi rise.
—Era un esempio, amore. Non prendere tutto alla lettera.
Io guardai fuori dal finestrino.
Milano correva accanto a noi, con i tram, i motorini, i palazzi eleganti e quelli scrostati.
Una città che sa vendere sogni e nascondere solitudini.
Il palazzo dell’incontro era in centro.
Niente marchi visibili.
Solo marmo, ascensori silenziosi, uomini in giacca scura.
Karim si sistemò la cravatta nello specchio dell’ascensore.
—Lascia parlare me, va bene?
—Va bene.
—E se parlano arabo, non preoccuparti. Ti tradurrò io.
Lo guardai.
—Come sempre.
Lui sorrise.
—Come sempre.
Le porte si aprirono.
Una guardia ci accompagnò a una sala riunioni all’ultimo piano.
Karim entrò per primo, con il passo sicuro dell’uomo convinto di essere atteso per essere applaudito.
Poi si fermò.
Al capo del tavolo c’era lo sceicco Abdullah, in abito tradizionale, composto e severo.
Accanto a lui due consulenti legali.
Dall’altra parte, in piedi vicino alla finestra, c’era mio padre.
Karim mi strinse il polso.
Troppo forte.
—Che significa? —sussurrò.
Io liberai la mano.
Lo sceicco parlò in italiano, lento ma preciso.
—Signor Mansour, grazie per essere venuto. Credo conosca già il signor Rinaldi. E naturalmente conosce sua figlia Elena.
Karim guardò me.
Poi mio padre.
Poi di nuovo me.
—Non capisco.
Allora feci un passo avanti.
E parlai in arabo.
Fluido.
Pulito.
Formale.
—Capisci benissimo, Karim. Questa riunione serve a chiarire come hai tentato di rubare informazioni riservate alla società di mio padre usando il nostro fidanzamento.
Il suo viso perse colore.
Non diventò bianco.
Diventò cenere.
—Tu… tu parli…
—Arabo? Sì. Da anni.
La sala era silenziosa.
Gli occhi di mio padre erano fissi su di me.
Non orgogliosi in modo vistoso.
Orgogliosi come può esserlo un padre emiliano: con la mascella dura e le mani ferme.
Continuai.
—Ho vissuto otto anni tra Dubai, Abu Dhabi e Doha. Ho negoziato contratti in arabo prima ancora che tu imparassi a insultarmi senza arrossire.
Karim aprì la bocca.
Nessun suono.
—Ogni pranzo —dissi—. Ogni cena. Ogni battuta su di me. Ogni volta che tua madre diceva che ero indegna. Ogni volta che tuo padre parlava di me come di un investimento. Ogni volta che tu ridevi dicendo che ero solo un mezzo. Ho capito tutto.
Lo sceicco indicò una sedia.
—Si sieda, signor Mansour.
Karim non si mosse.
Mio padre parlò piano.
—Siediti, Karim. O questa conversazione continua davanti alle autorità.
Si sedette.
Non sembrava più un uomo elegante.
Sembrava un ragazzino beccato con la mano nel cassetto.
Lo sceicco aprì una cartellina.
—Abbiamo registrazioni, documenti, testimonianze e tracciamenti finanziari. Il signor Riccardo Conti ha confessato questa mattina di averle fornito informazioni riservate dietro pagamento.
Karim scosse la testa.
—Non è come sembra.
—È esattamente come sembra —disse Chiara, che era appena entrata con altri documenti.
Lui si voltò verso di me.
—Elena, lasciami spiegare.
Io lo guardai senza rabbia.
La rabbia era un lusso già superato.
—Hai spiegato abbastanza quando pensavi che non capissi.
Lo sceicco fece partire una registrazione.
La voce di Karim riempì la sala.
—È solo un mezzo. Una volta sposati, avrò accesso pieno.
Poi la voce di Farid.
—Chiudi in fretta prima che le vengano dubbi.
Poi le risate.
Poi Leila.
—Una donna così va guidata, non ascoltata.
Karim abbassò lo sguardo.
Non per vergogna.
Per paura.
C’è differenza.
Mio padre appoggiò entrambe le mani sul tavolo.
—La nostra società procederà legalmente per danni, furto di segreti commerciali e concorrenza scorretta. I tuoi soci riceveranno comunicazione entro oggi. Qualunque dato ottenuto tramite te sarà inutilizzabile.
—Mio padre non c’entra —disse Karim, improvvisamente disperato—. La mia famiglia non deve pagare per un mio errore.
Lo sceicco lo fissò.
—La sua famiglia era presente. La sua famiglia sapeva. La sua famiglia rideva.
Quelle parole caddero come piatti rotti sul pavimento.
—Nel nostro mondo —continuò lo sceicco—, la fiducia vale più del denaro. Lei ha tradito la fiducia di una famiglia, di un partner e della comunità d’affari che pretendeva di rappresentare.
Karim si passò una mano tra i capelli.
—Farò tutto quello che volete.
—Sì —disse mio padre—. Lo farai.
Poi mi guardò.
—Elena?
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