Argenti sollevò un sopracciglio.
Zaira continuò.
«Analizza variazioni minime dei parametri vitali e delle abitudini. Può segnalare un rischio prima che la persona si senta male.»
«Lo hai costruito tu?»
«Sì.»
«Anche il codice?»
«Tutto.»
Argenti rise.
Non fu una risata allegra.
Era breve, tagliente.
«Questo livello di programmazione mette in difficoltà ricercatori adulti.»
«Posso mostrarle come funziona.»
«Dove hai preso l’algoritmo?»
«L’ho scritto io.»
«Da sola?»
«Ho studiato sui libri della biblioteca.»
L’uomo lanciò un’occhiata allo zaino rattoppato, alle scarpe economiche e ai fogli stampati male.
«Capisco.»
Zaira sentì cambiare l’aria.
«Non credo che capisca.»
La telecamera si avvicinò.
Argenti prese il certificato che dichiarava Zaira finalista.
«Un concorso serio deve difendere l’originalità.»
«Il progetto è originale.»
«Non possiamo premiare una storia commovente al posto della competenza.»
Poi strappò il foglio.
«Questo accade quando si abbassano gli standard.»
Il video fece il giro del Paese in poche ore.
Alcuni difesero Argenti, dicendo che aveva protetto la serietà della scienza.
Altri lo accusarono di aver umiliato una bambina.
Molti condividevano il filmato senza neppure sapere cosa fosse LIA.
A scuola, i compagni guardavano Zaira come se fosse diventata un personaggio televisivo.
Alcuni la evitavano.
Altri le chiedevano di raccontare tutto solo per registrarla con il telefono.
Una giornalista locale, Martina Leone, la aspettò fuori dal cancello.
«Il video ha superato due milioni di visualizzazioni», disse. «Vuoi rispondere ad Argenti?»
Zaira tirò dritto.
«No.»
«La gente vuole sentire la tua versione.»
«La gente ha già avuto lo spettacolo.»
«Io non cerco uno spettacolo.»
Zaira si fermò.
Martina avrà avuto quarant’anni, occhiaie profonde e un registratore consumato.
«E cosa cerca?»
«La verità.»
Le porse un biglietto.
«Quando sarai pronta.»
Quel pomeriggio Zaira non riusciva a programmare.
Continuava a rivedere il gesto di Argenti.
Il sorriso.
La carta spezzata.
La platea immobile.
Amina le mise davanti un panino.
«Mangia.»
«Non ho fame.»
«Non era una domanda.»
Zaira prese un morso senza staccare gli occhi dallo schermo.
Stava leggendo l’annuncio del nuovo sistema sanitario sviluppato dal gruppo Argenti.
“Una piattaforma capace di prevedere i rischi medici e orientare le decisioni terapeutiche.”
Amina si chinò.
«Sembra familiare.»
«Molto.»
Zaira aprì alcuni documenti tecnici pubblicati dal gruppo.
«La struttura è simile alla mia.»
«Simile quanto?»
«Troppo.»
Amina rimase in silenzio per qualche secondo.
Poi chiuse la porta della saletta.
«C’è qualcosa che non ti ho mai raccontato.»
Digitò una password e accedette a una banca dati universitaria.
«Prima di lavorare qui, insegnavo neuroscienze computazionali.»
Zaira la fissò.
«Lei è una scienziata?»
«Lo ero anche quando sistemavo libri sugli scaffali.»
«Perché non lavora in un’università?»
Amina sorrise senza allegria.
«Perché la vita non sempre rispetta i titoli di studio. Ma i titoli di studio non spariscono soltanto perché gli altri smettono di vederli.»
Insieme confrontarono la documentazione pubblica del gruppo Argenti con le relazioni inviate da Zaira al concorso.
Le somiglianze erano evidenti.
Alcune sequenze logiche erano quasi identiche.
Perfino un errore corretto da Zaira nella seconda versione compariva nella stessa posizione.
«Qualcuno del comitato ha consegnato il tuo materiale al gruppo», concluse Amina.
Zaira sentì freddo.
«Prima mi hanno rubato il lavoro. Poi lui mi ha accusata di averlo rubato.»
«Sì.»
«Come possiamo provarlo?»
«Con i file originali, le date della biblioteca, le versioni salvate e una testimonianza interna.»
Amina contattò la dottoressa Elena Rinaldi, ex responsabile etica del gruppo Argenti.
Elena accettò di parlare con loro in videochiamata.
Aveva lasciato l’azienda dopo aver contestato il nuovo algoritmo sanitario.
«Non serve soltanto a prevedere chi potrebbe ammalarsi», spiegò. «Serve anche a stabilire su chi conviene spendere.»
Zaira aggrottò la fronte.
«Cosa significa “conviene”?»
«Che due pazienti con la stessa malattia possono ricevere indicazioni diverse a seconda del quartiere, del reddito, dell’età o della storia clinica.»
«Ma non è medicina.»
«No. È contabilità travestita da neutralità.»
Elena mostrò alcuni documenti che poteva utilizzare legalmente come segnalante.
Rapporti di verifica.
Analisi statistiche.
Email in cui i dirigenti parlavano di “riduzione dei costi nei profili a bassa redditività”.
Zaira comprese che il suo algoritmo, creato per salvare vite, era stato modificato per decidere quali vite fossero troppo costose.
«Dobbiamo renderlo pubblico.»
Elena scosse la testa.
«Argenti ha avvocati, consulenti e mezzi enormi.»
«Ha anche una nuova competizione nazionale tra dodici giorni.»
Zaira mostrò l’annuncio.
Vittorio Argenti sarebbe stato presidente di giuria e avrebbe presentato il sistema davanti a giornalisti, medici e investitori.
«Parteciperò», disse.
«Dopo ciò che è successo?»
«Userò il mio vero progetto. E dimostrerò cosa hanno fatto.»
Nonna Rosa non sapeva nulla.
Continuava a lavorare.
Una sera tornò a casa pallida, con una mano sul petto.
«È solo stanchezza», insistette.
LIA iniziò a emettere un segnale.
Il battito era irregolare.
Zaira chiamò subito i soccorsi.
In ospedale, i medici parlarono di un grave episodio cardiaco provocato dallo stress.
Serviva un intervento entro poche settimane.
Il giorno dopo arrivò la risposta della compagnia sanitaria privata.
La procedura non era stata approvata automaticamente.
Il sistema la classificava come “a basso beneficio rispetto al costo complessivo”.
Zaira lesse la frase tre volte.
Poi guardò il codice identificativo in fondo al documento.
Era il sistema di Argenti.
Non stavano soltanto usando il suo algoritmo.
Lo stavano usando contro sua nonna.
Nella stanza d’ospedale, Rosa dormiva con un tubo al braccio.
I capelli bianchi erano sparsi sul cuscino.
Le mani, quelle mani che avevano pulito pavimenti, lavato piatti e cucito lo zaino di Zaira, sembravano improvvisamente piccole.
Sul comodino c’era la sua borsa.
Dentro, Zaira trovò una busta della banca.
Nonna Rosa aveva chiesto un prestito offrendo come garanzia la piccola casa ereditata dai genitori, l’unica proprietà rimasta alla famiglia.
Voleva pagare gli studi di Zaira.
Perfino dal letto d’ospedale, continuava a sacrificare il poco che aveva.
Zaira le prese la mano.
«Non venderai niente», sussurrò. «Questa volta penserò io a te.»
Martina Leone tornò a cercarla.
Zaira le mostrò le prove della sottrazione del codice e i rapporti sull’algoritmo sanitario.
La giornalista rimase in silenzio a lungo.
«Possiamo pubblicare un’inchiesta.»
«Argenti negherà.»
«Con la testimonianza della dottoressa Rinaldi sarà più difficile.»
«Non basta. Lui deve vedere i risultati davanti a tutti.»
Martina si appoggiò allo schienale.
«Vuoi affrontarlo sul palco.»
«Voglio far funzionare il suo sistema su casi identici, cambiando soltanto l’indirizzo di casa.»
«Potrebbe tentare di interromperti.»
«Per questo serviranno telecamere indipendenti.»
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