A 17 minuti dalla fine, Lucia corse per salvare un vecchio gatto cieco e scoprì qualcosa di inatteso

Ma improvvisamente non sembrava più così semplice usarla.

Dopo qualche secondo Alfredo scese dal divano.

Non andò verso Daniele.

Venne da me.

Si appoggiò alla mia gamba.

Lo presi in braccio.

Lui si rilassò contro il mio petto.

Daniele vide tutto.

E capì.

«Certo», mormorò.

«Se le importava così tanto», gli chiesi, «perché è finito in un rifugio?»

Daniele non si difese.

Non alzò la voce.

Non cercò scuse.

Guardò il pavimento.

«Mio padre è morto di martedì. È rimasto sei giorni in ospedale.»

Sua madre era già morta da anni.

Lui viveva lontano, aveva due figli, un lavoro in un magazzino e una casa dove sembrava esserci sempre qualcosa che si rompeva nel momento sbagliato.

Aveva fatto avanti e indietro.

Ospedale.

Documenti.

Funerale.

Appartamento da svuotare.

Bollette.

Telefonate.

Parenti.

«Alfredo cercava mio padre dappertutto», disse. «Di notte camminava per le stanze e chiamava piano. Io non riuscivo a sentirlo. Ogni volta mi sembrava di vedere papà morire un’altra volta.»

Lo portò al rifugio.

Gli dissero che avrebbero cercato una sistemazione.

«Io ho sentito quello che avevo bisogno di sentire. Non quello che mi stavano realmente dicendo.»

«Però lo ha lasciato.»

«Sì.»

Quel sì cambiò qualcosa.

Non cancellava il danno.

Ma almeno non cercava di nasconderlo dietro parole eleganti.

Poi infilò una mano nella giacca.

Tirò fuori una busta.

Sul davanti c’erano quattro parole, scritte con grafia tremante:

Per la prossima persona di Alfredo.

Mi sedetti.

Dentro trovai tre banconote da venti euro e un foglio ricavato dal retro di una vecchia ricevuta.

Lessi.

Se stai leggendo significa che Alfredo mi è sopravvissuto.

Gli piace il cibo morbido appena intiepidito. L’acqua deve stare sempre nello stesso posto. Parlagli prima di toccarlo perché ormai si spaventa facilmente.

Di notte qualche volta allunga una zampa per controllare che tu sia ancora lì. Rispondigli.

Poi arrivava l’ultima parte.

Prima era il gatto di mia moglie. Poi è diventato il mio. Adesso spero sia tuo.

Ti chiedo soltanto una cosa: non lasciare che qualcuno lo consideri un peso solo perché è diventato vecchio. Spesso chi parla così ha soltanto paura di quello che un giorno potrebbe accadere a lui.

Dovetti fermarmi.

Rilessi quelle righe.

Poi guardai Daniele.

«Lei l’aveva letta?»

Annuì.

«In macchina. Mi sono dovuto fermare.»

Rimasi in silenzio.

Pensai a Carlo.

Negli ultimi anni della sua vita camminava più piano. Dimenticava dove aveva messo gli occhiali. Mi chiamava dalla cucina per chiedermi cose che fino a pochi anni prima avrebbe fatto da solo.

Non era diventato meno Carlo.

Era diventato più bisognoso di me.

Ed era proprio quella dipendenza ad avermi terrorizzata.

Non perché non lo amassi.

Perché sapevo che un giorno avrei potuto essere io.

Daniele indicò Alfredo.

«Non voglio riprenderlo.»

Alzai gli occhi.

«Lo so.»

«Non sopporterebbe un altro trasloco.»

«Non ci sarà.»

Daniele accennò un sorriso triste.

Poi mi chiese se ogni tanto avrebbe potuto vederlo.

Avrei potuto dire di no.

A noi donne della mia generazione hanno insegnato per una vita a essere comprensive finché non resta più nulla per noi stesse.

Io avevo smesso.

«Ogni tanto», risposi. «E soltanto se Alfredo resta tranquillo.»

Da quel giorno Daniele telefonò sempre prima.

La seconda volta portò una scatola.

Dentro c’erano una spazzola con ancora qualche pelo arancione tra i denti, una ciotola scheggiata, una fotografia di Arturo molto più giovane con Alfredo sdraiato sulla pancia e un piccolo registratore.

«Papà aveva iniziato a dimenticare le cose», spiegò. «Gli avevo comprato questo per lasciare messaggi a se stesso.»

Premette un tasto.

Una voce anziana riempì il soggiorno.

«Quattordici giugno. Alfredo ha mangiato metà della pappa e poi mi ha sgridato come se fossi un criminale. Acqua cambiata. Medicina alle otto.»

Daniele rise piano.

Io mi portai una mano alla bocca.

La registrazione continuò.

«Se muoio prima di questo gatto, farà finta di non avermi mai voluto bene. Non credetegli.»

Alfredo alzò la testa.

Si mise in piedi.

Fece qualche passo verso il tavolo.

La voce di Arturo riprese.

«Se di notte batte la zampa, controlla soltanto che non sei sparito. Digli qualcosa. Ha già perso abbastanza.»

Alfredo si sedette davanti al registratore.

Daniele pianse.

Non in modo rumoroso.

Rimase con il viso abbassato mentre la voce di suo padre morto attraversava il mio soggiorno e quel gatto vecchio ascoltava.

Quando la registrazione finì, Alfredo tornò da me.

Allora capii una cosa.

Ricordare qualcuno e avere una casa non sono la stessa cosa.

Alfredo ricordava Arturo.

Ma casa, adesso, ero io.

Daniele lo capì nello stesso momento.

Da allora venne poche volte.

Mai troppo a lungo.

Portava qualche scatoletta, un’altra registrazione o semplicemente sedeva al tavolo mentre Alfredo lo ignorava con la dignità tipica dei vecchi che hanno ormai smesso di fingere entusiasmo per educazione.

Col tempo conobbi anche sua moglie, Monica.

Lavorava di notte assistendo persone anziane.

Un giorno mi mandò una teglia di pasta al forno con un biglietto.

Certe volte la vita si riempie così tanto che perdiamo di vista proprio quello che conta. Mi dispiace.

Conobbi anche la loro bambina, Elisa.

Sette anni.

La prima volta che vide Alfredo si sedette sul tappeto senza cercare di prenderlo.

Disegnò in silenzio.

Dopo dieci minuti lui le annusò un calzino e si sdraiò accanto a lei.

Elisa lo ritrasse con baffi enormi, una coperta viola e due occhi azzurro pallido.

«È il colore più vicino al nuvoloso», mi spiegò.

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