L’avvocato rise davanti a tutti dell’anziana col bastone, ma quando lei rivelò chi era davvero, l’intero tribunale smise di respirare
«Signor Presidente, è evidente che questa signora non comprende la legge.»
La voce dell’avvocato Riccardo Valenti attraversò l’aula come una lama.
Eleonora Bianchi non si mosse. Rimase seduta accanto alla nipote, le mani nodose appoggiate sul pomo del bastone e un vecchio quaderno di pelle davanti a sé.
Valenti le si avvicinò con il sorriso di chi si sente già vincitore.
Aveva quarant’anni, un abito cucito su misura, scarpe lucide e una cravatta color vino. Alle sue spalle sedevano tre dirigenti del grande gruppo immobiliare che voleva abbattere la Casa del Glicine, il centro sociale del quartiere.
«Proverò a spiegarlo con parole più semplici», continuò.
Prese una sentenza dalla cartella e la agitò davanti al viso di Eleonora.
«Il precedente Benedetti contro Valleverde stabilisce che il valore sentimentale di un edificio non può impedire un progetto economicamente vantaggioso. Il vostro piccolo centro per pensionati non possiede i requisiti necessari. È abbastanza chiaro?»
Dalle ultime file si levò un mormorio.
Giulia Bianchi, ventinove anni, avvocata da appena due, fece per alzarsi. Aveva le guance rosse di rabbia e le dita strette attorno alla penna.
Eleonora le sfiorò il polso.
Un gesto piccolo.
Ma bastò.
«Avvocato Valenti», disse il presidente del collegio, la dottoressa Lucia Ferri, «moderi il tono.»
«Naturalmente, signor Presidente.»
Valenti si voltò verso i propri clienti e sollevò appena gli occhi al cielo.
Credeva che nessuno avesse notato.
Tutti avevano notato.
Eleonora aprì il quaderno, scrisse tre parole con la sua vecchia stilografica e lo fece scivolare verso Giulia.
La nipote lesse.
Lascialo parlare ancora.
Due ore prima, Eleonora era scesa da una piccola utilitaria color grigio.
Giulia l’aveva aiutata a prendere la cartella consumata dal sedile posteriore. Era la stessa cartella che sua nonna portava alle riunioni della Casa del Glicine, tra bollette, ricevute e domande per i contributi comunali.
Il tribunale si alzava davanti a loro con i suoi gradini di pietra e le finestre severe.
«Sei sicura di voler entrare con me?» aveva chiesto Giulia.
«Sono più sicura di te.»
«Nonna, questo è il mio primo processo importante.»
«Lo so.»
«Dall’altra parte hanno quattro avvocati.»
Eleonora aveva sistemato il colletto del cappotto della nipote, come faceva quando Giulia andava alle elementari.
«La legge non appartiene a chi arriva con più valigette.»
Giulia aveva sorriso.
«Appartiene a chi conosce i fatti.»
«E a chi non dimentica le persone.»
Avevano salito i gradini lentamente.
Eleonora aveva settantaquattro anni, un’anca operata e un dolore alla schiena che nelle giornate umide non le dava tregua. Ma camminava dritta, con quella dignità silenziosa delle donne che avevano attraversato lutti, rinunce e famiglie intere senza mai permettersi il lusso di crollare.
Davanti all’ingresso si era fermata un’auto scura.
Riccardo Valenti ne era sceso parlando al telefono, seguito da due praticanti carichi di documenti.
Aveva guardato Giulia.
Poi Eleonora.
Il suo sguardo si era soffermato sul bastone, sulle scarpe basse e sulla cartella scolorita.
«Avvocata Bianchi?» aveva chiesto rivolgendosi soltanto a Giulia.
«Sì. Rappresento la Casa del Glicine. Questa è mia nonna, Eleonora Bianchi, mia consulente e co-difensore.»
Valenti aveva stretto la mano a Giulia senza degnare Eleonora di più di un cenno.
«Il centro ricreativo di via delle Acacie, giusto?»
«Centro sociale e culturale», aveva precisato Eleonora.
«Certo. Quello con il campo da bocce e le tende all’uncinetto.»
Aveva sorriso al proprio assistente.
«Dovrebbe essere una cosa rapida.»
La Casa del Glicine non era soltanto un edificio.
Era stata costruita negli anni Cinquanta da muratori, operai delle fonderie e famiglie arrivate dal Sud con una valigia di cartone e un indirizzo scritto su un foglio.
Al piano terra c’era ancora il salone dove si organizzavano i pranzi della domenica per chi non aveva nessuno.
In cucina, tre pensionate preparavano lasagne, polpette e crostate usando teglie più vecchie di molti frequentatori.
Nella stanza accanto, i bambini facevano i compiti mentre i nonni giocavano a carte.
Ogni martedì un ex ragioniere aiutava gratuitamente le persone a capire bollette e pensioni.
Ogni giovedì Eleonora ascoltava chi rischiava di perdere la casa.
Sul muro principale erano appese fotografie in bianco e nero.
Matrimoni celebrati con pochi soldi.
Comunioni.
Squadre di calcio aziendali.
Donne davanti alle macchine da cucire.
Uomini in canottiera all’uscita del turno di notte.
Per il gruppo immobiliare, invece, la Casa del Glicine era un rettangolo di terreno.
Un terreno vicino al centro, perfetto per costruire appartamenti di lusso, uffici e un parcheggio sotterraneo.
Il progetto prometteva lavoro e investimenti.
Ma prevedeva anche la demolizione dell’ultimo luogo in cui il quartiere conservava la propria memoria.
Valenti aveva costruito la sua strategia su un’idea semplice: presentare la Casa del Glicine come un edificio vecchio, costoso e inutile.
Eleonora, ai suoi occhi, faceva parte dell’arredamento.
Una nonna affezionata al passato.
Una presenza emotiva da tollerare.
Durante l’udienza preliminare, Valenti aveva parlato sopra di lei tre volte.
«Avvocato, vorrei discutere l’applicazione dell’articolo quarantasette.»
«Ne parleremo in aula, signora.»
«Nel fascicolo della società manca la valutazione d’impatto sociale.»
«Queste sono questioni tecniche. Lasci che se ne occupino gli avvocati.»
Giulia aveva aperto la bocca.
Eleonora l’aveva fermata.
Aveva visto uomini come lui per tutta la vita.
Uomini che confondevano l’arroganza con l’autorevolezza.
Uomini convinti che un abito costoso potesse sostituire lo studio.
Uomini pronti a inchinarsi davanti a un titolo e a calpestare chi credevano senza potere.
La mattina del processo, Valenti aveva iniziato il suo intervento parlando di progresso.
«La città non può vivere di nostalgia», aveva dichiarato.
«Il progetto garantirà centinaia di posti di lavoro, nuovi servizi e maggiori entrate. Non possiamo sacrificare il futuro per proteggere un edificio privo di valore architettonico.»
Giulia aveva risposto parlando delle attività sociali, delle piccole botteghe ospitate nel centro e delle famiglie che ne dipendevano.
Valenti l’aveva interrotta.
«Obiezione. La collega sta sostituendo i fatti con un racconto strappalacrime.»
Il presidente Ferri lo aveva richiamato.
Ma Valenti aveva continuato.
Il primo testimone del gruppo immobiliare era stato il responsabile della pianificazione.
Giulia gli aveva chiesto perché la società non avesse seguito la procedura prevista per gli edifici con valore culturale.
«Non risultava alcun vincolo.»
«Avete richiesto la valutazione della commissione storica?»
L’uomo aveva esitato.
Valenti era intervenuto.
«La collega forse non conosce la differenza tra vincolo architettonico e interesse culturale.»
Giulia aveva abbassato gli occhi sui documenti.
Per un istante non aveva trovato la domanda successiva.
Eleonora aveva scritto una frase sul quaderno e gliel’aveva passata.
Giulia aveva inspirato.
«È vero che la vostra società ha presentato la domanda attraverso una procedura abbreviata, evitando il passaggio davanti alla commissione di quartiere?»
Il testimone aveva smesso di sorridere.
«Dovrei controllare.»
«È vero che avete indicato l’edificio come privo di attività, benché ospiti ventisette associazioni e piccole imprese?»
«Non conosco il numero esatto.»
«È scritto nella relazione che avete ricevuto sei mesi prima della domanda.»
Valenti aveva guardato Eleonora per la prima volta con attenzione.
Non con rispetto.
Con fastidio.
Quando Eleonora aveva chiesto di intervenire come co-difensore, lui aveva sospirato rumorosamente.
«Siamo davvero arrivati a questo?»
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