Il gatto sparito tre giorni che tornò con un conto e cambiò due solitudini

Pensavo che la storia del conto legato al collarino fosse finita lì.

Pensavo che Ettore avesse già fatto abbastanza danni, abbastanza conquiste, abbastanza teatro per una sola vita da gatto.

Mi sbagliavo.

Perché certe abitudini, quando cominciano a curare qualcuno, non restano mai piccole.

Per qualche settimana andò tutto in quel modo semplice che finisce per sembrarti normale prima ancora che tu te ne accorga.

Io lavoravo, rientravo, davo da mangiare a Ettore, e almeno due o tre volte a settimana passavo da Lidia.

A volte la trovavo già fuori, seduta sulla panchina, con il golf sulle spalle anche quando non faceva davvero freddo.

A volte era Ettore a decidere per tutti.

Si piazzava davanti alla porta, mi guardava, poi guardava il trasportino, come se volesse dirmi che era ora di fare il solito giro.

Dopo un po’ smisi perfino di portarlo nel trasportino.

Aprivo il cancelletto e lui partiva con quell’andatura larga e sicura dei gatti che si sentono proprietari morali di ogni marciapiede.

Io gli andavo dietro con la dignità che riuscivo a raccattare.

Lidia aveva preso l’abitudine di tenere sempre una tazzina in più.

“Nel dubbio,” diceva.

“Nel dubbio di cosa?”

“Nel dubbio che oggi tu sia meno scontroso del solito.”

Non ero scontroso.

Ero uno che aveva passato troppo tempo a tornare a casa, chiudere la porta e pensare che bastasse quello.

Lei questo l’aveva capito quasi subito.

Lidia parlava poco delle cose grandi.

Le nominava di lato.

Come si fa con certi dolori che se li guardi troppo da vicino fanno ancora male.

Del marito mi raccontò piano, a pezzi.

Un uomo tranquillo.

Uno che riparava qualunque cosa pur di non buttarla.

Uno che la domenica mattina metteva sempre la radio in cucina e fingeva di sapere le parole di tutte le canzoni.

“Le sbagliava quasi tutte,” mi disse una volta, sorridendo. “Ma con una sicurezza meravigliosa.”

Della figlia parlava con affetto e attenzione, come se non volesse far pesare la distanza neanche pronunciandola.

Faceva l’infermiera.

Turni lunghi.

Due figli piccoli.

Una vita incastrata.

“Ci sentiamo,” diceva Lidia.

Poi aggiungeva sempre, dopo mezzo secondo:

“Quando può.”

Io non facevo domande.

Lei non ne faceva a me.

Ed era una delle cose che mi facevano stare bene lì.

Non c’era bisogno di spiegare troppo.

Bastava esserci.

Ettore, nel frattempo, aveva sviluppato una doppia cittadinanza affettiva che amministrava senza alcun senso di colpa.

Da me pretendeva la cena.

Da Lidia pretendeva l’adorazione.

Da entrambi pretendeva tolleranza assoluta.

Una sera lo trovai steso in mezzo al corridoio di casa mia, pancia all’aria, come una grossa volpe domestica.

“Tu hai capito tutto, vero?”

Aprì un occhio solo.

Quello bastò a farmi sentire giudicato.

Poi arrivò novembre.

Le giornate si accorciarono all’improvviso, come fanno sempre, senza chiedere permesso.

L’aria diventò più umida.

La luce spariva presto dai muri delle case e verso le cinque del pomeriggio il quartiere sembrava già stanco.

Fu in quei giorni che cominciai a notare una cosa.

Lidia tossiva.

All’inizio niente di speciale.

Quel tipo di tosse secca che si sente spesso con i primi freddi.

Lei la liquidava con la mano.

“È l’età,” diceva.

Io non rispondevo, ma la guardavo.

Continuava a uscire sulla panchina.

Continuava a fare il caffè.

Continuava a tenere un piattino per Ettore come se stessimo parlando di una persona delicata da non offendere.

Però aveva cominciato a muoversi più piano.

A sedersi prima.

A fermarsi a metà frase ogni tanto.

Una sera le portai una torta semplice, comprata tornando dal lavoro.

Lei mi aprì con il viso un po’ più pallido del solito.

“Ti disturbo?”

“No,” disse. “Mi salva dal telegiornale.”

Entrai.

La casa era in ordine come sempre.

Forse perfino troppo.

Quel tipo di ordine che a volte non è serenità, ma un modo per tenere insieme le ore.

Ettore era già sulla sua poltrona.

Mi guardò un secondo, poi tornò a dormire.

Traditore coerente.

Ci sedemmo in cucina.

Lei tagliò due fette di torta e ne mangiò metà della sua.

“Non ha fame?” le chiesi.

“Ce l’ho,” disse. “Solo che a volte mi passa prima di arrivare al piatto.”

Non mi piacque quella frase.

Non lo dissi.

Il giorno dopo passai ancora.

E quello dopo pure.

Cominciai a farlo senza pensarci troppo, con la scusa di portare il pane, i mandarini, una minestra già pronta.

Lei accettava quasi sempre.

Ma con quella delicatezza orgogliosa di chi non vuole mai sembrare un peso.

“Non serve che tu venga così spesso,” mi disse una volta.

“Lo so.”

“E allora perché vieni?”

Guardai Ettore che stava tentando di infilare la testa in una borsa della spesa.

“Per controllare che questo delinquente non le svuoti la dispensa.”

Lei rise.

Poi si mise a tossire e dovette appoggiarsi al tavolo.

Fu solo un attimo.

Ma bastò.

“Lidia.”

“Mi passa.”

“Ha sentito il medico?”

“Ho già la visita la settimana prossima.”

Lo disse troppo in fretta.

Quella velocità da risposta preparata.

Non insistetti.

Ma per tutta la sera restai agitato senza motivo apparente.

O forse il motivo c’era.

Era solo uno di quelli che non vuoi nominare.

Tre giorni dopo pioveva.

Pioggia sottile.

Fastidiosa.

Di quella che non cade davvero, ma ti entra addosso lo stesso.

Tornai a casa più tardi del solito.

Ettore non c’era.

La sua ciotola era intatta.

Il plaid sulla sedia, vuoto.

Mi affacciai in giardino.

Niente.

Allora capii subito dov’era.

Presi la giacca e andai da Lidia.

La panchina era bagnata.

Le persiane del soggiorno erano socchiuse.

Bussai.

Nessuna risposta.

Bussai di nuovo, più forte.

Dopo un po’ sentii un passo lento.

La porta si aprì di poco.

Lidia aveva addosso un cardigan chiuso male e gli occhi lucidi di febbre.

Ai suoi piedi, Ettore.

“Scusami,” disse. “Non volevo preoccuparti.”

“Sta male.”

“Ho preso freddo.”

“Sta male,” ripetei.

Lei fece quel piccolo gesto di fastidio che fanno le persone gentili quando la verità arriva da qualcun altro.

“È solo un’influenza.”

Ma non era solo quello.

Si vedeva.

Nella voce.

Nel modo in cui si reggeva al bordo della porta.

Nel colorito.

Nel fatto che perfino Ettore, di solito interessato solo al cibo e alle carezze strategiche, non si staccava da lei di un centimetro.

“Ha chiamato sua figlia?”

Il suo silenzio durò appena un momento.

Quanto basta.

“No.”

“Perché?”

“Perché sta lavorando.”

“Lidia.”

Mi guardò.

Era stanca.

Più stanca che malata.

“Non voglio essere sempre la cosa che complica tutto.”

Quella frase mi fece male per lei.

Perché capii che non era nata quel giorno.

Era una frase che si era detta molte volte.

Forse troppo.

Entrai senza aspettare altro.

Le tolsi il cappotto fradicio dalla sedia vicino all’ingresso.

Le dissi di sedersi.

Misi a scaldare l’acqua.

Non feci domande per qualche minuto, perché a volte la premura arriva meglio quando passa dalle mani.

Una tazza.

Una coperta.

Una finestra chiusa.

Ettore saltò sulla sedia accanto alla sua e la fissò con una serietà nuova.

Come se pure lui, per una volta, avesse capito che non era serata da commedie.

Alla fine chiamò sua figlia.

Lo fece davanti a me, con il telefono in mano come si tiene un oggetto che pesa più del normale.

Parlarono poco.

La sentii dire:

“No, non è grave.”

Poi:

“No, davvero, non correre.”

E infine:

“C’è qui un vicino.”

Vicino.

Mi chiamò così.

E per qualche motivo quella parola mi rimase dentro.

La figlia arrivò il mattino dopo.

Si chiamava Serena.

Aveva gli stessi occhi della madre, ma portati in modo più svelto, più pratico.

Entrò con l’aria di chi è preoccupata da ore e si sente in colpa da giorni.

Mi ringraziò quasi subito, troppe volte.

“Io la chiamo sempre,” disse. “Ma lei minimizza tutto.”

“Lo so,” risposi.

Lidia, dal divano, fece una faccia offesa.

“Parlate di me come se non fossi qui.”

“Sei qui,” disse Serena. “Ed è proprio il punto.”

C’era affetto in quella frase.

E stanchezza.

La stanchezza delle famiglie che si vogliono bene ma non riescono mai a farsi bastare il tempo.

Il medico confermò che era una brutta bronchite.

Niente di irreparabile.

Ma servivano riposo, controlli, e qualche giorno senza fare finta di stare bene per non disturbare.

Serena rimase due notti.

La seconda sera, mentre Lidia dormiva e Ettore sorvegliava il corridoio come una guardia pelosa corrotta ma fedele, ci sedemmo in cucina a bere una camomilla tiepida.

“Non so come ringraziarla,” mi disse Serena.

“Mi dia del tu, almeno.”

Lei sorrise appena.

“Hai capito cosa succede, vero?”

Annuii.

“Lei non dice mai quando ha bisogno.”

“Per non pesare.”

“Esatto.”

Restammo un attimo in silenzio.

Poi Serena appoggiò la tazza e guardò verso il soggiorno.

“Mio padre era il ponte,” disse. “Tra lei e il resto del mondo. Da quando non c’è più, mamma si è ritirata. Non del tutto. Ma abbastanza da far finta che vada bene così.”

Sapevo cosa intendeva.

Avevo visto quella casa.

Il suo ordine.

Il suo silenzio.

La precisione con cui tutto restava al proprio posto.

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