Quando Romeo smise di aspettare solo alla finestra, capii che il dolore non se n’era andato: aveva semplicemente imparato a sedersi accanto a noi.
Le prime settimane con Romeo non furono tenere.
Non nel modo in cui certa gente immagina quando sente la parola adozione. Niente scene da cartolina. Niente fusate immediate sul cuscino. Niente miracoli.
C’era solo un gatto anziano in un appartamento silenzioso.
E un uomo anziano abbastanza da sapere che certe ferite non si chiudono perché qualcuno lo decide.
Romeo mangiava poco, ma abbastanza da farmi sperare.
Dormiva di giorno in posti sempre diversi, come se non volesse lasciare troppe tracce. Un giorno dietro la tenda del soggiorno. Un altro sotto il tavolo. Una volta lo trovai nel bagno, acciambellato sul tappetino, con quell’aria offesa che aveva anche alla finestra del signor Bianchi, solo più stanca.
Io facevo finta di niente.
Gli mettevo l’acqua fresca. Gli parlavo ogni tanto. Non troppo. Il giusto.
Avevo imparato da tempo che la solitudine assomiglia a un animale spaventato.
Se la rincorri, scappa.
Se fai troppo rumore, si nasconde più a fondo.
Così lasciai che Romeo avesse il suo silenzio.
E, in fondo, lasciai che anch’io avessi il mio.
La mattina continuavo il mio giro come sempre.
Gli stessi marciapiedi. Le stesse cassette storte. Le stesse persone che salutano appena e quelle che invece vogliono raccontarti tutta la loro pressione, il meteo e i reumatismi in un colpo solo.
Per giorni, passando davanti alla casa del signor Bianchi, non riuscii a guardare.
Poi un martedì lo feci.
Le tende erano aperte. C’era un cartello sbiadito appeso al cancello. La casa aveva già quell’aria strana di posto senza respiro. Non ancora abbandonato del tutto, ma neanche più davvero abitato.
Mi venne da rallentare.
Non per nostalgia soltanto.
Più per quel genere di vuoto che lasciano certe persone discrete. Quelle che non fanno rumore vivendo, eppure il quartiere cambia quando non ci sono più.
La vicina, la signora che mi aveva detto della sua morte, era fuori con una busta dell’immondizia in mano. Mi fermò con un cenno.
“Come sta il gatto?”
La domanda mi colse di sorpresa.
“Sta meglio,” risposi. “Mangia di più. Mi tiene d’occhio dalla finestra.”
Lei sorrise piano, come si sorride in chiesa o davanti a un neonato che dorme.
“Meglio così,” disse. “Con lui, quel signore parlava più che con la maggior parte della gente.”
Annuii.
Non sapevo bene cosa rispondere, perché anch’io avevo cominciato a parlare con Romeo più di quanto parlassi con molte persone.
Quella sera trovai il gatto sulla sedia vicino alla finestra, come sempre.
Il tramonto entrava storto tra le persiane e gli faceva il pelo quasi dorato, anche se ormai il dorato era mescolato a tanto bianco. Mi tolsi le scarpe piano, appoggiai le chiavi nel solito piattino e lui si voltò appena.
“Niente di nuovo?” gli chiesi.
Romeo sbatté una volta le palpebre.
Era il suo modo di concederti udienza.
Mi feci una pasta semplice. Mi sedetti al tavolo. Mangiai guardando il telegiornale senza ascoltarlo davvero.
A un certo punto Romeo saltò sulla sedia di fronte alla mia.
Non sul tavolo. Non in grembo. Solo sulla sedia di fronte.
Restò lì, seduto composto, a guardarmi.
E fu una sciocchezza, probabilmente.
Ma era la prima volta da anni che qualcuno sedeva a tavola con me anche senza mangiare.
Sentii quella stretta strana al petto che arriva quando una cosa piccola tocca una ferita grande.
“Va bene,” gli dissi. “Non serve che fai il gentile. Ho capito.”
Lui socchiuse gli occhi.
Sembrava quasi soddisfatto.
Con il passare dei giorni prese certe abitudini.
Alle sei del mattino era già sveglio e pretendeva la colazione con la disciplina di un capostazione in pensione. Alle sette e venti si metteva alla finestra del soggiorno, come se dovesse controllare l’inizio della giornata del quartiere. Alle nove di sera faceva il giro dell’appartamento, stanza per stanza, come a verificare che tutto fosse ancora al suo posto.
Me compreso.
Una sera, tornando dal lavoro più tardi del solito, trovai un vasetto di basilico rovesciato in cucina e terra dappertutto.
Romeo sedeva in mezzo al disastro con un’espressione che diceva chiaramente che la colpa era del basilico.
Mi misi a ridere da solo.
Una risata vera.
Di quelle che ti escono senza permesso.
Non mi succedeva spesso.
Forse fu quello il momento in cui capii che la casa non era più soltanto ordinata.
Era viva.
Passò circa un mese prima che Romeo salisse sul divano vicino a me.
Non addosso.
Vicino.
Io stavo leggendo il giornale del sabato, con gli occhiali sul naso e la schiena già pronta a lamentarsi. Lui saltò su con una cautela quasi ridicola, si girò due volte e si sistemò a distanza di sicurezza.
Restò lì venti minuti.
Io non mi mossi quasi per respirare.
Avevo paura che qualsiasi gesto potesse rompere una tregua delicata che non capivo bene ma rispettavo profondamente.
Poi, senza guardarmi, allungò una zampa.
La posò contro la mia gamba.
Solo per un secondo.
Ma bastò.
Dopo, divenne più facile.
Non più veloce.
Più facile.
Come succede con certe amicizie tarde, quelle che non hanno l’entusiasmo rumoroso dei vent’anni ma una specie di calma testarda. Quella calma che nasce quando nessuno dei due ha più voglia di impressionare l’altro.
Una domenica andai a comprare una cuccia nuova.
La commessa, una ragazza giovane con le unghie azzurre e una gentilezza onesta, mi mostrò modelli morbidi, eleganti, costosi. Io presi quella più semplice. Un cuscino imbottito, marrone chiaro, con i bordi bassi.
Romeo la annusò appena, una volta tornati a casa.
Poi ci si sedette dentro con l’aria di un uomo che, dopo lunga riflessione, ha deciso di non bocciare un candidato.
“Troppo entusiasmo, mi raccomando,” gli dissi.
Lui mi diede le spalle.
Era il suo modo per non umiliarmi.
Anche mia figlia se ne accorse.
Non subito.
Noi ci sentivamo ogni tanto, come fanno le persone che si vogliono bene ma hanno lasciato crescere un po’ troppa polvere nei corridoi tra una vita e l’altra. Messaggi brevi. Telefonate veloci. Auguri nei giorni giusti.
Niente litigi.
Che a volte è peggio.
Perché l’assenza di litigi può sembrare pace, ma spesso è solo distanza ben educata.
Una sera mi chiamò mentre stavo scaldando una zuppa.
“Papà, che fai?”
“Niente di eroico,” dissi. “Sto preparando la cena sotto la supervisione di un gatto tirannico.”
Ci fu un piccolo silenzio.
Poi lei rise.
“Un gatto?”
Le raccontai di Romeo. Del signor Bianchi. Del rifugio. Della finestra. Del basilico rovesciato. Del fatto che ormai, se andavo in bagno senza preavviso, venivo seguito come un detenuto in permesso.
Mia figlia ascoltò senza interrompermi.
Alla fine disse solo: “Ti sento diverso.”
Guardai Romeo, che in quel momento stava leccandosi una spalla con assoluta indifferenza.
“Diverso bene o diverso male?”
“Diverso meno solo,” disse lei.
Quella frase mi restò addosso.
Non perché fosse crudele.
Perché era vera.
Due settimane dopo venne a trovarmi.
Non capitava da quasi un anno.
Passai il sabato mattina a pulire più del necessario, cosa ridicola perché l’appartamento era già in ordine. Comprai biscotti che non mangiavo mai. Cambiai persino il copridivano, come se stessi aspettando una visita importante e non mia figlia.
Forse era proprio quello, il problema.
Avevo cominciato a trattarla come un’ospite importante, invece che come una persona di casa.
Quando suonò, Romeo era alla finestra.
Andai ad aprire con quella specie di agitazione sciocca che ti prende quando temi di non sapere più bene come stare con qualcuno che ami.
Lei entrò con un sacchetto di arance e una sciarpa troppo leggera per la stagione.
Ci guardammo un secondo.
Poi ci abbracciammo.
Fu un abbraccio un po’ rigido all’inizio, come succede quando due persone hanno accumulato troppi mesi normali senza vedersi. Ma dopo un momento si sciolse.
Dietro di noi, Romeo comparve nel corridoio.
La fissò.
Lei fissò lui.
“È lui?”
“Lui è Romeo,” dissi. “Romeo, lei è Chiara. Sii civile.”
Romeo la osservò con la gravità di un notaio.
Poi si avvicinò, annusò appena la punta della sua scarpa e si allontanò senza drammi.
“Mi ha accettata?” chiese lei.
“Direi che non ti ha bocciata.”
“Da te ha preso parecchio, allora.”
Quella battuta mi fece quasi più bene dell’abbraccio.
Pranzammo insieme.
All’inizio parlammo di cose facili. Lavoro. Traffico. Un vicino rumoroso del suo palazzo. Le mie ginocchia, che non mancavano mai di offrire argomenti.
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