Mi dissero di non portarlo a casa: non perché fosse aggressivo, ma perché quel suo urlo senza suono aveva già spaventato tre famiglie. Poi lo vidi fissare un muro vuoto… e capii che non stava cercando di farsi sentire. Stava cercando qualcuno da salvare.
La volontaria del rifugio appoggiò una mano alla rete del box.
«Prima che lo abbandonassero gli hanno lesionato le corde vocali. Quando prova a miagolare, apre la bocca, tende il collo… ma non esce nulla.»
Abbassò la voce.
«Tre persone lo hanno adottato. Tutte e tre lo hanno riportato indietro. Dicevano che di notte sembrava vedere qualcosa.»
Io guardai il gatto.
Pelo grigio cenere, troppo magro, orecchie grandi, occhi color ambra.
Non sembrava impaurito.
Sembrava stanco.
Poi aprì la bocca.
Spalancata.
Il collo teso, il petto contratto, gli occhi fissi nei miei.
La forma perfetta di un urlo.
Ma non uscì niente.
Nemmeno un soffio.
Solo silenzio.
Mi si rizzarono i peli sulle braccia.
Eppure feci un passo avanti.
«Lo prendo.»
La volontaria mi guardò come si guarda uno che sta per fare qualcosa di cui potrebbe pentirsi.
«Come lo chiamerà?»
Ci pensai un attimo.
«Ombra.»
Mi chiamo Matteo, ho cinquantanove anni e vivo a Bologna, in un vecchio palazzo dove i muri sono talmente sottili che sai quando il vicino mette su il caffè.
Facevo il correttore di bozze per una piccola casa editrice.
Poi il lavoro era diminuito.
Mia moglie se n’era andata cinque anni prima, dopo una malattia breve e feroce.
Mio figlio Luca viveva a Milano e chiamava quando poteva.
«Papà, devi uscire di più.»
«Papà, non puoi stare sempre chiuso in casa.»
«Papà, vieni da noi per Natale.»
Sempre detto con affetto.
Sempre detto in fretta.
Io rispondevo che stavo bene.
La bugia che gli uomini della mia generazione hanno imparato meglio.
Sto bene.
Non ti preoccupare.
Non serve niente.
In realtà, la sera, quando spegnevo la televisione, la casa diventava enorme.
Non grande.
Enorme.
Ogni stanza sembrava chiedermi dove fosse finita la persona con cui avevo diviso trent’anni di vita.
Forse fu per questo che presi Ombra.
Un animale senza voce mi sembrava meno invadente di un essere umano.
A casa si muoveva come fumo.
Niente campanellino.
Niente miagolii.
Solo piccoli passi sul parquet.
Per i primi tre giorni dormì sotto il tavolo della cucina.
Il quarto salì sul divano.
Il quinto mi aspettò dietro la porta quando tornai con il pane.
Ma la notte faceva una cosa strana.
Andava in salotto.
Si sedeva davanti alla parete che divideva il mio appartamento da quello della signora Teresa.
Fissava l’intonaco.
Poi apriva la bocca.
Quell’urlo muto.
Una volta.
Due.
Dieci.
Il corpo tremava tutto.
«Che c’è lì dentro?» gli chiedevo.
Lui non si voltava.
La signora Teresa aveva settantanove anni.
Vedova da dodici.
Capelli sempre in ordine, golfino abbottonato anche d’estate, una borsa della spesa di quelle vecchie con le rotelle.
Era il tipo di donna che non avrebbe mai detto di avere bisogno di qualcuno.
Al massimo avrebbe detto:
«Se passi, metti il latte sul pianerottolo.»
Mai:
«Mi sento sola.»
La quarta notte dopo l’arrivo di Ombra, alle due e dieci, sentii colpi contro il muro.
Bum.
Bum.
Bum.
Poi la voce della signora Teresa.
«FATELO SMETTERE!»
Mi tirai su dal letto.
Ombra dormiva sui miei piedi.
Immobilissimo.
Il giorno dopo la incontrai sulle scale.
«Signora Teresa, stanotte…»
Lei mi tagliò.
«Il tuo gatto.»
«Ombra non può miagolare.»
«Non prendermi per scema.»
«Ha le corde vocali danneggiate.»
Lei mi fissò.
Gli occhi rossi.
«Io lo sento.»
«Che cosa sente?»
«Piangere.»
Lo disse piano.
Poi aprì la porta e se la richiuse alle spalle.
La notte successiva successe di nuovo.
Botte sul muro.
«BASTA!»
Scesi.
Bussai.
Lei aprì con la catenella inserita.
Aveva i capelli spettinati.
Non l’avevo mai vista così.
«Teresa, mi ascolti. Quel gatto è fisicamente incapace di fare rumore.»
La sua faccia cambiò.
Prima rabbia.
Poi paura.
«E allora cos’è che sento?»
Non seppi rispondere.
Tornai su.
Ombra era sdraiato sul pavimento, proprio sopra il punto dove immaginavo ci fosse la camera da letto di Teresa.
Aveva un orecchio premuto contro le assi.
Poi aprì la bocca.
Silenzio.
Fu lì che pensai una cosa che mi fece venire freddo.
Forse non stava gridando.
Forse stava rispondendo.
Qualche settimana dopo arrivò un temporale.
Uno di quelli autunnali che fanno tremare i vetri e riempiono i portici di gente che corre.
Io ero sul divano.
Ombra camminava avanti e indietro.
Poi, all’improvviso, mi saltò addosso.
Le unghie mi entrarono nei pantaloni.
Mi fissò.
Aprì la bocca.
Urlo muto.
Poi corse alla porta.
Graffiò.
Non piano.
Disperato.
«Vuoi uscire?»
Mi guardò.
Corse di nuovo alla porta.
Aprii.
Partì giù per le scale.
Si fermò davanti all’appartamento di Teresa.
Nessuna televisione.
Nessun rumore.
Ombra appoggiò la testa alla porta.
Una volta.
Due.
Tre.
Come se bussasse.
Avvicinai l’orecchio.
All’inizio niente.
Poi un suono.
Debolissimo.
«Aiuto.»
Mi si gelò il sangue.
«Teresa?»
«Matteo…»
Chiamai i soccorsi.
La trovarono per terra nell’ingresso.
Era scivolata.
Il femore rotto.
Il telefono sul tavolo, troppo lontano.
Aveva gridato finché la voce non si era trasformata in un filo.
Il temporale aveva coperto tutto.
Tutto tranne, in qualche modo, ciò che Ombra riusciva a percepire.
Due settimane dopo andai a trovarla in riabilitazione.
Portai Ombra nel trasportino.
Teresa lo vide e si mise a piangere.
Non forte.
Le donne come lei piangono cercando di non farsi vedere nemmeno quando hanno quasi ottant’anni.
Ombra uscì.
Salì sul letto.
Si accoccolò vicino alla gamba immobilizzata.
Teresa gli passò una mano sul dorso.
«Sei stato tu.»
Poi guardò me.
«Matteo, devo dirti una cosa.»
Mi sedetti.
«Io sapevo che non faceva rumore.»
La guardai.
«Come?»
«Avevo capito che non poteva miagolare.»
«E allora perché batteva sul muro?»
Abbassò gli occhi.
«Perché non sopportavo il silenzio.»
Rimase lì, con la mano ferma sul pelo del gatto.
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