Il cane spostò una zampa.
Un movimento minuscolo.
Dopo qualche secondo mosse anche l’altra.
Non si alzò. Strisciò.
Il ventre sfiorava il cemento e la coda rimaneva stretta tra le zampe. Avanzava pochi centimetri alla volta, fermandosi a ogni respiro di Daniele.
L’uomo sentì le mani tremare più forte.
Non provò ad accarezzarlo.
«Non devi fare niente», disse. «Io resto qui.»
Ettore arrivò vicino al suo stivale.
Restò immobile.
Poi abbassò lentamente il muso e appoggiò il mento sulla punta della scarpa.
Un solo secondo.
Forse meno.
Subito dopo si ritrasse, quasi spaventato dal proprio coraggio.
Nessuno parlò.
Persino l’operatore lasciò allentare il guinzaglio.
La dottoressa Rinaldi fece cenno a tutti di non muoversi.
Quello era un filo sottilissimo.
Bastava un gesto sbagliato per spezzarlo.
Dopo qualche minuto, la responsabile del canile si avvicinò.
«Signor Ferri, purtroppo dobbiamo riportarlo dentro. Ci sono delle procedure.»
Daniele annuì.
«Capisco.»
Poggiò una mano sul ginocchio, preparandosi ad alzarsi.
Il guinzaglio si tese.
La testa di Ettore scattò verso l’alto.
Gli occhi diventarono enormi.
Il corpo si irrigidì e dalla gola gli uscì un verso più forte, lacerato, pieno di terrore.
Daniele ricadde subito seduto.
«Sono qui.»
Ettore ansimava.
«Non me ne sono andato. Guarda, sono ancora qui.»
Ma il cane non riusciva più a sentirlo.
Il suo corpo ricordava.
Una persona che si alzava.
Una catena che si tendeva.
Una mano che arrivava.
Forse una porta che si chiudeva.
In quel momento la dottoressa comprese un’altra cosa.
Ettore non aveva soltanto paura delle persone.
Aveva paura che ogni gesto gentile fosse il momento prima della punizione.
Che la fiducia fosse soltanto un’esca.
Che sentirsi al sicuro fosse il modo più rapido per farsi sorprendere.
Ciò che accadde dopo non era scritto in nessun regolamento.
Fu semplicemente umano.
Daniele non si alzò.
Non dopo dieci minuti.
Non dopo mezz’ora.
Rimase sul pavimento finché le gambe diventarono insensibili e il freddo gli penetrò nelle ossa.
La signora Mirella gli portò una sedia.
Lui scosse la testa.
«Se mi alzo, penserà che lo abbandono.»
«Ma così si farà male alla schiena.»
«La mia schiena può aspettare.»
Il canile cominciò ad adattarsi a loro.
Le voci si abbassarono.
Qualcuno spense una delle lampade al neon. Le pratiche furono spostate in un altro ufficio e la porta del corridoio venne chiusa per attenuare i rumori.
L’operatore sganciò il guinzaglio, lasciando soltanto il collare morbido.
Ettore osservava ogni movimento.
Quando Daniele cambiava posizione, il cane si irrigidiva.
Quando l’uomo tornava immobile, il respiro dell’animale rallentava.
Dopo quasi un’ora, Ettore avanzò di nuovo.
Questa volta non strisciò fino allo stivale.
Si mise in piedi.
Le zampe tremavano tanto che sembrava potessero cedere. Fece un passo, poi un altro.
Infine appoggiò il fianco contro il ginocchio di Daniele.
Non era una carezza.
Non era ancora fiducia.
Era il peso leggerissimo di una possibilità.
Daniele chiuse gli occhi.
Dalla sua bocca uscì un suono incerto, metà risata e metà pianto.
«Lo so», mormorò. «So cosa vuol dire restare immobili perché pensi che muoverti peggiorerà tutto.»
La signora Mirella si girò verso la parete per asciugarsi gli occhi.
Teresa, che aveva assistito alla scena senza dire una parola, guardò suo fratello come non lo guardava da anni.
Per la prima volta dalla morte di Lucia, Daniele non stava dicendo che andava tutto bene.
Stava confessando la propria paura.
Non a un medico.
Non a un parente.
A un vecchio cane che tremava quanto lui.
Quando finalmente Daniele si alzò, lo fece in tre tempi.
Prima spostò una mano.
Poi sollevò lentamente un ginocchio.
Infine si mise in piedi senza tendere il braccio verso Ettore.
Il cane fece mezzo passo indietro, ma non cadde.
Rimase sulle zampe.
«Bravo», sussurrò Daniele.
La responsabile lo accompagnò nell’ufficio.
«Vorrebbe tornare a trovarlo nei prossimi giorni?»
Daniele guardò attraverso il vetro. Ettore era ancora in piedi, con il muso rivolto verso di lui.
«Posso portarlo a casa?»
Teresa spalancò gli occhi.
«Daniele…»
«Non per sempre», aggiunse subito lui. «Solo finché non si riprende.»
La responsabile esitò.
«Serve un affido temporaneo. Dobbiamo controllare la casa, compilare i moduli e verificare alcune cose.»
«Controllate tutto.»
«È un cane difficile. Potrebbe non mangiare. Potrebbe distruggere oggetti, avere paura, tentare la fuga.»
Daniele annuì.
«Anch’io sono difficile.»
La dottoressa Rinaldi abbassò lo sguardo per nascondere un sorriso.
Quel pomeriggio fecero il sopralluogo.
Daniele abitava in una palazzina degli anni Settanta, in una strada dove i negozi avevano ancora insegne scolorite e i vicini conoscevano il rumore dei passi sulle scale.
L’appartamento era semplice.
Un tavolo di formica in cucina. Una credenza ereditata dalla madre. Fotografie di Lucia accanto a una pianta quasi secca.
Sul balcone c’erano due sedie di plastica e una vecchia cassetta per i gerani, vuota da tre anni.
«Potrebbe bastare», disse la volontaria.
Daniele preparò una stanza tranquilla vicino alla cucina. Mise a terra una coperta, due ciotole e il vecchio cuscino che Lucia usava durante la malattia.
Quando arrivarono con Ettore, però, il cane si fermò davanti al portone.
Non voleva entrare.
L’operatore provò a incoraggiarlo.
«Forza, bello.»
Il guinzaglio si tese appena.
Ettore si abbassò.
Daniele alzò una mano.
«Lasciate fare a me.»
Si sedette sul primo gradino dell’ingresso.
I vicini cominciarono a uscire dalle porte.
La signora Adele del secondo piano, ottantadue anni e una vestaglia a fiori, si sporse dalla ringhiera.
«Che succede?»
«Niente», rispose Daniele. «Aspettiamo.»
«Chi aspettate?»
Daniele indicò il cane.
«Lui.»
La signora Adele osservò Ettore, poi rientrò in casa.
Tornò con una coperta di lana.
«Questa era di mio marito. Non graffia.»
Il signor Franco, ex muratore del piano terra, arrivò con una ciotola larga.
«Per l’acqua. È pesante, non la rovescia.»
La giovane coppia del terzo piano portò un pacco di traversine. Il macellaio all’angolo, informato da qualcuno, mandò un sacchetto con carne bollita senza sale.
In meno di mezz’ora, l’ingresso si riempì di persone.
Nessuno provò a toccare Ettore.
Daniele aveva spiegato che non dovevano fissarlo, chiamarlo o avvicinarsi.
Così gli abitanti del palazzo fecero una cosa ormai rara.
Rimasero lì senza pretendere nulla.
La signora Adele si sedette sullo sgabello.
Franco appoggiò la schiena al muro.
La coppia del terzo piano si mise sui gradini.
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