Il ricco vedovo vide cacciare un cane dalla trattoria: poche ore dopo capì chi lo avrebbe salvato

La trattoria, invece, fece finta di niente.

Per una settimana non ci andai.

Poi una mattina mi arrivò una telefonata dal proprietario.

«Commendatore Rinaldi, volevo sapere come stava.»

«Io o il cane?»

Silenzio.

«Tutti e due, certo.»

«Io meglio. Il cane anche.»

«Mi fa piacere. Sa, quella sera è stata una situazione spiacevole.»

Mi fermai davanti alla finestra.

Destino dormiva sul tappeto, con una zampa che ogni tanto tremava nei sogni.

«Spiacevole è quando ti cade il vino sulla tovaglia.»

Dissi piano.

«Quella è stata crudeltà.»

Il proprietario sospirò.

«Il cameriere ha sbagliato, sì. Però lei capisce, le norme, l’igiene, i clienti…»

«No. Io capisco che potevate accompagnarlo fuori senza umiliarlo. Capisco che potevate dargli una ciotola d’acqua. Capisco che in cucina buttate ogni sera avanzi sufficienti a sfamare tre cani e due cristiani.»

Altro silenzio.

«Vorrei rimediare.»

«Allora non lo dica al telefono.»

Il venerdì seguente tornai alla trattoria.

Questa volta con Destino al guinzaglio.

Non entrai.

Mi fermai fuori, sotto la stessa tenda.

Il cane riconobbe il posto.

Lo sentii irrigidirsi.

Mi si strinse il cuore.

«Tranquillo. Oggi non ti caccia nessuno.»

Il proprietario uscì.

Aveva l’aria di chi non dorme bene.

Dietro di lui c’era il cameriere.

Si chiamava Mauro.

Lo seppi quel giorno.

Era pallido.

Non aveva più la faccia arrogante.

O forse sì, ma incrinata.

Come certi piatti che sembrano interi finché non li prendi in mano.

Io tirai fuori una cartellina.

Dentro c’erano il referto del pronto soccorso, la denuncia, il certificato del veterinario e una copia delle immagini della telecamera interna.

Non serviva fare teatro.

Alla mia età ho imparato che le parole più pesanti sono quelle dette con calma.

«Questo cane è stato cacciato da qui come spazzatura. Qualche ora dopo, ha impedito che due uomini mi facessero molto più male di quanto mi hanno fatto.»

Mauro abbassò gli occhi.

Il proprietario si passò una mano sulla bocca.

«Io non voglio distruggere nessuno.»

Continuai.

«La vita ci pensa già abbastanza. Ma voglio che questa storia serva a qualcosa.»

Mauro mormorò: «Mi dispiace.»

Io lo guardai.

«Ti dispiace perché ti hanno visto o perché l’hai fatto?»

Lui non rispose.

E quella risposta muta disse tutto.

Il proprietario parlò.

«L’ho sospeso.»

«Non basta.»

Mauro alzò la testa, spaventato.

«Vuole farmi licenziare?»

Lo fissai.

Avrei potuto.

Con una telefonata avrei potuto chiudere quella porta per lui.

Non perché fossi onnipotente.

Ma perché in paese, quando hai soldi e reputazione, la gente ascolta anche quello che non dici.

E forse il Giorgio di qualche anno prima lo avrebbe fatto.

Avrebbe punito.

Avrebbe goduto nel vedere l’altro abbassare la testa.

Ma Destino mi stava seduto accanto.

E io sentivo ancora il peso caldo del suo corpo vicino al mio, sotto il portico.

«No.»

Mauro sembrò non capire.

«No?»

«No. Voglio assumerti io.»

Il proprietario sgranò gli occhi.

Mauro fece una risata nervosa.

«Lei mi prende in giro.»

«Per niente.»

Gli spiegai tutto lì, sotto la tenda, con la gente che rallentava fingendo di guardare le vetrine.

Avevo un vecchio magazzino, uno dei primi immobili comprati con Teresa.

Era rimasto chiuso per anni.

Avevo deciso di trasformarlo in un piccolo punto di raccolta per cibo, coperte e medicinali destinati agli animali abbandonati e alle persone anziane che vivevano sole con i loro cani o gatti.

Non una grande associazione.

Niente targhe pompose.

Niente fotografie sui giornali.

Una cosa di quartiere.

Pratica.

Pane, crocchette, trasportini, visite veterinarie pagate per chi non poteva.

E Mauro avrebbe lavorato lì.

Pulizie.

Magazzino.

Consegne.

Apertura all’alba.

Stipendio normale, non da fame.

Ma con una condizione.

Ogni sabato pomeriggio avrebbe fatto volontariato al rifugio comunale della zona.

Per sei mesi.

Senza saltarne uno.

Mauro mi guardò come se gli avessi offerto una condanna.

«Io non sono portato per queste cose.»

«Neanch’io.»

Dissi.

«Infatti ho imparato tardi.»

Il proprietario accettò subito di collaborare.

Forse per senso di colpa.

Forse per paura della brutta figura.

In Italia la bella figura è una religione strana.

C’è gente che tratta male un cameriere ma si scandalizza se il vicino lascia il balcone in disordine.

Famiglie che nascondono i debiti, i rancori, le solitudini, pur di sembrare perfette alla messa della domenica.

Anche io avevo vissuto così.

Con la giacca stirata e l’anima piena di polvere.

Però quella volta non volevo salvare la faccia.

Volevo salvare qualcosa di più piccolo e più vero.

Il magazzino aprì un mese dopo.

Lo chiamammo “La Ciotola Sospesa”.

Il nome lo propose Lina.

«Come il caffè sospeso a Napoli, no? Chi può lascia, chi ha bisogno prende.»

Era perfetto.

All’inizio vennero in pochi.

Una signora con una gatta malata.

Un pensionato con due cani presi dalla strada.

Una madre separata che non riusciva più a comprare crocchette per il cane del figlio.

Poi la voce girò.

Il macellaio lasciava scarti buoni.

Il supermercato di zona donava confezioni ammaccate ma integre.

Il farmacista teneva da parte antiparassitari vicini alla scadenza.

Le maestre della scuola portarono coperte vecchie raccolte dalle famiglie.

Persino il parroco, che di animali non capiva nulla, mise una scatola in fondo alla chiesa.

«Per chi ha fame, a due o a quattro zampe.»

Mauro veniva ogni mattina alle sei e mezza.

All’inizio faceva il minimo.

Spazzava.

Sistemava.

Non parlava con nessuno.

Destino lo evitava.

Gli animali hanno memoria.

Non per vendetta.

Per sopravvivenza.

Quando Mauro entrava, Destino si alzava e veniva vicino a me.

Io non lo forzavo.

Certe fiducie non si pretendono.

Si meritano.

Passarono settimane.

Un sabato andai al rifugio senza avvisarlo.

Volevo vedere se ci andava davvero.

Lo trovai in un recinto, seduto su uno sgabello basso.

Davanti a lui c’era un cane anziano, cieco da un occhio, che tremava come una foglia.

Mauro teneva in mano un boccone.

«Dai, piano. Nessuno ti fa niente.»

La sua voce era diversa.

Non dolce, forse.

Ma meno dura.

Il cane gli prese il cibo dalle dita.

Mauro rimase immobile.

Poi si asciugò gli occhi con il polso, sperando che nessuno lo vedesse.

Io lo vidi.

Non dissi nulla.

Qualche giorno dopo, al magazzino, accadde la cosa che non mi aspettavo.

Destino stava vicino alla porta.

Mauro entrò con due sacchi pesanti.

Uno si ruppe.

Le crocchette caddero dappertutto.

Mauro sbuffò.

Poi si fermò.

Guardò Destino.

«Hai ragione. Non devo fare il nervoso.»

Si inginocchiò a raccogliere.

Una crocchetta rotolò vicino al cane.

Destino la annusò.

Mauro allungò la mano, piano.

Non per toccarlo.

Solo per spingere altre crocchette verso di lui.

«Tieni, campione.»

Destino lo guardò.

Io trattenni il respiro.

Poi il cane mangiò.

Una sola crocchetta.

Ma per Mauro fu come ricevere un’assoluzione.

Abbassò la testa.

«Mi dispiace, davvero.»

Lo disse al cane.

Non a me.

E forse per questo valeva di più.

La domenica successiva invitai i miei figli a pranzo.

Non lo facevo da tempo.

Anzi, a dire la verità, erano loro che non venivano.

Troppi impegni.

Troppi chilometri.

Troppa vita moderna.

Mio figlio Andrea arrivò con la moglie e due ragazzi adolescenti che conoscevo più dalle fotografie che dai gesti.

Mia figlia Chiara arrivò da sola, con un dolce comprato lungo la strada.

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