Una madre spese gli ultimi 8 euro per salvare un motociclista sconosciuto: il mattino dopo cento moto invasero il suo quartiere
«Non lo toccare, Giulia! Quelli portano solo guai!»
Il benzinaio urlò dalla porta illuminata al neon, con la sigaretta ferma tra le dita e la faccia di uno che non voleva rogne.
Ma l’uomo steso sull’asfalto non respirava quasi più.
Era grosso come un armadio, barba grigia, giubbotto di pelle pieno di toppe, mani enormi strette sul petto.
Una moto nera gli era caduta accanto, ancora calda, con il motore che tossiva piano.
Giulia Ferri guardò lui.
Poi guardò gli otto euro spiegazzati che aveva nel pugno.
Otto euro.
La colazione di sua figlia per il giorno dopo.
Pane, latte e magari due merendine da mettere nello zaino.
«Signora, se ne vada!» gridò di nuovo il benzinaio. «Non sa chi sono quelli!»
Giulia deglutì.
Aveva quarantadue anni, due lavori, le scarpe consumate, una figlia di sei anni che a casa dormiva sotto una coperta troppo leggera.
Non aveva soldi per fare l’eroina.
Non aveva nemmeno soldi per fare la spesa.
Ma quell’uomo stava morendo davanti a lei.
E quando qualcuno muore, non gli chiedi da dove viene.
Gli tendi la mano.
Giulia corse dentro al distributore.
Afferrò una bottiglietta d’acqua e una confezione di aspirina dallo scaffale vicino alla cassa.
«Quanto?»
Il benzinaio la guardò come si guarda una matta.
«Sette euro e venti.»
Giulia poggiò sul bancone i suoi ultimi otto euro.
Il rumore delle monete di resto le fece male più di uno schiaffo.
Poi uscì di corsa, si inginocchiò sull’asfalto freddo e mise una mano sulla spalla dell’uomo.
«Mi sente? Signore, mi sente? Deve masticare queste. Piano. Guardi me.»
Lui aprì gli occhi appena.
Erano occhi chiari, pieni di paura.
Non sembrava un delinquente.
Sembrava un padre.
Sembrava un vecchio ragazzo che non voleva morire da solo sotto una pompa di benzina.
«Cuore…» sussurrò lui. «Le medicine… dimenticate…»
«Adesso mastichi. Bravo. Così.»
Giulia gli tenne la testa sollevata con una mano e con l’altra gli avvicinò l’acqua alle labbra.
Il benzinaio, dalla porta, scuoteva la testa.
«Io ho chiamato l’ambulanza. Però poi non dite che non vi avevo avvisata.»
Giulia non rispose.
Restò lì.
Sull’asfalto sporco, con il ginocchio bagnato di benzina e pioggia vecchia, a tenere in vita un uomo che tutti avrebbero evitato.
Le sirene arrivarono dopo pochi minuti.
Ma a Giulia sembrò un secolo.
Quando i soccorritori scesero, uno di loro le chiese subito:
«Gli ha dato aspirina?»
«Sì. Due compresse. Le ha masticate.»
L’uomo annuì serio.
«Ha fatto bene. Molto bene. Potrebbe avergli salvato la vita.»
In quel momento un’altra moto entrò nel piazzale con un rombo secco.
Scese un uomo più giovane, sui trentacinque anni, capelli rasati, giubbotto di pelle, occhi lucidi.
«Falco!»
Corse verso il motociclista steso.
«Oddio, Falco…»
Poi vide Giulia.
La guardò come se non capisse.
«Lei è rimasta con lui?»
«Aveva bisogno.»
Il giovane abbassò gli occhi sulle sue mani tremanti, sulle scarpe bucate, sul cappotto leggero.
«Come si chiama?»
«Giulia Ferri.»
«Io sono Nico.»
Nico infilò una mano nel taschino interno e le porse un biglietto bianco.
Sopra c’era solo un numero e un piccolo disegno: una rondine con una corona.
«Domani chiami questo numero.»
Giulia lo prese senza sapere perché.
«Chi è lui?»
Nico guardò l’ambulanza che caricava l’uomo.
«Uno che non dimentica mai chi gli salva la vita.»
L’uomo sulla barella, prima che chiudessero le porte, tirò giù appena la maschera dell’ossigeno.
«Giulia…»
Lei si avvicinò.
«Sì?»
«Dica… che l’ha mandata Falco.»
Giulia non capì.
Non capiva niente.
Capiva solo che aveva un euro e ottanta in tasca, una figlia che il giorno dopo avrebbe avuto fame, e una notte lunga due chilometri da camminare fino a casa.
Il giorno era iniziato come tutti gli altri.
Alle cinque del mattino, con la sveglia del telefono che vibrava sul comodino scrostato.
Giulia viveva in un bilocale al terzo piano di una palazzina popolare, in un quartiere di provincia dove tutti sapevano tutto di tutti, ma nessuno bussava davvero quando serviva.
La cucina era stretta.
Il tavolo traballava.
Il frigorifero faceva un rumore da vecchio trattore.
Nel mobile c’era mezza confezione di biscotti secchi, un fondo di latte e due mele un po’ molli.
Sua figlia Sara uscì dalla cameretta con i capelli arruffati e il pigiama con le maniche troppo corte.
«Mamma, oggi c’è latte?»
Giulia sorrise.
Quel sorriso che fanno le madri quando dentro hanno il buio ma non vogliono farlo vedere.
«Certo, amore. Stamattina colazione da signorine.»
Versò l’ultimo latte nella tazza di Sara.
Per sé mise acqua del rubinetto nel caffè avanzato dalla sera prima.
Sara mangiò tranquilla.
Giulia la guardò e si sentì stringere il cuore.
Da tre anni vivevano così.
Da quando il marito se n’era andato “per respirare”, lasciando debiti, silenzi e una bambina che chiedeva ancora perché papà non venisse più alla recita.
Giulia lavorava la mattina in una lavanderia a gettoni, piegando lenzuola di altri.
Il pomeriggio faceva la cameriera in una trattoria vicino alla statale, dove camionisti, operai e anziani soli venivano a mangiare un piatto caldo.
Ogni sera contava gli spiccioli.
Affitto.
Bollette.
Farmacia.
Quaderni.
Scarpe.
Sempre una coperta troppo corta.
Sua madre, prima di morire, le diceva sempre:
«Giulia, ricordati: chi ha poco sa meglio degli altri quanto vale un gesto.»
Sua madre era stata una donna di quelle antiche.
Mani rovinate dal detersivo, capelli raccolti, rosario nel cassetto e una dignità che non si comprava.
La domenica, anche quando non c’era niente, metteva comunque la tovaglia buona.
«La povertà non deve mangiarsi la nostra educazione», diceva.
Giulia ci pensava spesso.
Soprattutto quando il mondo sembrava fatto per umiliare chi inciampa.
Quel martedì aveva lavorato otto ore in lavanderia.
Poi era andata in trattoria.
La signora Ada, la cuoca, una donna di sessantasei anni con la voce ruvida e il cuore tenero, le aveva messo davanti un caffè.
«Hai la faccia di una che non dorme da Pasqua.»
«Dormire costa, Ada.»
«E smettila di fare la spiritosa. Hai mangiato?»
Giulia mentì.
«Sì.»
Ada la guardò.
«Bugiarda come tuo padre quando diceva che smetteva di giocare al lotto.»
Giulia rise piano.
In quella trattoria si respirava ancora un’Italia vecchia.
Il bancone di legno.
La televisione bassa.
I clienti che chiamavano tutti per nome.
Le foto ingiallite della squadra locale.
Eppure anche lì, dietro i sorrisi, ognuno portava la sua croce.
A fine turno Giulia contò le mance nello stanzino.
Ventitré euro.
Ne mise quindici in una busta per l’affitto.
Le restarono otto euro.
Otto euro giusti per comprare qualcosa per Sara la mattina dopo.
Pensò al pane.
Al latte.
A un piccolo cornetto confezionato, perché Sara quando lo vedeva rideva con gli occhi.
Poi prese la strada verso casa.
Erano quasi le undici.
La città di notte sembrava più povera.
Le serrande abbassate.
I cassonetti pieni.
Le finestre accese dove qualcuno litigava, qualcuno guardava la televisione, qualcuno piangeva senza fare rumore.
Giulia tagliò dal distributore perché c’era un bagno e perché la strada era più corta.
Fu lì che vide Falco cadere.
Fu lì che spese tutto.
Quando tornò a casa era passata l’una.
La vicina, la signora Rosa, dormiva sul divano con Sara raggomitolata vicino.
Rosa aveva settant’anni, una pensione piccola e una bocca grande, ma non aveva mai chiesto un soldo per tenere la bambina.
«È andato tutto bene?» borbottò svegliandosi.
«Sì, grazie. Scusami l’ora.»
Rosa la scrutò.
«Hai una faccia…»
«Domani ti racconto.»
Giulia portò Sara nel lettino.
La bambina aprì appena gli occhi.
«Mamma?»
«Sono qui.»
«Hai portato il latte?»
Giulia sentì una fitta.
«Domani facciamo colazione speciale, amore.»
«Va bene.»
Sara si riaddormentò fidandosi.
Quella fiducia era la cosa più pesante del mondo.
Giulia si sedette al tavolo della cucina.
Tirò fuori il resto: un euro e ottanta.
Poi il biglietto bianco con la rondine e la corona.
Lo rigirò tra le dita.
Non sapeva chi fossero.
Non sapeva se chiamare fosse una follia.
Sapeva solo che aveva fatto ciò che sua madre avrebbe fatto.
Prese il quaderno dove ogni sera scriveva tre cose buone, anche nei giorni peggiori.
Scrisse:
Sara sta bene.
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