A 106 minuti dalla pensione trovò un cane incatenato in cantina: la sua ultima decisione sorprese tutti

Quel giorno, però, non esisteva più il turno di domani.

Non esisteva la prossima pattuglia.

Non esisteva il prossimo anno.

Restavano centosei minuti.

E un cane sul sedile posteriore.

Sergio prese la radio.

Premette il pulsante.

«Centrale, da unità 17.»

La voce della collega rispose.

Era Laura, una donna che lavorava alle comunicazioni da quasi vent’anni.

Conosceva Sergio da quando i loro figli andavano alle elementari.

«Dimmi, 17.»

Sergio guardò nello specchietto.

«L’animale è vivo. Io termino anticipatamente il servizio per motivo personale. Il rapporto lo completo da casa.»

Ci fu una pausa.

Laura avrebbe potuto chiedere chiarimenti.

Non lo fece.

Disse soltanto:

«Ricevuto, 17.»

Poi aggiunse:

«Buon rientro, Sergio.»

Mio zio spense la radio.

Accese il motore.

E guidò verso casa.

Quando arrivò erano le 15:11.

Anna lavorava fino alle sei.

Sergio aprì il portone del condominio cercando di non farsi vedere dalla signora Franca del primo piano, che conosceva ogni movimento del palazzo dagli anni Ottanta.

Naturalmente lei lo vide.

«Sergio? Ma non dovevi essere al lavoro?»

Lui non rispose.

Aveva il cane tra le braccia.

Franca smise immediatamente di fare domande.

Gli tenne aperta la porta.

«Madonna santa…»

Sergio salì.

Entrò nell’appartamento.

Il salotto era esattamente quello che ricordavo da bambina.

Mobile scuro.

Fotografie dei figli.

Bomboniere sopravvissute a matrimoni e battesimi.

Televisore troppo grande comprato da Paolo per il sessantesimo compleanno del padre.

Sul divano c’era la coperta di lana beige che Anna piegava ogni mattina con precisione quasi militare.

Sergio vi appoggiò il cane.

Gli coprì le zampe posteriori.

Poi andò in cucina.

Prese una ciotola.

Mise acqua tiepida.

Tornò in salotto.

Il cane non riusciva a sollevare bene la testa.

Sergio gli infilò una mano sotto il mento.

Avvicinò l’acqua.

Il cane cominciò a bere.

Piano all’inizio.

Poi senza fermarsi.

Sergio mi ha raccontato che fu in quel momento che qualcosa dentro di lui cedette.

Non quando aveva visto la catena.

Non quando aveva sentito le ossa sotto le dita.

Quando bevve.

«Aveva una sete che non sembrava sete, Elena. Sembrava disperazione.»

Sergio iniziò a piangere.

In divisa.

Sul proprio divano.

Con un cane sconosciuto appoggiato sulle gambe.

Mio zio appartiene a quella generazione di uomini ai quali era stato insegnato che piangere davanti agli altri era quasi una mancanza di educazione.

Aveva pianto al funerale di sua madre.

Aveva pianto ai matrimoni dei figli, nascondendosi dietro gli occhiali da sole.

Per il resto, niente.

Quel pomeriggio pianse senza preoccuparsi di chi potesse vederlo.

Alle 16:30 chiamò Anna.

«Amore.»

«Che è successo?»

Lei capì immediatamente dal tono della voce.

«Niente a me.»

«E allora?»

Sergio cercò di spiegare.

La casa.

La cantina.

La catena.

Il cane.

Anna lo interruppe.

«Sergio.»

«Sì?»

«Smettila di parlare.»

«Perché?»

«Perché sto venendo a casa.»

Anna arrivò alle 17:08 con ancora addosso la divisa da infermiera sotto il cappotto.

Aprì la porta.

Lasciò la borsa nell’ingresso.

Entrò in salotto.

Sergio era seduto per terra con la schiena contro il divano.

Il cane dormiva sopra la coperta.

Anna rimase ferma per qualche secondo.

Poi si inginocchiò.

Mise una mano sulla testa dell’animale.

L’altra sulla spalla di suo marito.

«Come si chiama?»

Sergio scosse la testa.

«Non lo so.»

«Come sarebbe?»

«L’ho trovato due ore fa.»

Anna sorrise appena.

«Allora dobbiamo dargli un nome.»

Sergio chiuse gli occhi.

«Anna… quello è stato il mio ultimo intervento.»

Lei lo guardò.

Poi guardò il cane.

«Ultimo.»

Sergio aprì gli occhi.

«Cosa?»

«Lo chiamiamo Ultimo.»

«Ultimo?»

«Sì.»

Anna accarezzò lentamente il muso dell’animale.

«Perché è arrivato alla fine di qualcosa.»

Fece una pausa.

«Ma magari per lui è l’inizio.»

Sergio non rispose.

Guardò il cane.

«Ultimo», ripeté.

Il cane aprì appena un occhio.

Da quel momento fu il suo nome.

Quella sera Anna telefonò a Carlo, un veterinario del quartiere che conosceva da molti anni.

Non aveva bisogno di raccontare tutta la storia.

Disse:

«Carlo, abbiamo qui un cane messo molto male.»

«Quanto male?»

Anna guardò Sergio.

«Abbastanza da farti alzare presto domani.»

Carlo arrivò alle otto del mattino.

Visitò Ultimo direttamente sul divano.

Calcolò che avesse sei o sette anni.

Era fortemente debilitato.

I muscoli delle zampe quasi scomparsi.

Il pelo opaco.

Segni evidenti del collare.

Probabilmente era rimasto legato per settimane.

«Non vi prometto niente», disse.

Anna annuì.

Era abituata alle frasi che non promettono niente.

«Dimmi cosa dobbiamo fare.»

Piccole quantità di cibo.

Acqua.

Calore.

Controlli frequenti.

Niente pasti abbondanti.

Niente sforzi.

Carlo tornò quasi ogni due giorni nelle prime settimane.

Quando Sergio provò a pagare, il veterinario gli spinse indietro i soldi.

«Per venticinque anni ti ho visto passare davanti alla mia bottega quando tutti gli altri dormivano.»

«Carlo…»

«Non rompere.»

Era il modo elegante del quartiere per dire grazie.

La notizia cominciò a girare.

Non sui giornali.

Non sui social.

Nel condominio.

Al bar.

Dal panettiere.

Dal ferramenta.

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