Quando quel ragazzo mi chiese trenta euro per spostare tre tonnellate di ghiaia, pensai che fosse pazzo. Poi vidi il gatto.
Avrà avuto diciassette anni.
Magro, con una maglietta troppo larga, le scarpe consumate e una vecchia carriola appoggiata al cancello.
Io stavo davanti al garage, con le mani sui fianchi, a guardare quel mucchio enorme di ghiaia decorativa lasciato nel posto sbagliato.
Doveva finire dietro casa.
Invece era lì, davanti alle porte del garage.
«Trenta euro?» gli chiesi. «Per tutto questo?»
Il ragazzo annuì.
«Sì, signor Bellini. La porto nel giardino sul retro. E poi pulisco anche il vialetto.»
Lo guardai meglio.
Non aveva l’aria di uno che scherzava.
Aveva l’aria di uno che non poteva permettersi di fallire.
«Come ti chiami?»
«Tommaso.»
«Tommaso, tu sai quanta roba c’è qui?»
«Sì.»
«Non credo.»
Lui strinse la presa sulla carriola.
«Ci provo lo stesso.»
Io ho settantuno anni.
Per una vita ho lavorato nei cantieri. Ho visto uomini grandi e grossi crollare davanti a lavori più piccoli di quello.
Quel ragazzo, invece, sembrava fatto di ossa e silenzio.
Avrei dovuto mandarlo via.
Ma dentro di me parlò il vecchio uomo duro che ero diventato. Quello che faceva i conti prima di fare domande.
Trenta euro per un lavoro così erano niente.
«Va bene», dissi. «Però ti pago solo quando hai finito. E voglio il vialetto pulito.»
«Certo.»
Fece per andare verso la ghiaia, poi si fermò.
Indicò una vecchia gabbietta di plastica appoggiata vicino al muretto.
«Posso metterla sui gradini, all’ombra della porta? Solo lì. Dentro c’è Romeo.»
«Romeo?»
Tommaso si chinò e girò piano la gabbietta verso di me.
Dentro c’era un grosso gatto grigio, a pelo lungo. Era sporco, arruffato, con una zampa posteriore fasciata con un pezzo di stoffa pulita.
Respirava piano.
Gli occhi si aprirono appena, poi si richiusero.
Mi passò una strana sensazione nello stomaco.
«L’ho trovato stamattina dietro i garage, vicino al fosso», disse Tommaso. «Non riusciva più ad alzarsi. L’ambulatorio veterinario può curarlo, ma servono soldi per le prime cure. Mi mancano ancora duecentoquaranta euro.»
Lo fissai.
«E tu pensi di risolvere con trenta euro?»
Lui abbassò lo sguardo.
«No. Ma è un inizio.»
Quella frase mi diede fastidio.
Non perché fosse stupida.
Perché era dignitosa.
E quando diventi amaro, la dignità degli altri ti mette a disagio.
«Metti la gabbietta lì», dissi. «Ma non in mezzo al passaggio.»
Tommaso la posò sui gradini con una delicatezza che non mi aspettavo.
Poi cominciò.
Io rientrai in casa.
Mi preparai un caffè e mi misi dietro la finestra del soggiorno.
Ero convinto che avrebbe mollato dopo poco.
Non mollò.
Riempiva la carriola, la spingeva lungo il vialetto stretto, arrivava dietro casa, svuotava, tornava indietro.
Una volta.
Due.
Dieci.
Venti.
Non faceva scena.
Non si lamentava.
Ogni tanto si fermava, ma non per riposare davvero.
Andava da Romeo.
Apriva piano lo sportellino della gabbia, versava qualche goccia d’acqua nel tappo di una bottiglietta e gliela avvicinava alla bocca.
Poi infilava due dita tra le sbarre.
Il gatto, con quel poco di forza che aveva, gli appoggiava la testa contro la mano.
E Tommaso tornava alla ghiaia.
Io guardavo.
E più guardavo, più mi sentivo piccolo.
Mia moglie, se fosse stata ancora viva, sarebbe già uscita.
Avrebbe portato acqua al ragazzo, qualcosa per il gatto, forse anche una coperta.
Lei era fatta così.
Vedeva sempre chi gli altri non vedevano.
Un animale ferito.
Un vicino solo.
Un ragazzo troppo giovane per avere gli occhi già così stanchi.
Io invece, da quando era morta, avevo imparato a tenere tutto in ordine.
La casa.
Il giardino.
Il cuore.
Soprattutto il cuore.
A un certo punto non resistetti più.
Andai in cucina, riempii una ciotola d’acqua e cercai nella dispensa. Trovai una scatoletta di cibo per gatti rimasta lì da chissà quando.
Uscii.
Tommaso stava spingendo un’altra carriola. Aveva le mani rosse e il viso tirato.
«Fermati un momento», dissi.
«Devo finire, signore.»
«Ho detto fermati.»
Si sedette sul primo gradino, quasi vergognandosi.
Io mi inginocchiai davanti alla gabbietta.
«Vediamo un po’, Romeo.»
Il gatto aprì gli occhi.
Misi un po’ di cibo su un piattino e lo avvicinai. Non mangiò molto. Leccò appena il sugo.
Poi spinse la testa contro le mie dita.
Fu un gesto piccolo.
Ma mi colpì più forte di uno schiaffo.
Un gatto ferito, sporco, abbandonato, riusciva ancora a fidarsi di una mano sconosciuta.
Tommaso mi guardò.
«È buono, vero?»
Annuii.
«Sì. È buono.»
«Non potevo lasciarlo lì. Anche se è solo un gatto randagio.»
Mi uscì una frase che non dicevo da anni.
«Non è mai solo un gatto.»
Tommaso abbassò la testa.
Forse per nascondere le lacrime.
Poi si alzò.
«Finisco il lavoro.»
Quando la ghiaia sparì dal davanti del garage, Tommaso passò anche la scopa sul vialetto.
Male, forse.
Ma con cura.
Venne da me con la schiena piegata e le mani rovinate.
«Ho finito, signor Bellini.»
Presi il portafoglio.
Lui aspettava trenta euro.
Io gliene misi in mano duecentocinquanta.
Tommaso fece un passo indietro.
«No. Non posso.»
«Puoi.»
«Avevamo detto trenta.»
«Io adesso dico duecentocinquanta.»
«Non voglio elemosina.»
Alzai la voce, ma non per rabbia.
«Non è elemosina. È paga. Hai fatto un lavoro vero, pulito, onesto. E io pago il lavoro onesto per quello che vale.»
Le sue labbra tremarono.
«Le cure costano duecentoquaranta euro», sussurrò. «Volevo solo dargli una possibilità. Non sapevo come fare.»
In quel momento provai vergogna.
Vergogna per averlo giudicato.
Per aver pensato che volesse soldi facili.
Per essere diventato un vecchio chiuso dietro una finestra.
Presi le chiavi della macchina.
«Porta la gabbietta. Andiamo all’ambulatorio.»
Tommaso rimase immobile.
«E i soldi?»
«Li tieni. Per il cibo, la sabbia e tutto quello che servirà a Romeo quando tornerà a casa con te.»
Durante il tragitto non parlò quasi.
Teneva una mano contro la griglia della gabbietta.
Romeo respirava piano.
Più tardi ci dissero che ce l’avrebbe fatta. La zampa avrebbe avuto bisogno di tempo. Forse avrebbe zoppicato per sempre un po’.
Tommaso pianse.
Io guardai fuori dalla finestra.
Per rispetto.
Qualche settimana dopo tornò da me.
Non aveva la carriola.
Aveva Romeo in braccio.
Il gatto era più magro, rasato in alcuni punti, ma vivo. Quando Tommaso lo appoggiò sui miei gradini, Romeo fece tre passi incerti e venne a strofinare la testa sulla mia scarpa.
Io risi.
Una risata vera.
La prima dopo tanto tempo.
Da quel giorno, davanti alla mia porta c’è sempre una ciotola d’acqua.
Non posso salvare il mondo.
Lo so bene.
Ma mia moglie aveva ragione.
Quello che vedi oggi, forse puoi aiutarlo oggi.
E a volte basta un ragazzo con le mani rovinate e un vecchio gatto zoppo per ricordare a un uomo solo che il mondo non è ancora perduto.
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