Ho rughe che non nascondo, mani segnate, qualche chilo che va e viene, e una serenità che non baratterei con nessun applauso.
A volte, la sera, mi fermo davanti alla finestra e penso alla Francesca di allora.
Quella che abbassava la voce per non creare problemi.
Quella che durante i pranzi di famiglia ingoiava battute amare insieme al vino.
Quella che si diceva: “Dai, porta pazienza. Alla nostra età non si ricomincia.”
Che bugia enorme.
Si ricomincia eccome.
Si ricomincia a cinquanta.
A sessanta.
Anche dopo una vita intera passata a reggere muri che altri decoravano.
La verità è che molte donne non sono invisibili.
Sono circondate da persone che hanno interesse a non vederle.
E quando finalmente smettono di chiedere permesso, tutti gridano allo scandalo.
Io non ho distrutto Alberto.
Non ho distrutto l’azienda.
Ho solo tolto la mia schiena da sotto il loro peso.
E tutto quello che era costruito sopra ha tremato.
Mia nonna aveva ragione.
La pentola bolle piano.
Per anni sembra non succedere niente.
Poi il coperchio salta.
E quando salta, chi ha tenuto acceso il fuoco non può fare finta di essere innocente.
Quella mattina, davanti a tutta l’azienda, Alberto pensava di avermi messa al mio posto.
Non sapeva che il mio posto non era sotto di lui.
Era nelle fondamenta.
E chi costruisce le fondamenta, prima o poi, decide anche chi può entrare in casa.





