Il mattino dopo quel “treno” inventato, lo zainetto con i dinosauri restò lì, ai piedi del letto, come una promessa: non tornare a essere solo paura. E mentre Bologna si svegliava fuori dalla finestra, io capii che questa era la nostra seconda partenza.
Il giorno entrò piano, smorzato dai vetri e dalle tende troppo chiare. Marcello dormiva ancora, la bocca appena socchiusa, il respiro sottile ma regolare. Io rimasi seduta con il rossetto sulle labbra, come se quel rosso potesse tenere insieme il mondo.
Non era magia, lo sapevo. Era solo un colore.
Eppure, per la prima volta dopo mesi, non mi vergognai di guardarmi nello specchietto senza distogliere gli occhi subito.
Quando l’infermiera entrò per controllare la flebo, si fermò un secondo sulla soglia. Aveva un viso stanco ma gentile, e quelle mani svelte che sanno fare tutto senza fare rumore.
— Irene… stai bene?
Era una domanda semplice, ma mi colpì come una carezza in un posto che nessuno toccava da tempo. Io annuii, e il gesto non fu convincente, però fu vero almeno a metà.
— Sto… provando — dissi.
Lei guardò il rossetto e abbozzò un sorriso, senza commentare. Poi sistemò un tubicino, controllò il monitor, e prima di uscire mormorò:
— Ogni tanto, anche le mamme hanno diritto a respirare.
Rimasi con quella frase addosso come una coperta leggera. Il reparto era già vivo: passi veloci, un carrello, una porta che sbatteva piano. Tutto continuava, anche quando tu avevi la sensazione di essere ferma da un anno.
Mi voltai verso lo zainetto. La patta era un po’ sollevata, e dentro vedevo il bordo del mio cardigan, il foglietto, quella foto di me che ridevo come se la vita fosse una cosa sicura.
“PIANO DI EMERGENZA PER LA MAMMA.”
Lo presi con due dita, come se potesse scottare. La scrittura di Marcello era grande, irregolare, eppure decisa. Sotto il titolo, c’erano tre righe, con le sue lettere rotonde:
1. MANGIA QUALCOSA
2. DORMI UN PO’
3. NON STARE SEMPRE ZITTA
Mi uscì una risata strozzata, subito seguita da un singhiozzo. Era assurdo che un bambino di otto anni dovesse ricordarmi cose così elementari, come se io fossi quella malata.
E forse, in un modo che non avevo avuto il coraggio di nominare, lo ero davvero.
Verso le otto, il signor Gatti ricomparve nel corridoio con il suo deambulatore. Passava sempre davanti alla nostra porta, come un orologio umano che non smette mai di battere. Io lo vidi rallentare, sbirciare dentro, e per la prima volta notai che aveva occhi chiari, più dolci di quanto lasciasse credere la sua voce brontolona.
— Il controllore è ancora in servizio? — borbottò.
Io abbassai lo sguardo sullo zainetto e feci un mezzo sorriso. Era strano sorridere in quella stanza, come se fosse una cosa fuori posto, ma successe.
— È in pausa — risposi piano. — Ha dormito.
Il signor Gatti fece un verso che poteva essere un “bene” o un “meno male”. Poi si avvicinò di un passo, appoggiandosi al deambulatore come a un parapetto.
— Io… ieri notte ho parlato troppo — disse, guardando altrove. — Non sono uno che… insomma. Voi capite.
Mi venne da dirgli che sì, capivo, che nessuno lì dentro era più “uno che”, che la vita in reparto ti cambia la forma della voce come cambia la forma della schiena. Ma non dissi niente, perché sul foglietto c’era scritto “non stare sempre zitta” e io, proprio per quello, dovevo imparare a parlare nel modo giusto.
— Grazie — gli dissi. — Per il binario sette.
Lui fece spallucce, quasi offeso.
— Il treno non aspetta, signora. E poi… a forza di non dormire, uno finisce che fa il capostazione.
Mi strappò una risata vera, breve ma vera. E in quel suono, Marcello aprì gli occhi.
Mi guardò, poi guardò il signor Gatti, e la sua bocca fece quella piega che era già un sorriso, anche se le labbra erano secche e pallide.
— Siamo in ritardo? — sussurrò.
Io gli accarezzai la fronte, leggera.
— No, amore. Oggi il treno parte più tardi.
— Allora… posso controllare di nuovo i bagagli? — chiese.
Il signor Gatti scosse la testa come se stesse davanti a un regolamento ferroviario serio.
— Oggi controllo io — disse. — Tu sei piccolo, devi riposare.
Marcello strinse gli occhi, divertito.
— Va bene. Ma mamma deve mangiare qualcosa. È la regola.
Mi gelai un attimo, perché sentire mio figlio parlare come un adulto mi faceva paura. Poi mi ricordai che non era solo paura: era amore che aveva imparato a essere preciso.
— Hai ragione — dissi. — Promesso.
Quando arrivò il medico durante il giro, il cuore mi fece quel salto che ormai conoscevo: un animale che si prepara a scappare anche se è in gabbia. Il dottore era giovane, con occhiaie da notti lunghe, e parlava sempre con una calma quasi ostinata.
Si fermò ai piedi del letto e sfogliò la cartella.
— I valori di oggi sono un po’ meglio — disse, senza trionfo e senza pietà. — Non è una svolta, Irene. Ma è un passo.
Un passo.
In reparto, “un passo” era come dire “c’è ancora strada”. Io annuii, cercando di respirare senza farmi vedere.
Marcello, invece, si tirò su un poco e chiese con la sua voce rauca:
— Dottore… e il treno?
Il medico lo guardò per un istante, sorpreso. Poi vide lo zainetto, il foglietto, e qualcosa nel suo viso si sciolse.
— Il treno… — ripeté. — Oggi fa una fermata lunga. Quindi puoi riposare.
Marcello sembrò soddisfatto. Io, invece, mi accorsi che stavo trattenendo le lacrime e mi costava fatica non farle uscire.
Dopo il giro, andai al distributore nel corridoio e presi un caffè che sapeva di plastica e di rassegnazione. Lo bevvi lo stesso, perché sul foglietto c’era scritto “mangia qualcosa” e il caffè, per me, era già “qualcosa”.
Poi presi un pacchetto di biscotti, quelli secchi che si sbriciolano subito. Tornai in stanza e ne mangiai due seduta sulla sedia pieghevole, guardando Marcello che sonnecchiava.
Non fu una scena eroica. Fu solo una madre che faceva un gesto piccolo per restare in piedi.
Nel pomeriggio, Marcello ebbe un momento di febbre che mi fece precipitare nel buio. Il monitor cambiò ritmo, l’infermiera arrivò più veloce, il medico tornò. Io mi ritrovai contro il muro, con le mani fredde e la bocca piena di parole che non uscivano.
“Non stare sempre zitta.”
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