Il gatto sordo mi aspettava davanti alla porta ogni notte, finché capii chi stava cercando di salvare

«La gente si lamenta.»

«La gente si lamenta comunque.»

Quella fu la prima volta che la vidi ridere.

La mattina successiva il foglio era ancora lì.

E accadde una cosa strana.

Il corridoio cominciò a cambiare.

Il signor Franco del 16, un pensionato che salutava soltanto quando era costretto, cominciò a battere apposta un piede prima di passare davanti alla porta di Lidia.

La signora Teresa del piano sotto bussava due volte con le nocche e una volta con il palmo.

Un ragazzo del quinto lasciò una ciotolina d’acqua accanto alla porta senza scrivere niente.

Piccole cose.

Talmente piccole che in una città nessuno le chiamerebbe solidarietà.

Nel mio paese d’origine, nell’Astigiano, mia madre le avrebbe chiamate semplicemente buona educazione.

«Se sai che qualcuno ha bisogno, passi.»

Lo diceva sempre.

Io avevo impiegato trent’anni per dimenticarlo.

Mercurio, in una settimana, me lo aveva ricordato.

Cominciai a bussare alla porta di Lidia quasi ogni sera.

Niente grandi discorsi.

«Tutto bene?»

Lei rispondeva sempre:

«Sono qui.»

A volte mi offriva un caffè.

Uno di quei caffè lunghi, preparati con una moka vecchia che aveva perso il manico originale.

Altre volte mi dava due fette di torta avanzate.

Una sera mi fece entrare e trovai sul tavolo una pentola enorme di minestrone.

«Per chi è tutta quella roba?»

«Per nessuno.»

«Allora perché ne ha fatto per dieci?»

Mi guardò.

«Perché per quarant’anni ho cucinato per due.»

Poi abbassò gli occhi.

Mercurio dormiva sulla sedia che una volta doveva essere stata del marito.

«Le mani ricordano anche quando la casa cambia.»

Fu in quei giorni che mi raccontò di Carlo.

Suo marito.

Muratore.

Sessant’anni di sveglia alle cinque, termos con il caffè e pane avvolto nella carta.

Aveva trovato Mercurio quindici anni prima dietro il capanno di una casa dove stava lavorando.

Era inverno.

Il gatto era minuscolo.

Quando capirono che non sentiva, Carlo aveva inventato un modo tutto suo per non spaventarlo.

Entrava in casa battendo due volte il piede.

Due colpi.

Sempre uguali.

«Diceva che era una questione di rispetto.»

Lidia indicò la fotografia che ora teneva finalmente dritta sul mobile.

Lei e Carlo davanti a una casetta di campagna.

Lui stringeva al petto un cucciolo grigio.

«Quando Carlo è morto, Mercurio per mesi ha continuato ad aspettare quei due colpi.»

Lidia sorrise senza gioia.

«Poi ha capito.»

«Cosa?»

«Che non sarebbero tornati.»

Mercurio aprì gli occhi.

Come se avesse percepito il movimento delle nostre gambe.

Lidia lo accarezzò.

«È rimasto lui.»

Fu proprio quando il corridoio iniziava a sembrare meno freddo che comparve il nuovo avviso.

Era appeso nell’androne.

Sotto il vecchio cartello.

SI RICORDA AI CONDOMINI CHE GLI ANIMALI NON AUTORIZZATI DEVONO ESSERE SEGNALATI ALL’AMMINISTRAZIONE.

Nessuna firma.

Nessun nome.

Solo parole stampate.

Il giorno dopo sentii discutere due vicini.

«Le regole ci sono per tutti.»

«Ma è un gatto vecchio.»

«Non è questo il punto.»

«E qual è?»

«Mio figlio ha l’asma.»

La donna che parlava si chiamava Elena.

Quarant’anni circa.

Viveva con il marito e un figlio adolescente al piano di sopra.

L’avevo sempre vista di corsa.

Borse della spesa.

Telefonate.

Farmacia.

Ascensore.

Lavoro.

Quel tipo di vita dove sembri antipatico semplicemente perché sei stanco.

Aprii la porta.

«State parlando di Mercurio?»

Elena mi guardò.

«Sto parlando di un animale che non dovrebbe esserci.»

La frase mi irritò.

Stavo per rispondere male.

Poi lei aggiunse:

«Mio figlio ha crisi respiratorie importanti. I peli e la forfora animale possono peggiorare la situazione. Io cosa dovrei fare? Aspettare che stia male per sembrare gentile?»

Mi si spense la rabbia.

Ecco il problema con le persone vere.

Raramente sono cattive nel modo semplice che ci farebbe comodo.

Elena non voleva mandar via un gatto perché odiava gli animali.

Aveva paura.

Paura per suo figlio.

Paura che qualcuno decidesse che la sofferenza di Lidia contava più della sua.

«Capisco», dissi.

Lei incrociò le braccia.

«No. Nessuno capisce. Tutti vedono la signora anziana e il gatto sordo. Io divento automaticamente quella senza cuore.»

«Non penso questo.»

«Lo penserai quando verrà fatta la segnalazione.»

Quelle parole mi rimasero addosso.

Due giorni dopo, sotto la porta di Lidia comparve una lettera.

ULTIMO RICHIAMO.

ANIMALE NON AUTORIZZATO.

IN CASO DI ULTERIORI VIOLAZIONI POTRANNO ESSERE PRESI PROVVEDIMENTI SUL CONTRATTO DI LOCAZIONE.

Lidia teneva il foglio tra le mani.

Tremava.

«Non posso andare via.»

Non disse non voglio.

Disse non posso.

A settantotto anni quel bilocale era tutto ciò che poteva permettersi.

C’era la farmacia a due strade.

Il mercato al martedì.

Il medico raggiungibile con un autobus.

La chiesa dove ogni tanto andava per sedersi in fondo senza parlare con nessuno.

E, soprattutto, c’erano i muri dove Carlo aveva vissuto con lei.

«Porteranno via Mercurio?»

Non seppi rispondere.

Mi sedetti.

«Lidia, dobbiamo parlare con gli altri.»

Lei scosse la testa.

«Peggioreremo tutto.»

«Non possiamo continuare a nasconderci.»

Mi guardò a lungo.

Poi disse:

«È facile dirlo quando non hai quasi ottant’anni.»

Aveva ragione.

Quella sera andai da Elena.

Bussai.

Mi aprì con un’espressione già pronta per una discussione.

«Non sono venuto a litigare.»

«Bene.»

«Voglio soltanto che tu conosca Lidia.»

Elena rise senza allegria.

«E questo dovrebbe guarire l’asma di mio figlio?»

«No.»

Tacqui.

«Ma almeno smetteremo di discutere di persone che non abbiamo mai guardato in faccia.»

Elena non rispose.

Il giorno seguente si presentò alla porta di Lidia.

Braccia incrociate.

Schiena rigida.

Lidia impallidì quando la vide.

«Lei è Elena», dissi.

«Lo so», mormorò Lidia.

Elena andò subito al punto.

«Mio figlio ha problemi respiratori. Non posso avere Mercurio che gira nei corridoi.»

Lidia abbassò lo sguardo.

«Capisco.»

«Non credo.»

«Sì che capisco.»

Lidia alzò finalmente gli occhi.

«Quando Carlo era malato anch’io avevo paura di tutto. Delle scale. Del telefono. Di una febbre. Di arrivare tardi.»

Elena rimase immobile.

Lidia continuò:

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