Il vecchio cane crollò appena il guinzaglio si tese, poi il gesto di Daniele lasciò tutti senza parole

Persino due ragazzini, di solito rumorosi, rimasero immobili accanto alle biciclette.

Ettore alzò il muso.

Vide un piccolo quartiere intero aspettarlo.

Non una folla impaziente.

Non persone che tiravano.

Soltanto esseri umani seduti al suo stesso livello.

Dopo quasi quaranta minuti mise una zampa oltre il portone.

Poi l’altra.

Entrò.

Nessuno applaudì.

La signora Adele si limitò a dire:

«Ecco. Adesso chiudete piano.»

Ettore salì le scale molto lentamente.

A ogni pianerottolo si fermava e guardava Daniele.

L’uomo non lo tirava.

«Sono qui», ripeteva.

Quella prima notte il cane non dormì.

Neppure Daniele.

Ettore rimase rannicchiato vicino alla porta della cucina, pronto a scappare. Ogni rumore del palazzo gli faceva sollevare la testa.

Daniele si sedette sul pavimento a qualche metro di distanza.

Alle due bevve un caffè.

Alle tre spense la luce.

Alle quattro la pioggia cominciò a battere contro le finestre.

Fu allora che il respiro di Ettore cambiò.

Diventò più profondo.

Per pochi minuti il cane chiuse gli occhi.

Daniele restò sveglio a guardarlo.

Era la prima creatura che dormiva serenamente in quella casa dalla morte di Lucia.

La mattina seguente, Teresa arrivò con una pentola di ragù.

Era domenica.

«Ho pensato che almeno dovessi mangiare qualcosa.»

Daniele guardò la pentola.

«È per un esercito?»

«Non so quanto mangia il cane.»

«Il ragù non è per lui.»

«Allora mangiane tu.»

Teresa aprì le finestre, apparecchiò il tavolo e brontolò perché in frigorifero c’erano solo uova, formaggio vecchio e una bottiglia d’acqua.

«Hai cinquantasei anni, non sedici.»

«Me lo ricordi ogni settimana.»

«Perché ogni settimana te ne dimentichi.»

Ettore osservava dalla soglia.

Teresa non si avvicinò.

Posò una ciotola con un poco di carne bollita vicino alla porta e tornò al tavolo.

«Quando vuole, viene.»

Daniele la guardò.

«Hai imparato in fretta.»

«No. Ho visto te ieri.»

Mangiarono in silenzio.

La sedia di Lucia era ancora al suo posto, vuota.

Per anni Daniele aveva evitato il pranzo della domenica perché quella sedia gli sembrava un’accusa.

Quel giorno, però, Ettore si avvicinò lentamente.

Annusò la ciotola.

Mangiò due bocconi.

Poi si sdraiò sotto la sedia vuota.

Teresa si fermò con la forchetta a mezz’aria.

Daniele guardò il cane, poi la fotografia di Lucia sulla credenza.

«Lei avrebbe detto che è troppo magro.»

«E avrebbe cucinato per lui meglio che per noi.»

Daniele sorrise.

Era un sorriso piccolo, ma vero.

Le settimane passarono.

Ettore imparò che le mani potevano restare sospese senza colpire.

Che una porta poteva aprirsi senza diventare una trappola.

Che il rumore delle chiavi non significava necessariamente abbandono.

All’inizio mangiava soltanto quando Daniele usciva dalla stanza. Poi cominciò a prendere qualche boccone mentre l’uomo sedeva lontano.

Dopo due settimane accettò una carezza sul petto.

Non sulla testa.

Mai sulla testa.

Quando qualcuno alzava un braccio, Ettore si accovacciava immediatamente. Se un uomo parlava con voce troppo forte sulle scale, correva dietro il tavolo.

Daniele imparò a muoversi diversamente.

Avvisava prima di alzarsi.

«Adesso vado in cucina.»

Prima di aprire una finestra diceva:

«Farà un po’ di rumore.»

Prima di prendere il guinzaglio si sedeva e aspettava che fosse Ettore ad avvicinarsi.

I vicini cambiarono abitudini senza accorgersene.

I ragazzi smisero di sbattere il portone.

Franco sistemò la serratura perché non scattasse più così forte.

La signora Adele lasciava ogni mattina un biscotto per cani sullo zerbino, ma si offendeva se qualcuno lo faceva notare.

«Non sono stata io. Sarà caduto dal cielo.»

Il macellaio conservava qualche ritaglio di carne.

La farmacista del quartiere regalò a Daniele una piccola borsa per le medicine di Ettore.

Persino il barista abbassava il volume della radio quando vedeva il cane passare.

In quella strada, dove da anni la gente correva senza guardarsi, Ettore divenne una specie di orologio.

Alle sette usciva con Daniele.

Alle sette e dieci salutava la signora Adele.

Alle sette e venti si fermava davanti al forno.

Alle sette e mezza attraversava il piccolo parco.

Tutti impararono a riconoscere i suoi tempi.

Nessuno aveva il diritto di affrettarlo.

Un mattino, però, Daniele si alzò troppo velocemente dal divano.

Il telecomando cadde a terra.

Ettore ebbe una crisi.

Scivolò sul pavimento, urtò una sedia e cercò disperatamente un angolo in cui nascondersi. Il respiro era corto, le pupille dilatate.

Daniele si inginocchiò subito.

«Scusami. Non volevo spaventarti.»

Ettore rimase contro il muro.

L’uomo non si avvicinò.

«Ho sbagliato io. Prenditi il tuo tempo.»

Passarono alcuni minuti.

Poi il cane sollevò una zampa.

Questa volta non strisciò.

Camminò.

Lentamente, con le gambe ancora rigide, tornò verso Daniele.

Si fermò davanti a lui e gli poggiò il muso sulla spalla.

Daniele lo abbracciò appena, senza stringere.

Rimasero entrambi inginocchiati sul pavimento.

Entrambi tremavano.

Entrambi erano tornati indietro invece di fuggire.

Quello stesso pomeriggio arrivò una lettera del deposito degli autobus.

Daniele doveva presentarsi a una visita di controllo per valutare il rientro al lavoro.

La busta rimase chiusa sul tavolo per due giorni.

Quando Teresa la vide, si arrabbiò.

«Perché non l’hai aperta?»

«Non sono pronto.»

«Non puoi nasconderti per sempre.»

La frase uscì più dura di quanto volesse.

Daniele impallidì.

Ettore, sentendo il tono, si ritirò sotto la credenza.

Teresa si portò una mano alla fronte.

«Scusami.»

Daniele guardò il cane.

«Vedi? Tutti dicono che non puoi nasconderti per sempre. Nessuno ti spiega come si torna fuori.»

Teresa si sedette.

«Forse non devi tornare tutto in una volta.»

Rimasero in silenzio.

Poi Daniele aprì la busta.

La visita era fissata per il lunedì successivo.

Quel giorno si svegliò alle cinque.

Si fece la barba.

Indossò la camicia azzurra che Lucia gli aveva regalato per il loro ultimo anniversario. Davanti allo specchio gli sembrò di vedere un uomo travestito da se stesso.

Ettore lo seguiva con gli occhi.

«Devo andare in un posto che mi fa paura», gli disse Daniele. «Tu non puoi venire dentro.»

Il cane inclinò la testa.

«Però puoi accompagnarmi fino al cancello.»

Teresa li portò in auto.

Davanti al deposito, Daniele si bloccò.

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