Il ragazzo, il gatto zoppo e il vecchio che riaprì il cuore

Quando Romeo tornò sui miei gradini con la zampa ancora incerta, pensai che la storia fosse finita.

Mi sbagliavo.

Era appena cominciata.

Tommaso lo aveva portato in braccio in una domenica mattina qualunque, con la faccia stanca ma gli occhi un po’ più vivi.

«Volevo solo farglielo vedere», mi disse. «Sta meglio.»

Romeo, invece, sembrava avere un’altra idea.

Appena Tommaso lo mise giù, fece quei tre passi storti verso la mia scarpa, ci strofinò sopra il muso e poi si sedette davanti alla porta.

Come se quella casa la conoscesse già.

Come se avesse deciso qualcosa al posto nostro.

Io risi.

Tommaso sorrise appena.

Era un sorriso piccolo, di quelli che hanno paura di disturbare.

«Non deve affezionarsi troppo a lei», disse piano. «Poi diventa geloso.»

«Un gatto geloso?»

«Romeo sì.»

Il gatto chiuse gli occhi, come se confermasse.

Da quel giorno Tommaso cominciò a passare ogni tanto.

All’inizio diceva sempre che era solo per salutarmi.

Poi diceva che era per far prendere aria a Romeo.

Poi smise di inventare scuse.

Veniva, si sedeva sui gradini e parlava poco.

Io mettevo due bicchieri d’acqua sul tavolino fuori.

Uno per me.

Uno per lui.

E una ciotola per Romeo.

La casa, piano piano, cambiò rumore.

Prima sentivo solo il frigorifero, l’orologio in cucina e i miei passi.

Poi cominciai a sentire il cigolio del cancelletto.

La voce bassa di Tommaso.

Il miagolio rauco di Romeo.

E, ogni tanto, la mia risata.

Non era più una casa perfetta.

C’erano peli grigi sui pantaloni.

Impronte leggere sul pavimento.

Un piattino dimenticato vicino alla porta.

Per anni avevo creduto che l’ordine mi proteggesse dal dolore.

Invece mi stava solo tenendo lontano dalla vita.

Un pomeriggio Tommaso arrivò senza Romeo.

Lo vidi dal soggiorno.

Camminava piano, con le spalle curve.

Non aveva la carriola.

Non aveva la gabbietta.

Non aveva niente.

Solo una busta di carta stretta tra le mani.

Aprii la porta prima ancora che suonasse.

«Dov’è il gatto?»

Lui non rispose subito.

Guardò i gradini.

Quelli dove Romeo si era seduto la prima volta.

Poi mi porse la busta.

Dentro c’erano dei soldi.

Stropicciati.

Piccoli tagli.

Qualche moneta.

«Che cos’è?»

«Una parte di quello che mi ha dato.»

Mi irrigidii.

«Non ricominciamo con questa storia.»

«Signor Bellini, la prego.»

C’era qualcosa nella sua voce che mi fece tacere.

Non era orgoglio, stavolta.

Era vergogna.

«Non posso tenere Romeo», disse.

Rimasi fermo.

Sentii il vecchio me stesso risalire dentro.

Quello che, davanti a un problema, cercava subito una porta da chiudere.

«Che vuol dire non puoi?»

Tommaso strinse la busta.

«A casa mia non va bene. Non è cattiveria. Mia madre lavora tutto il giorno, mia nonna è fragile, mio fratellino corre dappertutto. Romeo ha bisogno di calma. Di medicine. Di controlli. Di qualcuno che lo guardi.»

Deglutì.

«Io esco presto e torno tardi. Sto cercando piccoli lavori. Ma lui resta troppo solo.»

Non mi guardava.

«E poi la notte miagola. Non forte. Però abbastanza. Mia nonna non dorme. Mia madre cerca di non dirmelo, ma lo vedo che è stanca.»

Io non dissi nulla.

Fuori, il sole batteva sul muretto.

La ciotola d’acqua era piena.

Sembrava aspettare qualcuno.

«L’ambulatorio mi ha detto che guarirà», continuò Tommaso. «Ma forse zoppicherà. E deve stare tranquillo. Pulito. Curato.»

Fece un respiro lungo.

«Io volevo salvarlo. Ma forse salvarlo non significa tenerlo per forza.»

Quella frase mi entrò sotto la pelle.

Perché non l’aveva detta come un ragazzo.

L’aveva detta come un uomo che stava imparando troppo presto a rinunciare a qualcosa che amava.

«Allora perché sei venuto da me?»

Tommaso alzò gli occhi.

Erano lucidi.

«Perché lei è l’unica persona che Romeo ha scelto dopo di me.»

Mi mancò la risposta.

Lui abbassò la busta.

«Non le sto chiedendo di prenderlo. So che non è giusto. Lei vive solo. Ha la sua vita. Io volevo solo chiederle se conosce qualcuno di buono.»

Qualcuno di buono.

A settantuno anni, non sapevo più se quella frase potesse ancora riguardarmi.

Mi voltai verso l’interno della casa.

Sul mobile dell’ingresso c’era ancora una fotografia di mia moglie.

Agnese.

Sorrideva con quella pazienza che, quando era viva, a volte mi faceva arrabbiare.

Perché lei capiva sempre prima di me.

Mi parve quasi di sentirla.

Non fare il duro, Carlo.

Non adesso.

«Dov’è Romeo?» chiesi.

«A casa. Dorme. L’ho lasciato con mia madre per poco.»

«Vai a prenderlo.»

Tommaso sbiancò.

«Perché?»

«Perché se deve conoscere qualcuno di buono, cominciamo da qui.»

Lui rimase immobile.

«Signor Bellini…»

«E smettila di chiamarmi sempre signor Bellini. Mi fai sentire più vecchio di quanto sono.»

«Ma lei è vecchio.»

Lo disse senza pensarci.

Poi si portò una mano alla bocca.

Io lo fissai.

E scoppiai a ridere.

Una risata piena.

Tommaso, dopo un secondo, rise anche lui.

Fu la prima volta che lo vidi ridere davvero.

Non durò molto.

Ma bastò.

Quando tornò con Romeo, il gatto era dentro la vecchia gabbietta.

Appena mi vide, miagolò.

Non era un miagolio forte.

Era una lamentela da vecchio signore offeso.

«Hai ragione», gli dissi. «Ti abbiamo fatto aspettare.»

Aprii lo sportellino.

Romeo uscì piano.

Fece due passi.

Poi, come se non avesse dubbi, entrò in casa mia.

Non chiese permesso.

Non guardò indietro.

Andò dritto in soggiorno, annusò il tappeto, si fermò davanti alla poltrona di Agnese e ci saltò sopra con una fatica dignitosa.

Tommaso trattenne il fiato.

Io sentii qualcosa stringermi la gola.

Quella poltrona era rimasta vuota per tre anni.

Nessuno ci si sedeva.

Nemmeno io.

Romeo si girò due volte, si acciambellò e chiuse gli occhi.

Come se fosse sempre stato lì.

Tommaso sussurrò:

«Forse le piace.»

«Non è mia», dissi.

«La poltrona?»

«No. La casa.»

Mi guardò senza capire.

Io mi schiarii la voce.

«Romeo può stare qui. Ma a una condizione.»

Il ragazzo si irrigidì.

«Quale?»

«Che non sparisci. Vieni a trovarlo. Lo accompagni ai controlli quando puoi. Mi aiuti con quello che serve. Non perché me lo devi. Perché gli vuoi bene.»

Tommaso abbassò la testa.

Per un momento pensai che avrebbe rifiutato.

Poi disse:

«Posso venire il sabato?»

«Puoi venire anche il mercoledì, se non mi distruggi il giardino.»

«Posso sistemarglielo.»

«Il giardino?»

«Sì. C’è una parte dietro che è tutta storta.»

Lo fissai.

«Ragazzo, tu sei entrato in casa mia da cinque minuti e già critichi il mio giardino?»

Tommaso arrossì.

«No. Volevo dire…»

«Hai ragione. È storta.»

Quel sabato cominciò una cosa che nessuno dei due aveva previsto.

Io non volevo ammetterlo, ma avevo bisogno di aiuto.

Non per portare pesi.

Non per pulire il vialetto.

Avevo bisogno di qualcuno che entrasse e uscisse dalla mia vita senza trattarmi come un soprammobile fragile.

Tommaso non mi compativa.

Mi contraddiceva.

Faceva domande.

Sbagliava a usare gli attrezzi.

Poi ascoltava.

Io gli insegnai a tenere in mano una livella.

A non sprecare chiodi.

A misurare due volte prima di tagliare una tavola.

Lui mi insegnò a non parlare solo quando c’era qualcosa da correggere.

Una volta, mentre sistemavamo una piccola casetta di legno per Romeo sotto il portico, gli dissi:

«Tuo padre lavora?»

La domanda mi uscì male.

Troppo brusca.

Tommaso si fermò.

«Non vive con noi.»

«Scusa.»

«Non importa.»

Poi aggiunse:

«Mia madre fa quello che può. Anche troppo. Io cerco di darle una mano.»

Continuò a carteggiare il legno.

Non disse altro.

Io capii che certe domande non hanno bisogno di essere scavate.

Basta restare lì.

E non scappare.

Nei giorni seguenti, qualcuno del vicinato cominciò a notare Romeo.

Prima la signora Neri, che abitava due case più in là.

Una donna sempre pettinata, sempre informata, sempre pronta a sospirare.

«Carlo, adesso tieni i randagi?»

Stavo annaffiando i gerani.

Romeo dormiva al sole, con la zampa stesa.

«Tengo un gatto.»

«Oggi un gatto, domani dieci.»

«Domani vedremo.»

Lei guardò la ciotola d’acqua davanti al cancello.

«E quella?»

«Acqua.»

«Per chi?»

«Per chi ha sete.»

La signora Neri strinse le labbra.

«Sei cambiato.»

Ci pensai un momento.

«Speriamo.»

Non lo dissi per fare il simpatico.

Lo dissi perché era vero.

Qualche giorno dopo, davanti alla porta trovai una coperta piegata.

Sopra c’era un biglietto.

“Per il gatto grigio. Era del mio cane. Non la uso più.”

Non c’era firma.

La settimana dopo qualcuno lasciò una piccola ciotola di ceramica.

Poi un sacchetto di crocchette.

Poi una pallina di stoffa cucita a mano.

Io non avevo chiesto niente.

Tommaso guardava quelle cose come si guarda un miracolo piccolo.

«Vede?» disse una sera. «La gente è buona.»

Io finsi di brontolare.

«La gente è complicata.»

«Anche buona.»

«A volte.»

Lui sorrise.

«Lei dice sempre a volte quando non vuole dire sì.»

Quel ragazzo mi stava conoscendo troppo.

Una domenica arrivò con la camicia pulita e i capelli pettinati male.

Peggio del solito, ma si vedeva che ci aveva provato.

«Dove vai vestito così?»

«Ho parlato con il signor Rinaldi.»

«Quello del laboratorio in fondo alla via?»

«Sì. Quello che ripara mobili.»

Lo conoscevo.

Un uomo serio.

Poche parole.

Mani grandi e occhi onesti.

«Mi fa fare una prova», disse Tommaso. «Solo qualche ora. Mi ha detto che non promette niente.»

«E tu cosa gli hai detto?»

«Che so lavorare.»

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