A 72 anni cadde solo in bagno: due giorni dopo, a salvarlo fu chi meno avrebbe immaginato

Un altro biglietto diceva:

«Grazie a chi ha lasciato il guinzaglio. Il mio si è rotto ieri e fino a fine mese devo stare attenta alle spese.»

Poi:

«Mi sono trasferita qui da poco. Non conosco nessuno. Questa scatola mi fa sentire meno straniera.»

Poi ancora:

«Chi ha preso la pallina rossa, la riporti quando vuole. Al mio cane piace quella blu.»

Sembravano sciocchezze.

Ma nel giro di poche settimane accadde qualcosa.

Le persone iniziarono a parlare.

All’inizio del tempo.

Poi dei cani.

Poi dei figli.

Poi dei genitori malati.

Poi dei lavori persi.

Poi delle separazioni.

Poi della paura di invecchiare.

Io non ero più soltanto il vecchio sulla panchina.

Ero Arturo.

Anzi, per molti ero:

«Quello di Barnaba.»

E la cosa non mi dispiaceva.

Sara cominciò a sedersi ogni tanto con me dopo il turno.

Michele mi portava una pagnotta il sabato.

Conobbi Luigi, un uomo silenzioso che indossava sempre un berretto scolorito.

Conobbi Elena, madre separata con due bambini.

Conobbi perfino persone che abitavano a cinquanta metri da casa mia e che non avevo mai visto.

Il quartiere non era cambiato.

Eravamo cambiati noi.

Per sei mesi mi sembrò di avere di nuovo qualcosa che somigliava a una famiglia.

Poi arrivò quel martedì.

Uscii dalla doccia.

Il tappetino scivolò.

Il piede girò male.

Cadendo colpii il fianco contro il bordo.

Sentii un dolore bianco, totale.

Provai a muovermi.

Niente.

Il telefono era in cucina.

La porta del bagno socchiusa.

Barnaba entrò quasi subito.

Mi annusò.

Cominciò a piagnucolare.

«Tranquillo, vecchio mio.»

La mia voce sembrava quella di un altro.

Provai a trascinarmi.

Non ci riuscii.

Passò un’ora.

Poi due.

La luce cambiò.

Il bagno diventò freddo.

Barnaba andava avanti e indietro.

Abbaiava alla porta d’ingresso.

Tornava da me.

A un certo punto arrivò con Paperotto.

Lo posò sul mio petto.

Mi guardò.

Come aveva fatto con Sara.

Come se quella papera potesse aggiustare anche me.

Mi venne da ridere.

Poi da piangere.

«Non funziona stavolta, amico.»

Passò la notte.

La mattina sentii i rumori del quartiere.

Macchine.

Voci.

Un motorino.

La vita che andava avanti dall’altra parte delle pareti.

Nessuno sapeva.

Quella era la parte peggiore.

Non il dolore.

Non la fame.

Nemmeno la sete.

Sapere che fuori c’era il mondo e io ero sparito senza che nessuno se ne accorgesse.

La seconda sera iniziai a perdere lucidità.

Guardai il soffitto.

Pensai a Teresa.

Pensai a mio figlio Davide, che viveva a Bologna e aveva la sua famiglia, il suo lavoro, i suoi problemi.

Non lo sentivo da una settimana.

Colpa anche mia.

Ogni volta che chiedeva:

«Papà, tutto bene?»

Io rispondevo sempre:

«Benissimo.»

Era la risposta degli uomini della mia generazione.

Tutto bene.

Anche quando niente va bene.

Guardai Barnaba sdraiato vicino alla porta.

Era sfinito dall’abbaiare.

Pensai:

Chi gli darà da mangiare?

Chi lo porterà al parco?

Chi gli permetterà di trascinarsi dietro quella papera schifosa?

Poi sentii un rumore.

Un colpo secco.

Vetri.

Barnaba scattò in piedi.

Voci nel corridoio.

«Arturo!»

Un’altra voce:

«Controlla la cucina!»

«Arturo, dove sei?»

Provai a rispondere.

Uscì un suono ridicolo.

Barnaba abbaiò.

Passi veloci.

La porta del bagno si aprì.

Sara.

Dietro di lei Michele.

Non dimenticherò mai le loro facce.

Non sembravano eroi.

Sembravano terrorizzati.

Sara si inginocchiò.

Mi toccò il collo.

«C’è polso.»

Urlò verso il corridoio:

«Chiamate subito i soccorsi!»

Io riuscii soltanto a dire:

«Come…»

Michele mi guardò.

«Non sei venuto al parco.»

Deglutii.

Lui continuò:

«Ieri nemmeno.»

Mi fissò come se la spiegazione fosse ovvia.

«La panchina era vuota, Arturo.»

La panchina era vuota.

E loro avevano notato.

Avevano chiesto in giro.

Sara aveva scritto nel gruppo del quartiere.

Luigi ricordava il nome della mia via.

Michele aveva suonato.

Nessuna risposta.

Avevano sentito Barnaba abbaiare dentro.

Avevano chiamato aiuto.

Poi, temendo che aspettare fosse troppo rischioso, avevano fatto aprire un accesso rompendo il vetro più piccolo accanto alla porta.

La finestra era stata rotta.

Io ero vivo.

Passai tre settimane in ospedale e altre due in riabilitazione.

Mi sistemarono l’anca.

Mi fecero camminare prima con il deambulatore, poi lentamente con un bastone.

Ma il pensiero che mi tormentava più del dolore era Barnaba.

Una mattina chiesi al medico:

«Il cane?»

Lui sorrise.

«Credo abbia più assistenza lui di tutto il reparto.»

Mi mostrò sul telefono una tabella che qualcuno aveva preparato.

OPERAZIONE BARNABA.

Lunedì: Michele, passeggiata mattina e cena.

Martedì: Elena e bambini.

Mercoledì sera: Sara.

Giovedì: Luigi.

Venerdì: Michele.

Fine settimana: a rotazione.

C’erano fotografie.

Barnaba sul tappeto di Michele.

Barnaba circondato dai figli di Elena.

Barnaba addormentato sul divano di Sara.

Barnaba sempre con Paperotto.

Guardando quelle immagini mi venne da piangere.

Non solo perché mi mancava.

Perché venti persone si erano organizzate per un cane che fino a pochi mesi prima nessuno conosceva.

Quando tornai a casa, trovai una rampa davanti al portone.

Fatta bene.

Legno solido.

Bordi levigati.

Inclinazione corretta.

La guardai e capii immediatamente che qualcuno aveva lavorato con cura.

Provai quasi fastidio.

Non per la rampa.

Per ciò che significava.

Avevo bisogno di una rampa.

Io.

Arturo Bellini.

Quello che per quarant’anni aveva costruito scale per gli altri.

Ad aspettarmi c’erano una dozzina di persone.

Sara con una teglia coperta da un canovaccio.

Michele vicino al cancello.

Luigi con il berretto.

Elena coi bambini.

Sul portone avevano attaccato un foglio:

BENTORNATO, ARTURO.

LA PANCHINA CI MANCAVA.

Barnaba uscì dalla casa e mi venne incontro.

Non corse.

Non poteva più.

Ma spinse la testa contro la mia gamba e rimase lì.

Mi sentii felice.

E contemporaneamente umiliato.

È difficile da spiegare a chi non è cresciuto come me.

La gratitudine e la vergogna possono stare nello stesso posto.

Guardai la rampa.

Le buste della spesa.

Le persone.

Le loro facce gentili.

E pensai:

Guardatemi.

Il vecchio da assistere.

Dissi:

«Non dovevate fare tutto questo.»

Michele mi guardò serio.

«Sì, Arturo.»

Fece una pausa.

«Dovevamo.»

Quella risposta mi rimase dentro.

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