IL CANE CHE TUTTI CHIAMAVANO “MOSTRO” PROTEGGEVA UNA VECCHIA GATTA CIECA. POI UN VEDOVO DI 74 ANNI FECE QUALCOSA CHE IL QUARTIERE NON DIMENTICÒ PIÙ.
«Fermo! Non fare un altro passo!»
La voce dell’agente Riccardo Bellini rimbalzò contro le pareti scrostate della casa abbandonata.
Erano quasi le due di notte.
Fuori, una tormenta di neve aveva paralizzato la periferia nord di Torino. Le strade erano diventate strisce bianche, i lampioni sembravano fantasmi e perfino i vecchi del quartiere dicevano di non ricordare una nevicata così da almeno vent’anni.
La chiamata era arrivata pochi minuti prima.
Un vicino aveva sentito urla e ringhi provenire da una casa disabitata.
«C’è una bestia enorme là dentro. Sta facendo a pezzi qualcosa.»
Riccardo aveva quarantotto anni e abbastanza servizio alle spalle da sapere che le telefonate nel cuore della notte raramente portavano buone notizie.
Spinse con una spalla la porta marcia.
Il legno cedette.
Un odore di muffa, immondizia e freddo gli riempì i polmoni.
La collega, Elisa, illuminò il corridoio con la torcia.
«Laggiù.»
Un ringhio basso arrivava dall’ex soggiorno.
Riccardo avanzò.
Poi il fascio della torcia illuminò la scena.
E per un secondo nessuno respirò.
Nell’angolo c’era un cane enorme.
Un molosso scuro, forse quaranta chili, coperto di fango.
Aveva una cicatrice che gli attraversava il muso, un orecchio spezzato e le costole così sporgenti da sembrare disegnate sotto la pelle.
Sotto le zampe anteriori teneva qualcosa di piccolo.
Qualcosa di grigio.
Elisa sussurrò:
«È un gatto.»
Sul pavimento c’erano macchie rosse.
Riccardo sentì la mano irrigidirsi.
«Lascia stare quell’animale.»
Il cane mostrò i denti.
Non avanzò.
Non scappò.
Si spostò semplicemente di mezzo passo, mettendosi ancora di più tra gli agenti e quella piccola creatura.
Come uno scudo.
«Riccardo…»
«Aspetta.»
Lui aveva visto cani terrorizzati.
Cani aggressivi.
Cani che difendevano cibo, territorio, cuccioli.
Quello sguardo era diverso.
Il cane abbassò la testa.
Poi cominciò a leccare freneticamente l’orecchio del gatto.
Una volta.
Due.
Tre.
Quasi volesse svegliarlo.
Riccardo puntò la torcia più in basso.
E capì.
«Non lo sta mordendo.»
Il gatto era anziano, magrissimo.
Aveva un occhio completamente chiuso da una vecchia cicatrice e l’altro velato.
Quasi certamente non vedeva.
Tremava così forte che il suo piccolo corpo sembrava vibrare.
Attorno a lui, invece, qualcuno aveva costruito una specie di nido.
Giornali.
Stracci.
Pezzi di cartone.
Imbottitura strappata da una vecchia poltrona.
Tutto ammucchiato intorno al gatto.
Riccardo si accovacciò lentamente.
Fu allora che vide da dove veniva il sangue.
Non dal gatto.
Dalle zampe del cane.
I polpastrelli erano tagliati e gonfi.
Le unghie rotte.
Probabilmente aveva scavato per ore tra ghiaccio, rifiuti e lamiere.
Vicino al muro c’erano i resti di una scatoletta aperta.
Il gatto aveva il muso sporco di cibo.
Il cane aveva lo stomaco vuoto.
Elisa abbassò la torcia.
«Madonna santa…»
Riccardo non disse niente.
A casa aveva un padre di ottantadue anni che viveva ancora nel paese dov’era nato.
Un uomo testardo che si ostinava a tagliare la legna da solo e continuava a telefonargli ogni domenica sera per chiedergli se avesse mangiato.
Riccardo, quasi sempre, rispondeva in fretta.
Quella notte guardò quel cane ridotto pelle e ossa e pensò una cosa assurda.
Quello non era un animale feroce.
Era qualcuno che aveva deciso che un altro essere vivente doveva mangiare prima di lui.
Quando arrivò il furgone del recupero animali, il problema fu convincerlo ad allontanarsi.
Il cane non voleva lasciare il gatto.
Gli operatori misero la vecchia micia in un trasportino.
Solo quando sentì un piccolo miagolio provenire dall’interno, il gigante fece due passi.
Poi crollò.
Come se avesse finalmente ricevuto il permesso di essere stanco.
Al canile gli diedero un nome.
Rocco.
La gatta divenne Gina.
Nessuno sapeva da quanto tempo vivessero insieme.
Nessuno sapeva chi li avesse abbandonati.
Forse appartenevano alla stessa persona.
Forse si erano incontrati per strada.
Forse Rocco aveva semplicemente trovato Gina e, per qualche misterioso motivo che nessun essere umano avrebbe saputo spiegare, aveva deciso:
Da oggi questa vecchia gatta è responsabilità mia.
Il veterinario disse che Gina aveva almeno quindici anni.
Era quasi cieca, artritica e debilitata.
Rocco era più giovane, forse sei o sette anni, ma sembrava aver vissuto tre vite.
«Devono stare separati.»
Lo disse il responsabile della struttura.
«Per sicurezza.»
Il regolamento era chiaro.
Cani da una parte.
Gatti dall’altra.
Nessuno voleva assumersi il rischio di mettere quaranta chili di cane pieno di cicatrici accanto a tre chili di gatta fragile.
Così Gina finì nella stanza dei felini.
Rocco nel settore cani.
La prima notte fu un disastro.
Rocco non aggredì nessuno.
Fece qualcosa di peggio.
Si disperò.
Si lanciò contro la porta della gabbia fino a farsi male alla spalla.
Morse le sbarre.
Gemette.
Non il normale abbaiare di un cane agitato.
Era un suono lungo, spezzato.
Sembrava il pianto di qualcuno che avesse perso l’unica persona rimasta al mondo.
Gina, dall’altra parte dell’edificio, smise di mangiare.
Rimase rannicchiata contro il fondo della gabbia.
Non beveva.
Non rispondeva alle carezze.
Il giorno dopo il veterinario scosse la testa.
«Se continua così, questa gatta non arriva alla fine della settimana.»
Una volontaria prese una decisione.
«Proviamo cinque minuti.»
Portarono Gina da Rocco.
Appena la porta si aprì, il cane non corse.
Non saltò.
Non abbaiò.
Si abbassò quasi fino al pavimento e avanzò lentamente.
Quando raggiunse la gatta, si sdraiò.
Gina annusò l’aria.
Allungò una zampa.
Toccò il muso del cane.
Poi si arrampicò contro il suo collo e si accoccolò.
Dopo pochi secondi cominciò a fare le fusa.
Rocco chiuse gli occhi.
La stanza intera rimase in silenzio.
Una volontaria di sessantasei anni, che al canile aveva visto abbandoni, cucciolate buttate nei cassonetti e animali restituiti perché “troppo vecchi”, si tolse gli occhiali e si asciugò gli occhi.
Quel pomeriggio comparve un cartello sulla loro sistemazione.
NON SEPARARE.
COPPIA INSEPARABILE.
Qualcuno pubblicò una fotografia sui social.
Rocco sdraiato.
Gina addormentata sulla sua schiena.
La foto fece il giro della città.
Cuori.
Condivisioni.
Commenti.
«Che amore!»
«Qualcuno li adotti!»
«Meritano una famiglia!»
Ma i cuori sul telefono non aprivano cancelli.
Le condivisioni non firmavano moduli.
Passò una settimana.
Poi due.
Le persone arrivavano al canile.
Guardavano Rocco.
«È troppo grosso.»
Guardavano la cicatrice.
«Ha sicuramente combattuto.»
Guardavano Gina.
«È cieca?»
Qualcuno abbassava la voce.
«Con tutti i problemi che abbiamo già, dobbiamo pure prenderci questi?»
Una famiglia con due bambini rimase davanti al box meno di trenta secondi.
Il padre disse:
«Cerchiamo qualcosa di più semplice.»
Semplice.
Quella parola rimase nell’aria.
Nel frattempo i box continuavano a riempirsi.
I soldi erano pochi.
Gli animali troppi.
E anche quando nessuno voleva dirlo chiaramente, alcune presenze iniziavano a diventare un problema.
Fu un lunedì pomeriggio che entrò Vittorio Manfredi.
Settantquattro anni.
Giacca marrone consumata.
Camicia di flanella.
Scarpe vecchie pulite con una cura quasi ostinata.
Camminava con un bastone di legno che era appartenuto a suo padre.
Vittorio aveva lavorato per trentanove anni in una grande officina metalmeccanica.
Aveva iniziato a diciannove anni.
Turni di notte.
Ferro.
Rumore.
Mani sporche.
Pranzi portati da casa dentro contenitori di alluminio.
Poi l’officina aveva chiuso.
Qualche anno dopo sua moglie, Teresa, si era ammalata.
Vittorio l’aveva assistita per otto anni.
Le preparava il brodo.
Le sistemava i cuscini.
Le lavava i capelli.
Le massaggiava le gambe quando il dolore diventava insopportabile.
Teresa era morta un martedì mattina.
Da allora Vittorio aveva imparato una cosa che nessuno racconta sul lutto.
La solitudine non arriva tutta insieme.
Arriva a piccole dosi.
Prima sparisce una voce.
Poi sparisce il rumore delle stoviglie.
Poi non serve più comprare due panini.
Poi una sera ti accorgi che hai trascorso un’intera giornata senza pronunciare una parola.
La domenica era il momento peggiore.
Una volta casa Manfredi profumava di ragù dalle nove del mattino.
Teresa stendeva la tovaglia buona.
La figlia Laura arrivava con il marito.
Il figlio Paolo portava il vino.
I nipoti litigavano per chi dovesse sedersi vicino al nonno.
Poi i ragazzi erano cresciuti.
Paolo si era trasferito per lavoro.
Laura aveva divorziato e viveva sempre di corsa.
I nipoti mandavano messaggi.
«Ciao nonno ❤️»
Vittorio rispondeva sempre:
«Studiate.»
La domenica, però, il tavolo rimaneva apparecchiato per una persona.
Quel lunedì non era entrato al canile per adottare.
Aveva semplicemente letto sul giornale locale una storia su due animali inseparabili.
Gli era rimasta in testa una frase.
“Non possono essere separati.”
Camminò davanti ai cuccioli.
Davanti ai cani che saltavano contro le reti.
Davanti a una gabbia piena di gattini.
Poi arrivò all’ultimo box.
Rocco era sdraiato.
Gina stava mangiando lentamente.
A metà ciotola si fermò.
Rocco spinse con il naso un pezzo di cibo verso di lei.
Vittorio osservò.
Il cane aspettò.
Gina trovò il boccone.
Solo allora Rocco mangiò il proprio.
Vittorio rimase immobile.
Il responsabile si avvicinò.
«Sono loro.»
«Lo vedo.»
«Devo avvertirla. Non sono animali facili.»
Vittorio girò lentamente la testa.
«Facili?»
«La gatta ha bisogno di cure. Il cane ha paura della separazione. È forte. Deve essere gestito bene. Per una persona della sua età…»
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