Il Gattone Randagio Che Si Prese Il Palazzo E Ci Restituì Una Famiglia

Pensavo che, dopo averci ritrovati, Ciccio si sarebbe limitato a dormire, mangiare e giudicare il mondo dal mio divano.

Mi sbagliavo.

Quel gattone grigio non aveva finito il suo lavoro.

Anzi.

Col tempo capii che io e la signora Greco eravamo stati solo l’inizio.

Da quando Ciccio aveva deciso di trasformare il mio appartamento nel suo quartier generale, la vita nel palazzo era cambiata piano piano.

Non con grandi gesti.

Non con discorsi importanti.

Con piccole cose.

Una porta lasciata socchiusa.

Un “buongiorno” detto guardandosi negli occhi.

Una busta della spesa portata su al vicino anziano.

Un piatto di pasta passato da un pianerottolo all’altro perché “ne ho fatta troppa”.

Prima, in quel condominio, conoscevamo più il rumore delle chiavi degli altri che le loro voci.

Dopo Ciccio, iniziammo a sapere i nomi.

La ragazza del terzo piano si chiamava Martina e studiava da infermiera.

Il signore del secondo, quello che sembrava sempre arrabbiato, si chiamava Enzo e aveva solo un ginocchio malandato che gli faceva vedere il mondo storto.

La coppia giovane del primo piano aveva un bambino piccolo che rideva ogni volta che Ciccio passava, anche se Ciccio lo guardava come si guarda un direttore di banca troppo rumoroso.

La signora Greco, invece, era tornata a truccarsi un pochino la domenica.

“Non per me,” diceva.

“Per il commendatore.”

Io ridevo.

Ma dentro, ogni volta, sentivo qualcosa allargarsi.

Come una finestra aperta dopo anni di aria ferma.

Ciccio continuava ad avere tre nomi ufficiali.

Per me era Ciccio.

Per la signora Greco era il Commendatore.

Per quelli del secondo piano era Arturo.

Un giorno il bambino del primo piano, che non riusciva ancora a dire bene le parole, lo chiamò “Cicciatore”.

E da quel momento, per tutto il palazzo, diventò il Cicciatore.

Lui non sembrò dispiaciuto.

Anzi, prese il nuovo titolo con la dignità di chi aveva sempre saputo di meritare qualcosa di importante.

Avevamo anche organizzato una specie di calendario non scritto.

La mattina faceva colazione da me.

A metà giornata prendeva il sole sul davanzale del pianerottolo, dove Enzo gli aveva messo un vecchio cuscino.

Il pomeriggio controllava il primo piano, soprattutto quando il bambino faceva merenda e cadevano briciole.

La sera scendeva dalla signora Greco.

Alle nove tornava su da me, pesante, lento, con quella sua aria da capoufficio stanco.

Io gli aprivo la porta.

Lui entrava.

Mi concedeva mezzo sguardo.

Poi andava sulla poltrona.

Era diventata la sua poltrona.

Io mi ero rassegnato.

A cinquantotto anni avevo perso una moglie, una parte di me, il vizio di aspettare qualcuno la sera.

E poi avevo perso anche la poltrona.

Stranamente, quella perdita mi sembrava leggera.

Una sera di ottobre, però, Ciccio non tornò alle nove.

Aspettai fino alle nove e mezza.

Poi fino alle dieci.

Aprii la porta tre volte.

Sul pianerottolo non c’era nessuno.

Solo il silenzio delle scale e la luce gialla che tremava leggermente sopra l’ascensore.

Mi dissi che era dalla signora Greco.

Ma qualcosa nello stomaco mi si strinse.

Scesi.

Bussai piano.

Lei aprì quasi subito, con lo scialle sulle spalle.

“È da lei?” chiesi.

Mi guardò e capii la risposta prima ancora che parlasse.

“No.”

Per un attimo restammo zitti.

Poi prendemmo entrambi le chiavi, come se non ci fosse bisogno di spiegare nulla.

“Magari è in cantina,” dissi.

“Magari ha trovato un altro ufficio,” provò a dire lei.

Ma non rise.

Scendemmo piano le scale.

La signora Greco si teneva al corrimano.

Io guardavo sotto ogni gradino, dietro ogni vaso, vicino alle cassette della posta.

Lo chiamammo.

“Ciccio.”

“Commendatore.”

“Cicciatore, non fare lo stupido.”

Niente.

Al piano terra trovammo Martina, la ragazza del terzo, che rientrava dal turno.

Aveva gli occhi stanchi e i capelli raccolti male.

Quando ci vide, capì subito.

“È sparito?”

Annuii.

Lei posò lo zaino per terra.

“Allora cerchiamo.”

In cinque minuti il palazzo era sveglio.

Enzo uscì in ciabatte.

La coppia del primo piano lasciò il bambino con la nonna che abitava accanto.

Qualcuno prese una torcia.

Qualcuno aprì il portone.

Qualcuno controllò il cortile interno.

Non era una grande spedizione.

Era un gruppo di persone in vestaglia, maglione, pigiama e scarpe infilate al contrario.

Ma a me sembrò una cosa enorme.

Perché un anno prima nessuno sarebbe uscito.

Forse avremmo sentito un rumore.

Forse avremmo pensato: “Non è affar mio.”

Invece quella sera era affare di tutti.

Cercammo nel cortile, vicino ai bidoni, dietro le biciclette.

Il cortile del nostro palazzo era piccolo e un po’ triste.

Due piante in vasi troppo stretti.

Un vecchio stendino piegato.

Qualche sedia di plastica dimenticata.

Eppure, con tutte quelle persone ferme lì, sembrava quasi una piazzetta.

Poi sentimmo un miagolio.

Debole.

Lungo.

Veniva dal fondo, vicino alla porticina del locale caldaia.

La porta era socchiusa.

Io spinsi piano.

Dentro faceva caldo e c’era odore di polvere.

Ciccio era lì, accovacciato dietro un tubo, con il corpo basso e gli occhi grandi.

Accanto a lui c’era qualcosa.

All’inizio pensai fosse uno straccio.

Poi lo straccio si mosse.

Era un gattino.

Piccolissimo.

Tutto nero, con una macchia bianca sul naso e le zampe sottili come stecchini.

Stava tremando.

Ciccio gli era seduto vicino come una guardia.

Non lo toccava.

Non lo spingeva.

Semplicemente restava lì.

Come a dire: “Questo adesso è un problema vostro. Io ho già fatto la mia parte.”

Martina si inginocchiò.

“È molto piccolo,” disse.

La sua voce era dolce, ma seria.

Il gattino provò a soffiare.

Vennero fuori solo due centimetri di rabbia.

Enzo si schiarì la gola.

“Uguale a me la mattina,” disse.

E per la prima volta da quando lo conoscevo, lo sentii fare una battuta.

La signora Greco si coprì la bocca con una mano.

“Povera creatura.”

Io guardai Ciccio.

Lui guardò me.

Aveva quell’espressione tonda e severa di sempre.

Ma quella sera c’era qualcosa di diverso.

Non sembrava offeso.

Sembrava stanco.

Come se avesse camminato tanto per portare qualcuno nel posto giusto.

Portammo il gattino su da me, dentro una scatola da scarpe con un asciugamano.

Martina spiegò cosa fare, con la calma di chi aveva visto situazioni peggiori e non si faceva prendere dal panico.

Acqua tiepida.

Calore.

Poco cibo adatto.

Niente confusione.

Il bambino del primo piano voleva chiamarlo Fulmine.

Enzo propose Nerone.

La signora Greco disse che aveva la faccia da Pepè.

Io dissi che forse dovevamo prima capire se era maschio o femmina.

Ciccio, seduto sulla poltrona, chiuse gli occhi come uno che trovava tutta quella discussione di basso livello.

Alla fine lo chiamammo Pepe.

Semplice.

Piccolo.

Facile da dire.

Per due settimane, il palazzo visse intorno a Pepe.

Martina passava a controllarlo quando poteva.

La signora Greco gli cucì una copertina usando un vecchio maglione del marito.

Enzo costruì una piccola cuccia con una cassetta di legno e ci mise dentro più orgoglio che abilità.

La coppia del primo piano comprò una pallina morbida.

Io comprai tutto il resto, fingendo di essere infastidito.

“Questo condominio sta diventando un albergo per gatti,” dissi.

La signora Greco sorrise.

“No. Sta diventando una casa.”

Non risposi.

Perché aveva ragione.

Pepe cresceva.

Male all’inizio, poi meglio.

Mangiava con una fame commovente.

Dormiva nascosto dentro la copertina.

Faceva due passi e cadeva.

Poi si rialzava, offeso come Ciccio.

Forse era un dono.

Forse era solo imitazione.

Ciccio lo osservava da lontano.

Non era affettuoso, almeno non nel modo in cui la gente si aspetta.

Non lo leccava.

Non ci dormiva abbracciato.

Non faceva quelle cose da cartolina.

Però gli lasciava metà cuscino.

Gli permetteva di rubargli qualche crocchetta.

E quando Pepe piangeva di notte, Ciccio scendeva dalla poltrona con un sospiro pesante, si avvicinava alla scatola e si metteva lì accanto.

Senza entusiasmo.

Ma restava.

Io lo guardavo dal corridoio.

E pensavo che certe forme d’amore somigliano più alla pazienza che alla tenerezza.

Arrivò dicembre.

Nel palazzo qualcuno propose di mettere un piccolo albero nell’androne.

“Una cosa semplice,” disse Martina.

“Per il bambino,” aggiunse sua madre.

“Per Pepe,” disse Enzo.

“Per il Cicciatore,” corresse la signora Greco.

Così, un sabato pomeriggio, ci trovammo tutti giù.

Un albero finto, un po’ storto.

Decorazioni portate da case diverse.

Palline vecchie, fili dorati, una stella con una punta piegata.

Io portai una scatola che non aprivo da sei anni.

Dentro c’erano alcune decorazioni che usavo con mia moglie.

Le avevo tenute in alto, nell’armadio.

Non perché non mi importassero.

Al contrario.

Perché mi importavano troppo.

Quando la signora Greco vide la scatola, mi guardò senza dire nulla.

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